SK 22: Anatomo-fisiologia platonica

SK 22: Anatomo-fisiologia platonica

La conoscenza dell’anatomia permette di riconoscere la natura delle malattie. I medico deve conoscere i processi di Natura per individuare le loro cause profonde, e spesso invisibili. Il potere vitale e la forza meccanica plasmano l’uomo; tutti i rimedi sono contenuti nel corpo invisibile dell’uomo (Paracelso, citazioni varie)

Nel corpo umano convivono due anime: quella divina, immortale ha sede nella testa, quella mortale collocata nel petto. Il collo è l’itsmo che separa le due anime. Al cuore gli dèi hanno riservato una posizione di “guardia” che, attivata dalle sensazioni, può combattere contro ira e passioni per lasciare il dominio alla parte migliore dell’essere umano (T 70 B-C). Che il cuore rappresenti un locus particolare del corpo umano è testimoniato ad esempio dal portare le mani ad esso in posizione di preghiera, un mudra comune a molte tradizioni tra cui quella cristiana e quella yogica.

Buddha in Anjali mudra (credits: Veit Zahlaus, www.commons.wikimedia.com)

Buddha in Anjali mudra (credits: Veit Zahlaus, CC BY-SA 4.0, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en, from Wikimedia commons)

Anjali mudra, noto anche come hrdayanjali mudra è il gesto tipico di saluto della cultura indiana, il sigillo del cuore (sanscr. hrd = cuore): Anjali deriva dal sancrito “anj” che significa onorare, celebrare. Il mudra è quindi un gesto di reverenza e offerta divina. Nell’accezione di atmanjali mudra prende il significato di reverenza e saluto al Sé.

Gli dèi sono stati previdenti nella loro progettazione architettonica: prevedendo che gli attacchi d’ira possano causare eccitazione e produzione di calore, hanno predisposto anche un impianto di raffreddamento interno: i polmoni, molli come spugne, assorbono l’ira a portano frescura al cuore. Quest’ultimo, in questo modo, ha a disposizione un fresco cuscino su cui appoggiarsi e fa meno fatica a prestare il suo servizio a favore della ragione (T 70C-D). L’anima mortale è affamata e per questo gli déi le hanno messo a disposizione anche una “mangiatoia” dove trovare nutrimento: lo stomaco, posto tra diaframma e ombelico.

L’anima è una “bestia selvaggia” da nutrire, processo indispensabile per mantenere in vita l’uomo (T 70E)

La sopravvivenza dell’uomo dipende dalla sua capacità di cibarsi, è una necessità ineliminabile che, però, se non controllata, “legata”, può risultare in eccessi famelici e generare attaccamento ai piaceri della gola. Proprio per questo è l’anima mortale è stata collocata lontana dall’anima divina, che può così rimanere tranquilla, senza venir turbata dagli eccessi e può così continuare a deliberare “intorno a ciò che giova a tutto il corpo nel suo insieme e nelle singole parti” (T 71A). Che poi sia effettivamente possibile continuare a discriminare in modo distaccato dopo una bella mangiata, questo è tutto un altro paio di maniche. Non a caso, per lo yoga il cibo andrebbe preparato con una particolare riverenza e attitudine mentale, favorendo cibi con caratteristiche sattviche, in grado di rilassare mente e corpo e favorire il raggiungimento di stati di coscienza superiori.

Il fegato in bronzo di Piacenza, riproduzione un fegato animale con inciso il nome, in etrusco, delle divinità connesse ad ogni parte dell’organo. Il manufatto fu trovato nel 1877 ed è conservato nel museo civico cittadino. (credits: wikimedia.org, CC BY-SA 3.0, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.en)

Del resto, Platone sa benissimo che l’anima mortale, allettata com’è da immagini e parvenze, ben difficilmente è in grado di comprendere le necessità della ragione e i messaggi che essa invia grazie alla discriminazione. Per questo motivo, gli dèi hanno creato il fegato, lucido e dolce, che fa da specchio per l’anima mortale: la paura nasce dalle immagini riflesse, emanazione della “potenza dei pensieri che proviene dall’intelligenza”, genera amarezza e provoca la produzione di bile, che rende rugoso e ruvido il fegato, dà dolori e causa nausea (T 71 B-C). Viceversa, quando si vive in una condizione di benessere e mitezza, le immagini proiettate nel fegato dall’intelligenza hanno una connotazione positiva, tale da renderlo liscio e “libero”; anche l’anima è serena e tranquilla, e può praticare la divinazione durante il sonno (T 71 D).

La divinazione è un’arte messa a disposizione dal Demiurgo per far sì che anche l’anima mortale, sprovvista di ragione, potesse “cogliere la verità”, essendo lo scopo divino quello di rendere ottima la stirpe umana. Ma tale arte non è esercitabile dall’uomo in qualsiasi momento, bensì sono in condizioni al di fuori degli stati ordinari di coscienza: nel sonno o quando, a causa di una malattia, si è fuori di sé. Lo stato di veglia conduce infatti, per Platone, la persona dotata di senno a riflettere sulle cose tramite il ragionamento sulle immagini viste in sogno, “distinguendo rispetto a che cosa e per chi significhino qualcosa di male o di bene, futuro o passato o presente” (T 72 A). Mentre la persona fuori di senno non è in grado di giudicare. E’, quindi, compito dei vati, gli indovini, farsi tramite tra divino e umano per interpretare le divinazioni ispirate, pratica che viene esercitata leggendo i segni resi evidenti sul fegato (T 72 B-C). Le testimonianze storiche riportano dell’importanza che la pratica della divinazione sul fegato rivestiva presso gli Etruschi e l’immagine dell’indovino Calcante dotato di ali evidenzia il collegamento di questa attività con il divino.

Ma, come tutti gli specchi, anche il fegato ogni tanto si appanna e serve quindi un “panno” per ripulirlo: la milza spugnosa, che ne assorbe le impurezze diventando grande e permette al corpo di spurgare, ovvero di ritrovare una condizione di normalità grazie all’eliminazione delle tossine. Solo dopo che ciò è avvenuto, la milza ritorna di dimensioni normali (T 72 D). Abbiamo già visto come le intemperanze di gola possa dar luogo ad eccessi smodati: per limitare gli effetti nefasti del cibo e delle bevande gli déi hanno quindi creato l’intestino, che agisce da “ricettacolo” di tutto ciò che è superfluo. E per limitare il senso della fame e la voracità ne hanno rallentato il transito avvolgendolo a spirale, di modo che si svuoti più lentamente (T 73 A-B).

Sushumna, sede dell’anima mortale e perno del corpo

Il midollo deriva, per Platone, in via diretta da triangoli originari scelti per la perfezione della forma (“dritti e lisci”) e per il fatto che fossero in grado di “produrre con precisione” i quattro elementi. L’anima rimane legata al corpo prioprio grazie al fatto che tali triangoli sono uniti uno all’altro nel midollo, e rappresentano le “radici della razza mortale” (T 73B).

Dal mescolamento di tali triangoli deriva il seme comune di tutta la stirpe mortale: il demiurgo vi pianta il seme e lo modella in tante figure quante sono le forme dell’anima. Più in particolare, l’anima divina è collocata nel cervello, posto all’interno del “vaso” della testa, di forma rotondeggiante. L’anima mortale, invece, è stata collocata nella restante parte del midollo, modellata in forme “rotondeggianti e oblunghe”, circondate da un rivestimento osseo, ovvero le vertebre. E’ proprio a partire dalla colonna vertebrale, che funge da legame e ancoraggio per l’anima, e attorno ad essa che è stato quindi creato tutto il resto del corpo umano (T 73 C-E).

Geroglifico mercuriale e caduceo (Limojon de Saint Didier, Le triomphe hermétique, 1710)

Geroglifico mercuriale e caduceo (Limojon de Saint Didier, Le triomphe hermétique, 1710) (credits: Acam.it)

L’importanza della colonna come perno centrale dell’impalcatura-uomo e ricettacolo profondo dell’anima, collocato nelle insondabili profondità del corpo e ben protetto dalla sovrastante struttura ossea e muscolare, è testimoniato dall’immagine ricorrente del caduceo tipica della tradizione ermetica e ancor oggi simbolo dell’arte medica e farmaceutica, ovvero della capacità di curare l’essere umano.

Analogamente, la tradizione indiana riserva un ruolo centrale al serpente Kundalini, l’energia vitale del Sé che dorme arrotolata alla base della colonna (i segmenti del coccige, corrispondenti alle spire del serpente). Il risveglio e la risalita del serpente verso l’alto, fino al settimo chakra collocato nella zona della fontanella, proprio al vertice della testa, simboleggia il raggiungimento della liberazione.

La condizione, cioè, che, sia Platone che il Samkhya, identificano come la vera conoscenza, ovvero il riconoscimento del ricongiungimento dell’anima mortale con quella divina che qui ha sede. Anche la struttura protettiva fatta di ossa e carne è stata, per Platone, ottenuta a partire dal midollo: le ossa per mescolamento di esso con terra fine setacciata, quindi per cicli successivi di cottura nel fuoco e indurimento nell’acqua, fino ad ottenere un materiale duro e insolubile (T 74A). Il procedimento ricorda tanto la cottura dell’argilla, e forse non è un caso che proprio da essa (come già visto) è stato plasmato Adamo. Argilla che è anche la materia prima per l’arte vasaia, ovvero l’essenza di ogni contenitore che, dall’alba dell’uomo, fa da ricettacolo a molte cose del mondo o, nella sua accezione di khumba, all’anima umana. Platone specifica che le vertebre sono un “recinto simile a pietra” che ha la funzione di contenere il “seme genitale”, ovvero il midollo e l’anima mortale. Ad esse sono collegate le articolazioni, che permettono di ottenere movimento e flessione, ovvero attraverso i gesti tipici dei Karma Indriya, gli organi di azione tra cui sono ricompresi gambe e braccia.

Le articolazioni sono per Platone un elemento intermedio ottenuto ponendo in esse la potenza del Diverso: si potrebbe arguire che esse fungono da ponte tra l’anima, incardinata in testa e colonna, racchiusa nella pietra ossea, e la realtà esterna, che può essere pienamente fruita attraverso l’azione delle gambe e delle braccia, che permettono di orientarsi e muoversi liberamente all’interno di essa.

La carne, invece, è stata ottenuta impastando il midollo con acqua, terra e fuoco, con l’aggiunta di sostanze acide e salate fermentate, in modo da ottenere un prodotto “succoso e molle”, adatto a fungere da imbottitura morbida per attutire i colpi sulle ossa, strutture dure e rigide e pertanto facilmente danneggiabili. La carne funge anche da protezione contro le temperature estreme, sia calde che fredde, grazie al sudore e alla circolazione sanguigna.

I muscoli, infine, essendo collegati alle articolazioni permettono di muovere gli arti (T 74 B-C). I nervi hanno la stessa composizione della carne ad eccezione delle sostanze fermentanti, e rappresentano una “potenza” intermedia tra la carne e le ossa, risultando più consistenti e viscosi della prima e più morbidi e flessibili delle seconde (T 74 D). Dalla prima vertebra cervicale si dipartono i nervi, che avvolgono la mascelle e da qui scendono e congiungono le varie articolazioni.

La bocca è la porta d’ingresso del cibo, una necessità ineliminabile, come pura l’altrettanto necessaria via d’uscita delle parole. Poiché è al servizio dell’intelligenza, tale sorgente è la migliore di tutte (T 75E). La quantità di pelle sulla testa è il risultato di una “scorza” disseccata di carne che la ricopre, richiusa alla sua sommità in un “nodo” dopo essere stata irrorata dall’umore fuoriuscito dal cervello attraverso le giunture ossee, che a loro volta si formano con modalità che dipendono da movimenti periodici e dalla nutrizione (T 76 A-B). L’apertura del nodo, corrispondente al settimo chakra, come sappiamo dalla tradizione indiana riconnette l’anima individuale con quella universale: l’anima mortale risalita lungo la colonna si ricongiunge con quella divina contenuta nella testa, riconoscendo la vera natura di entrambe. I follicoli da cui nascono i capelli sono stati formati dal fuoco, che ha bruciato la pelle provocando la fuoriuscita dell’umore, che condensando e radicandosi a contatto con l’aria si trasforma nei sottili fili che offrono una copertura e una protezione leggera per la testa, senza andare a inficiare la sua capacità sensibile (T 76 C-D).

Le unghie derivano invece da una miscela disseccata di nervi, pelle e osso. Di per sé, esse non sarebbero necessarie all’uomo, ma gli déi previdenti, sapendo che dall’uomo sarebbero poi nati la donna e gli animali, le hanno date in dotazione fin dall’inizio della creazione della stirpe mortale in quanto necessarie a questi ultimi (T 76 E).

Pesantezza e aspettativa di vita

C’è una proporzionalità inversa tra la quantità di anima contenuta nel midollo e la quantità di carne che le riveste: ossa con poca anima sono rivestite da tanta carne (come le ossa di gambe e braccia), mentre quelle contenenti tanta anima sono rivestite da poca carne (come la testa). L’unica parte costituita da sola carne è la lingua, che è “finalizzata in sé e per se alle sensazioni” (T 75A). Anche le giunture sono poco rivestite, per non rendere troppo pesante il corpo e impedire i movimenti. Il motivo di tale modalità di distribuzione della carne è semplice: nessun animale riuscirebbe a sostenere il peso del contrario, ossa dure e molta carne, sperimentando al contempo sensazioni “acute” (T 75 B).

La scarsezza di carne, quindi, è per Platone indice delle zone più sensibili del corpo, quelle in grado di ricevere sensazioni più acute. La testa, sede dell’anima divina e della ragione, è poco resistente perché poco protetta. Se fosse il contrario, la vita sarebbe più lunga, più sana e priva di dolori (T 75 B), ma anche peggiore, e poiché il Demiurgo vuole solo l’ottimo per la sua creatura.

Una vita più corta e migliore è stata preferita dall’artefice dell’universo, motivo per cui la testa (che contiene il cervello) è sì capace di sperimentare le sensazioni e di ragionare, ma è anche più debole rispetto al resto del corpo (T 75C-D)

Dunque, per Platone la struttura organica del corpo, e in particolare la testa resa leggera dalla mancanza di carne, la cui pesantezza ottunderebbe la ragione che in essa risiede, è il risultato di una scelta ben precisa da parte degli déi: meglio una vita breve ma in grado di percepire le sensazioni e di discriminare tra esse per mezzo del discernimento che una vita lunga ma priva della luce della ragione.

Dolore e sofferenza sono intrinseci in una vita breve, che però gode della possibilità che gli è data di venire guidata dalla ragione. La vita lunga sarebbe senz’altro priva di dolori, perché la testa non sarebbe in grado di rielaborare le sensazioni che le giungono, ma molto probabilmente priva della “gioia di vivere” tipica dell’uomo illuminato. Viene da chiedersi cosa avrebbe pensato Platone della vita lunga e semi-artificiale a cui oggi sono condannate molte persone che per incidente o malattia sono ridotte a vegetali, ma tuttavia continuano a vivere attaccate ad una macchina. Ai tempi di Platone la loro vita sarebbe stata molto più breve, sarebbe interessante avere un loro feedback se ciò abbia rappresentato anche un’opzione migliore rispetto alla vita vegetativa o meno.

Piante: l’immobilità che viene in soccorso della sofferenza

L’uomo mortale deve vivere a contatto con l’ambiente esterno e le sue intemperie, secondo il principio di necessità, motivo per cui gli deì hanno provveduto a fornirgli il riparo delle piante (T 77A)

Faggeta nel Parco naturale dei Monti Aurunci (credits: Gabriele Altimari, CC BY 3.0, https://creativecommons.org/licenses/by/3.0, from Wikimedia Commons)

Platone non lascia molte speranze sul destino del corpo umano, che a causa delle intemperie e del calore del sole è destinato a morire e a sciogliersi nuovamente nella natura. Per evitare però che tale fine fosse troppo repentina, gli dèi hanno creato una seconda specie di viventi, le piante e gli alberi, mescolando tra loro la natura umana con altre forme e sensazioni. Le piante sono una specie addomesticata, che produce le colture grazie ai semi che sono stati “educati” alla bisogna, al contrario delle specie selvatiche. Anche oggi chiunque abbia un minimo di pollice verde sa bene come sia estremamente difficile far crescere in ambiente domestico una pianta prelevata in natura, a causa dell’ecosistema completamente diverso in cui si inserisce.

Anche le piante sono esseri sensibili, dotate come sono del terzo tipo di anima, quella posta tra diaframma ed ombelico: un’anima sprovvista di intelligenza e capacità di ragionamento, ma che comunque può sperimentare le sensazioni piacevoli o dolorose (T 77B).

Non vedo la differenza tra il bollire un’aragosta o una carota appena estratta dalla terra, o tra mangiare carne macellata piuttosto che insalata a cui è stata tagliata la testa per metterla nel piatto. Sia gli animali che le piante sono esseri viventi, e vengono uccisi, anche se con modalità diverse, per rispondere alla necessità dell’uomo di nutrimento. L’unica differenza è che l’uccisione delle piante non appare essere cruenta, non scorre sangue (ma linfa spesso si!) e non c’è nessun gemito pietoso o sguardo disperato. Da attenta osservatrice delle piante di casa, sono assolutamente convinta che anche loro sanno benissimo cosa succede attorno a loro. La loro passività è solo apparente, piacere e dolore sono evidenti da come reagiscono agli stimoli esterni anche se, come dice Platone (T 77 C), esse sono prive della capacità di ragionare sulle cose.

Vogliamo quindi dire che è il ragionamento su ciò che ci succede, non importa se siamo umani o alberi, il limite discriminante che rende accettabile o meno il dolore? Non ne sono affatto convinta, piacere e dolore sono elementi oggettivi, poi l’uomo ci può ricamare sopra con la mente e, quindi, amplificarne la portata. L’elemento discriminante è questo. E’ diverso, certo, dall’anima non raziocinante delle piante, il raziocinio è l’elemento che le distingue dall’uomo e le rende più disponibili ad accettare umilmente la sofferenza:

Anche il vegetale è “vivo”, anche se non è in grado di muoversi da solo essendo saldamente piantato nel suolo (T 77 C)

Possiamo dire che il raziocinio è, per molti versi, la condanna dell’uomo a soffrire? Cogito, ma anche se non lo facessi sarei lo stesso, e con molti meno problemi esistenziali. Le piante non hanno karma indriya, sono pressoché immobili, ben radicate come sono nella terra a differenza dell’uomo, che invece non ha radici e vaga qua e là: potremmo dire, con un po’ di azzardo, che le piante hanno già raggiunto l’illuminazione, essendo in una condizione stabile e traendo il proprio nutrimento direttamente dalla luce stessa, senza bisogno di bocca (non a caso sede di un altro karma indriya, e anche di uno jnana indriya).

Le piante rendono visibile tutte le potenzialità legate alla connessione diretta tra terra e cielo, tra individualità mortale e universo eterno, permangono stabilmente in una situazione di samadhi ben al di là di tutti gli inganni provocati dai sensi, e pertanto difficilmente percepibile dalla comune mente umana, così identificata com’è con gli oggetti del mondo materiale. Questa condizione innata di stabilità e di sensibilità non raziocinante le rende tolleranti anche alla sofferenza provocata dall’essere usate come cibo, o come tavole per costruire case o mobili, o come legna da ardere o per altre mille altre cose ancora.

L’anima “nella pancia” delle piante non ha bisogno di essere calmata e riportata a una condizione di unità con il tutto, essa è già parte del Tutto. Anche il secondo cervello dell’uomo, quell’intreccio di nervi particolarmente sensibile presente a livello della cavità addominale, non è raziocinante, eppure è spesso identificato come sede delle emozioni e senza la minima ombra di dubbio risponde alla velocità della luce e spesso in modo apparentemente irrazionale, psicosomatico, alle sollecitazioni provenienti dall’esterno. Corrisponde al terzo tipo di anima, quello delle piante che riconosce piacere e dolori. Ahimé noi mortali per raggiungere l’immobilità dobbiamo lavorare sodo: immobilità non solo del corpo fisico, ma anche degli altri kosha interni, energia vitale, emozioni, mente, spirito. Per fortuna abbiamo a disposizione lo strumento dello yoga (o di molti altri cammini di ascesi spirituale, è un obiettivo comune a tutte le tradizioni) che, attraverso la progressiva evoluzione personale, ci permette di permanere in una situazione di percezione indisturbata, di ritornare ad essere “pianta” ben radicata della propria radice interiore, una radice che si perde nell’infinita e silenziosa notte dell’eternità e asi nutre dell’energia del giorno, fino a ricongiungerci col seme originario.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

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