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Archivio per Categoria Timeo

SK 26: Metempsicosi e liberazione: la fine del viaggio

Si è giunti al termine dell’esplorazione sulla genesi dell’universo. Un’universo in cui tutto è Uno, immagine del principio immanifesto del cosmo, il Demiurgo-Puruśa

Questa è la conclusione del Timeo platonico (T92C): l’universo contiene in sé tutte le forme viventi, mortali e immortali, le cose visibili e quelle solo intellegibili grazie al discernimento. Altro non sono che imagini del Demiurgo, il principio immanifesto corrispondente al Puruśa vedico.

Donne e animali, frutto della reincarnazione

Lo abbiamo già esaminato in dettaglio in un capitolo precedente: l’uomo, inteso come individuo maschile, è la prima e migliore generazione dei viventi creata dagli dèi sulla base delle indicazioni del Demiurgo: se esso spende male e in modo malvagio il tempo che gli è dato in questa vita è inevitabile al momento della morte che l’anima, dopo aver lasciato il corpo, si reincarni nella seconda generazione di esseri mortali: le donne (T 91A). La congiunzione tra i due è funzionale alla riproduzione della specie, un desiderio così forte e difficile da controllare che può anch’esso essere fonte di forti passioni (T 91 C-D).

Gli animali sono il frutto di ulteriori cicli di reincarnazione: gli uccelli, in particolare, derivano da uomini che cercavano con la vista (i sensi in senso lato) la dimostrazione circa la veridicità delle teorie sull’essenza dell’universo da essi studiate. Uomini dotati d’intelligenza, quindi, ma che non l’hanno utilizzata nel modo giusto per arrivare alla vera conoscenza (T 91E). La verità sull’universo, come ampiamente visto, è conseguibile solo attraverso strumenti di conoscenza meno legati alla realtà fenomenologica e più rivolti all’esplorazione degli oscuri universi interiori sotto la guida dei testi della tradizione e del Maestro. I mammiferi e le fiere derivano da uomini non interessati alla speculazione filosofica degli universi superiori, in quanto le loro azioni sono unicamente guidate dal cuore (rajas, l’anima irascibile di Platone) e non dalla ragione (sattva, la saggezza, l’anima razionale, Buddhi). Il fatto che il livello di anima predominante in questi individui sia collocato su un piano inferiore dell’organismo rispetto alla testa fa si che essi non siano in grado di mantenere la postura eretta, ma bensì camminino a quattro zampe in quanto necessitano di maggiori sostegni per non essere tirati giù verso la terra, e hanno teste oblunghe in quanto la circolazione nella testa risulta oppressa a causa dell’inattività (T 92A).

I serpenti sono un livello animale ancora più basso, del tutto appiattito a terra, strisciante e privo di zampe, in quanto derivante da uomini che hanno perso completamente la ragione (T 92B). I pesci, infine, sono il livello di reincarnazione più basso in assoluto, in quanto derivanti da uomini privi di senno e ignoranti, che gli dèi hanno giudicato non essere nemmeno degni di respirare l’aria in quanto la loro anima è “contaminata da ogni forma di disordine”, e finiscono quindi a respirare acqua buia e torbida.

Ogni rinascita porta a reincarnarsi a un diverso livello lungo questa scala di evoluzione animale, a seconda degli atti messi  della vita precedente: Platone attribuisce, infatti, tali trasformazioni all’interno del regno animale a perdita e acquisizione d’intelligenza, o perdita del senno (T 92C). La legge del karma della tradizione occidentale.

Sciogliere i legami del karma

Analogamente, anche il Samkhya si chiude con un’analisi dettagliata delle modalità con cui l’anima che ha raggiunto la vera conoscenza del Sé supremo, la liberazione, non rientra più nel ciclo delle reincarnazioni.

L’anima liberata diventa uno spettatore indifferente a ciò che accade sul palcoscenico del teatro del mondo (SK 66). La Natura è riconosciuta per le sue caratteristiche di livello immanifesto della creazione, specchio di Puruśa. L’attività dei guna si acquieta, il pieno potenziale è a disposizione, in quanto non sussistono più motivi ad agire in modo volontario.

Torna ancora una volta la metafora della danzatrice che ha concluso la sua rappresentazione: essa, impersonificazione della natura che si è rivelata (prakriti), si ritrae cessando l’attività produttiva di forme sempre nuove di manifestazione. Lo spettatore-anima (drashtu), analogamente, rimane distaccato e indifferente a quello che succede di nuovo sul palcoscenico della vita. Entrambi non cessano di esistere, anzi sono ancora a contatto e consapevoli uno della presenza dell’altra, ma semplicemente non ci sono motivi per disturbare il placido e stabile status quo in cui si vengono a creare. Se vi ricordate, all’inizio del viaggio avevamo paragonato la creazione alla comparsa di piccole onde a causa del vento che increspa la superficie perfettamente liscia in un laghetto alpino: ecco, la liberazione è conseguita quando le acque del lago rimangono tranquille e inalterate anche se attorno soffia un forte vento. Sia l’anima che la natura hanno riconosciuto il proprio essere Uno col Tutto, non c’è motivo di alterare questo stato di perfetta unione universale per tornare indietro ad uno stato differenziato.

Il raggiungimento di questo stato unitario fa si che si annullino anche gli effetti provocati dall’azione dei klesha, delle passioni e degli attaccamenti, che diventano anch’essi improduttivi: questo avviene mentre la persona è ancora in vita, non necessita della morte del corpo (S.K. 67). E’ la condizione propria dei grandi maestri dello yoga, dei santi cristiani, dei saggi di ogni tradizione e di tutte quelle persone che sono in grado di vivere al meglio la propria vita anche nelle più gravi difficoltà. Si può essere liberi anche nello spazio di una piccola cella di prigione, se la liberazione è stata conseguita. E spesso la prigione peggiore è proprio quella che ci infliggiamo con le nostre stesse mani per seguire il richiamo dei sensi e delle passioni. In questo stato, al momento della morte si realizza l’ultimo stadio del distacco, il mahasamadhi, la separazione definitiva dal corpo. L’anima liberata non rientra più nel ciclo delle reincarnazioni e permane nell’eternità nel suo vero Sé, in unione totale con il Sé universale. Ha finalmente riscoperto la sua vera, eterna natura; il corpo fisico non serve più, l’anima risplende nel suo infinito, perenne isolamento (SK 68).

Polvere di stelle

Stella superdensa di neutroni rilascia particelle ad altissima energia nella zona della Crab Nebula (credits: NASA/JPL-Caltech/ESA/CXC/Univ. of Ariz./Univ. of Szeged)

Stella superdensa di neutroni rilascia particelle ad altissima energia nella zona della Crab Nebula (credits: NASA/JPL-Caltech/ESA/CXC/Univ. of Ariz./Univ. of Szeged)

Ogni viaggio giunge alla fine, siamo arrivati al termine di quello che ci ha condotti lungo le vie spesso impervie dell’analisi parallela di Timeo e Samkhya. I due testi fondamentali della filosofia naturale a Oriente e Occidente, abbiamo visto strada facendo, delineano visioni molto simili dei macrocosmi universali e dei microcosmi umani, sistemi strutturati sulla base di leggi analoghe che si esplicano in scala diversa.

I due testi indicano anche la via verso la vera conoscenza, l’unica in grado di liberare l’uomo dall’inevitabile sofferenza che lo attanaglia di generazione in generazione lungo i secoli. Una conoscenza che passa attraverso la piena comprensione degli universi interiori e delle leggi che li governano molto più che da quella della realtà esteriore. In questo, la scienza yogica e quella platonica sono affatto diverse dalla visione scientifica moderna, tutta rivolta a delucidare il reale sulla base dell’evidenza dei fatti oggettivi, dimostrabili con esperimenti di laboratorio (un laboratorio esterno, grossomodo identico ovunque nel mondo) da chiunque gli salti in mente di sfidare la robustezza di una certa teoria scientifica.

Questo modo di procedere, e lo dico dall’alto della mia esperienza diretta di ricercatrice scientifica, priva completamente il progresso delle scienze e dell’uomo del punto di vista soggettivo dello scienziato sperimentatore: un punto di vista inevitabilmente basato sull’esperienza individuale, che può risultare difficilmente comprensibile e accettabile e men che meno replicabile da chi la pensa in modo diverso. Ma spesso è proprio questa soggettività che accende la scintilla inaspettata della scoperta, quella a cui gli altri scienziato coinvolti nella corsa per pubblicare prima non hanno ancora pensato, quella di cui sono gelosi. Va bene, quindi, una visione standardizzata del mondo, dove le voci fuori dal coro del pensiero univoco sono scomode e vanno il più possibile inattivate, stroncando le loro ricerche o mettendole in ridicolo come il prodotto di chi vive nel mondo dei sogni piuttosto che nella realtà.

E’ proprio questo il punto, lo abbiamo visto lungo tutto il viaggio: il vivere unicamente a contatto con la realtà fenomenica ci impedisce di vedere la realtà ultima dell’universo che ad essa soggiace, e a cui tutti, in un modo o nell’altro, aspiriamo a tornare. Per superare quest’ultimo scoglio dobbiamo riuscire a scindere i legami che ci tengono avviluppati nel sensibile, le passioni, le gioie e i dolori.

Quando si riesce a fare ciò, si capisce cosa c’è sotto il velo di Maya, e ci si rende conto che il più grande obiettivo non è il prolungare la vita in questo mondo sensibile, ma riuscire finalmente, al momento del distacco dell’anima dal corpo, a fare in modo che essa abbia davvero dissolto alla base tutti i legami del karma e che, quindi, non sia più costretta a reincarnarsi, ma ritrovi una volta per tutte la sua vera natura di onda eterna che illumina l’universo.

Personalmente, il velo di Maya ha iniziato a scostarsi nel momento in cui ho abbandonato l’indagine puramente scientifica della vita per dedicarmi maggiormente a un’indagine interiore del mio personale microcosmo-laboratorio interno per mezzo dello yoga. Non ho, ahimè, ancora raggiunto la liberazione finale, ma se non altro adesso ho chiaro il cammino da seguire. Una parte del mio viaggio è stata riassunta in queste pagine, sperando che possa servire da risveglio e ispirazione anche per altre anime in cerca di possibilità per una vita migliore in questo mondo sempre più lontano dall’essenza vera dell’uomo. Continuerò il mio viaggio, la meta è chiara al termine del Cammino: tornare ad essere polvere di stelle, energia finalmente non più reincarnata che si gode l’abbronzatura eterna dell’universo Ultreia!

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

SK 25: L’arte della cura

Lussuria, ira  e avarizia sono le tre porte dell’inferno perché distruggono il Sè. Vanno perciò evitate se si vuole raggiungere la liberazione. I testi della tradizione sono i fari che illuminano la via (Bhagavad Gita, cap. 16)

Mens sana in corpore sano

Niente pillole miracolose per curare corpo e menti: per Platone la possibilità cura va di pari passo con la capacità di identificare le condizioni adatte alla salvezza dell’anima. In un mondo fenomenico costruito sulla base delle proporzioni geometriche, la salute si accompagna alla bellezza e, quindi, alla giusta misura. Il problema, spiega Platone, è che non siamo abituati a indagare sulla giusta misura che deve intercorrere nel rapporto tra anima e corpo affinché si possa avere uno stato di salute, piuttosto che di vizi, malattie o virtù. Anzi, tale misura è di solito la massima possibile (T 87D). Un corpo di proporzioni maggiori rispetto all’anima genera fatica e malattie organiche, mentre la sproporzione inversa dà anch’essa luogo a malattie del corpo quando esso viene “scosso” come conseguenza di un’anima irata. Lo studio eccessivo, invece, consuma il corpo, mentre il rimanere intrappolati in discussioni e battaglie causa agitazione. Da quanto scrive Platone, sembra che anche tra gli antichi greci ci fosse qualche problema con la reale capacità diagnostica della classe medica, se è vero che le frequenti discussioni e litigi fanno cadere molti dei sedicenti medici, che tendono ad attribuire cause sbagliate ai mali che affliggono i loro pazienti (T 88A). Non che i tempi siano molto cambiati da Platone ad oggi…

Il problema fondamentale, quando il corpo domina sull’anima, viene identificato dal filosofo greco nei desideri contrastanti che spingono l’agire delle due parti costitutive dell’essere umano: la nutrizione, bisogno primario del corpo, e la saggezza, che invece spinge l’anima a riunificarsi alla sua parte divina. Lo squilibrio dell’alimentazione rende ottusa l’anima e produce quella che Platone indica essere la malattia più grande: l’ignoranza (T 88B). Sarà un caso, ma avidya, l’ignoranza, è anche il primo e principale klesha, quello da cui si generano tutti gli altri tipi di difetti della mente per lo yoga. Non ci torniamo sopra, avendoli già discussi. Quello che ci interessa adesso è invece il mezzo che Platone e Samkhya identificano come cura, l’unico che permette di raggiungere la salvezza: l’equilibrio di corpo e mente, che si devono muovere all’unisono (T 88C).

Corpo e mente costituiscono per Platone come per il Samkhya un’unità inscindibile, all’interno della quale va ricreato il giusto equilibrio di forze attraverso azioni tra loro complementari: ginnastica (ovvero la pratica di asana) per chi si dedica principalmente all’attività speculativa, la musica o la filosofia che mettono in moto l’anima (ovvero gli stadi meditativi dello yoga e la pratica di mantra) per chi, viceversa, è attivo soprattutto a livello fisico (T 88C). In questo passo del Timeo è racchiuso il parallelo con gli otto angha dello yoga, il percorso graduale che parte dalle regole di vita e dalle sadhana fisiche e respiratorie per arrivare a una condizione in cui il corpo può venire trasceso per dedicare maggiore attenzione alle sadhana meditative. Questo non significa che il corpo smette di esistere: anche in meditazione permane sempre la consapevolezza della sua esistenza, ma gli stimoli che esso trasmette sono inattivati (pratyahara) e quindi non agitano più l’attività mentale, che può essere così riportata al livello basale di flusso stabile e regolare di onde di energia.

Pratiche di purificazione

Sadhana, la pratica, richiede di essere continuamente riscaldata da impegno ardente, tapas, per portare i suoi frutti. Molte sono le pratiche purificatorie, shuddi, dello yoga, descritte ad esempio nell’Hatha Yoga Pradipika sia per quanto riguarda il corpo fisico che respiratorio. Non ci interessa in questa sede analizzarle nel dettaglio.

Anche Platone dà indicazioni sulle pratiche più opportune per ricreare il giusto equilibrio tra corpo e anima. Essendo il microcosmo umano stato generato a immagine e somiglianza della natura, si tratta sempre di andare incontro ai movimenti naturali del corpo, che permettono di riportarlo in armonia con l’universo, riportando le diverse parti verso la posizione che più gli è propria secondo il principio di similitudine (T 88E). Il movimento curativo migliore è per Platone la ginnastica, che il filosofo indica essere una vera e propria purificazione del corpo. Ad essa fanno seguito i movimenti oscillatori ed infine le purghe, da riservare solo ai casi particolarmente gravi e che, secondo Platone, non dovrebbero venire accettate dalle persone dotate di “senno”. Secondo il filosofo, le malattie lievi dovrebbero essere lasciate libere di manifestare i loro sintomi, senza intervenire coi farmaci. Questi ultimo, infatti, potrebbero in realtà peggiorare la situazione, sommando malattia a malattia (T 89 C-D). Davvero antesignano sulle sindromi da regimi complessi di polifarmacia dei nostri giorni, che combattono gli effetti collaterali di un farmaco con un nuovo farmaco…e via nuovi effetti collaterali. “Pharmacos” in greco significa del resto veleno, non c’è da stupirsi. Lo stile di vita è per Platone la risposta giusta, da coniugare col tempo a disposizione della singola persona, che è chiamato a vivere “secondo ragione” (T 89 C-D)

Una vera e propria stoccata alla medicina moderna, dove la medicalizzazione estrema è la regola e sui corretti stili di vita si scrivono pagine e pagine e si sprecano i dibattiti, ma alla fine poco cambia. I modelli malsani continuano a prevalere, vuoi per ragioni di comodità (è oggettivamente spesso difficile, coi ritmi lavorativi di oggi così diversi d quelli dell’antica Grecia, trovare il tempo – e anche i soldi – per andare in palestra) ma spesso e volentieri anche di marketing. Ormai c’è una pillola per ogni evenienza, sempre più spesso non viene neanche più venduta come farmaco, ma come integratore alimentare, onde poter accedere al mercato in modo più snello, con barriere regolatorie più basse e minori costi di sviluppo. L’economia e la finanza prevalgono in modo sconsiderato anche nel business della salute, la visione olistica del paziente è una bella e inflazionata parola priva di fatti a supporto. Da Platone ai saggi rishi, passando da Ippocrate, Averroè e Paracelso, solo per citare qualche esempio di grandi visioni olistiche dell’uomo, della salute e della malattia, molti saranno i saggi del passato che si stanno rivoltando nella tomba a vedere lo scempio che è stato fatto delle loro ricerche…resta sempre la speranza che qualcuno di essi abbia scelto la via del bodhisattva, l’illuminato che ritorna in un nuovo ciclo di vita per riportare il viandante smarrito lungo la via della retta conoscenza.

Una guida sicura

E’ l’anima, infatti, che ha il ruolo di guida dell’uomo in questo passaggio nel reale e, come ogni guida che si rispetti, anch’essa si deve preparare in modo adeguato al compito che l’aspetta (T 89E). I tre tipi di anima, ragione, anima irascibile e anima concupiscibile, ciascuna accompagnata dal suo movimento tipico e collocata nel luogo che le è proprio (testa, cuore e addome, rispettivamente) devono essere tutte coinvolte nella pratica salutistica, in modo da risultare equilibrate tra loro ed evitare squilibri tra un’anima troppo attiva, che risulterebbe troppo vigorosa, e una troppo inattiva, che sarebbe estremamene debole (T 90A). Questa opera di riequilibrio, viste anche le caratteristiche precipue dei tre tipi di anima, è in totale analogia al riequilibrio dei guna, i tre elementi costitutivi dello yoga: sattva, corrispondende all’intelligenza tipica dell’anima razionale, rajas, l’irruenza tipica dell’anima irascibile e sempre in movimento, e tamas, il torpore che segue al cedere ai desideri dei sensi.

L’anima razionale richiede una particolare attenzione, in quanto è un’arma a doppio taglio: può condurre verso la salvezza ma anche, se rimane impigliata nel dominio della mente sensoriale, è il demone peggiore dell’uomo (T 90A). L’eccessivo attacamento a piaceri e contese, infatti, non fa che generare vortici di pensieri “mortali”, che rinforzano questa parte dell’individuo e ne precludono il progredire lungo i cicli delle rinascite (T 90B).

Anche per il Samkhya la natura può risultare la nemica di sé stessa, in quanto l’azione di vizio, virtù, potere, mancanza di potere, distacco, ignoranza e attaccamento la mantiene legata al mondo fenomenico dominio dei sensi. Il Samkhya specifica che i legami che portano a la natura a legarsi da sola possono assumere sette diverse forme, mentre una sola è la forma della liberazione che porta alla cessazione delle rinascite (S.K. 63)

Viceversa, chi coltiva la vera conoscenza, nel momento in cui ha raggiunto la liberazione dall’inganno dei sensi, deve continuare a coltivare la sua parte divina per non regredire verso stati di coscienza inferiori. In questo modo “mantiene ben ordinato il demone che abita in lui, sia anche notevolmente felice” (T 90C). Il continuo esercizio dei principi alla base del Samkhya genera la conoscenza unica e pura che “Io non sono questo” (S.K. 64).

Di nuovo torna il parallelo con il Samkhya e con gli otto angha dello yoga: chi pratica sa che può risultare relativamente facile vivere sprazzi di esperienza di stati di coscienza superiori, in cui è possibile riconoscere l’unione con quel principio naturale ed eterno che costituisce il vero Sé dell’essere umano. La parte difficile della pratica è il riuscire a permanere in modo stabile e duraturo in tali stati, senza venire risucchiati dai vortici della quotidianità che continuano a riproporci stimoli dettati dalle passioni, dalle avversioni, dai desideri dei sensi, e che quindi portano a limitare i benefici della pratica stessa. La via per non darla vinta al demone è molto simile per Platone e per il Samkhya: rimanere in contatto con i movimenti affini al divino che è in noi. Per il filosofo greco si tratta di apprendere i movimenti degli astri che generano le armonie dell’universo, che riconducono alla natura originaria e simile di pensante e pensato (T 90E).

L’armonia dell’universo, che potremmo tradurre con la diffusione armonica delle onde elettromagnetiche che ad esso sottendono, può essere colta negli stati profondi di meditazione, mentre il movimento circolare riporta al respiro, traduce la regolarità di tali onde a livello corporeo e si fa centro di diffusione dell’energia vitale del prana. In questo passo, quindi, si può ritrovare un parallelo fondamentale tra Timeo e Samkhya: il distaccarsi dalla manifestazione fenomenologica del mondo per ritrovare l’unione con la “natura originaria”, il riconoscimento dell’identità fondamentale tra soggetto pensante e oggetto pensato, tipica dello stato di dhyana della meditazione, fino a trascendere anch’essa per raggiungere lo stadio più elevato, il samadhi, la liberazione che rappresenta l’obiettivo divino della vita umana.

Alla fine del percorso l’anima, tornata a concentrarsi nel punto (bindhu) che tutta la contiene, osserva come uno spettatore la natura diventata ormai improduttiva, in quanto ha raggiunto la liberazione dalle forme del mondo (S.K. 65). Il raggiungimento duraturo nel tempo di tale stadio è il prerequisito essenziale per disinnescare l’efficacia della legge del Karma, che per Platone è la dottrina della metempsicosi, e quindi interrompere definitivamente il ciclo delle rinascite…ma questa è un’altra storia.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

SK 24 – Salute e malattia secondo Platone

Camminare nel mondo esenti da desideri e aspirazioni, privi di beni e di cose “mie”, liberi da superbia, per raggiungere lo stato del Sè. (Bhagavad Gita, cap. 2)

Le malattie del corpo si generano dagli elementi

Ai quattro elementi corrispondono, per Paltone, quattro diversi grandi raggruppamenti di malattie. Il primo deriva da un eccesso, da un difetto o da spostamenti contro natura degli elementi stessi dalla loro sede naturale, o ancora dal fatto che l’elemento “riceva” qualità diverse da quelle che gli competono. E’ il concetto del simile che cura il simile: si può stare bene solo se la “cosa“, l’elemento costitutivo, rimane “identica a se medesima” in modo tale da aderire pienamente alla propria natura (T 82 A-B). Rimanere se stessi, senza farsi tirare nei vortici delle passioni che abbiamo già discusso, e che creano situazioni distoniche tra gli elementi con la conseguente comparsa della malattia. Si potrebbe facilmente ritrovare in questo passaggio del Timeo un parallelismo con il permanere nella situazione dell’osservatore distaccato propria dello yoga, che osserva il proprio Sè fino a raggiungere la completa fusione con esso, e perdendo via via lungo il cammino l’identificazione con la realtà illusoria.

Il Samkhya assegna alla natura lo sforzo di guidare l’anima lungo la via della liberazione, ovvero dell’auto-guarigione: una guarigione da intendersi non tanto in senso strettamente pato-sintomatologico, ma piuttosto una vera e propria “guarigione interiore” che permette alla persona di essere sé stessa in ogni situazione, proprio come indicato anche da Platone. La natura svolge questo effetto partendo dall’intelletto, Buddhi, fino ad arrivare a coinvolgere gli elementi grossolani (S.K. 56), altro elemento di parallelismo con il Timeo. Un’azione completamente disinteressata da parte della natura, volta unicamente a mettere a disposizione dell’anima gli elementi costitutivi (sattva, rajas e tamas) di cui l’anima è sprovvista (S.K. 60). La natura è il nutrimento stesso che permette all’anima di “crescere”, proprio come il latte è il nutrimento del vitello (S.K. 57). La sua azione si svolge al livello immanifesto (Avyakta), specifica il Samkhya, in modo non dissimile dai desideri che guidano le azioni nella realtà quotidiana (S.K.58). Il desiderio che guida la natura, però, appartiene a un ordine superiore di cose, essendo rivolto a riunire l’anima mortale con quella divina: quando ciò trova compimento nel raggiungimento della liberazione, la natura cessa la sua attività sul palcoscenico del reale, esattamente come una danzatrice che ha finito la sua esibizione (S.K. 59).

La natura è sensibile come una giovane pulzella: quando sa di essere osservata, subito sfugge allo sguardo dell’anima (S.K. 61)

Ninfee in fiore alla palude Brabbia (foto: Giuliana Miglierini)

La riunificazione tra Purusha e Prakriti, tra l’anima divina e anima mortale platonica, ha luogo quando l’anima mortale/purusha individuale riconosce, tramite discriminazione e ragionamento da parte dell’intelletto, il fatto che la natura stessa è stata discriminata da parte dell’intelletto, considerandola qualcosa altro da sé. Il purusha individuale è una combinazione del Purusha universale con il linga, l’anima che trasmigra al termine di ogni ciclo di manifestazione. In questo riconoscimento si esplica il concetto chiave del drashtu, il permanere nella condizione dell’osservatore distaccato.

Gli altri gruppi di malattie

Il secondo gruppo deriva da una composizione “invertita degli elementi che costituiscono le diverse parti del corpo. Ne è causa una cattiva alimentazione, o una cattivo metabolismo degli alimenti, che causano un apporto scorretto dei triangoli elementari necessari per mantenere l’omeostasi dei diversi tessuti. Il sangue dà luogo ai nervi con la sua parte fibrosa, alle carni  a partire dalla coagulazione della parte liquida. Se la carne va in putrefazione si producono pus e bile, che finiscono in circolo avvelenando l’organismo. Questo tipo di meccanismo è, per Platone, la causa delle malattie gravi (T 82 C-83A). Il filosofo distingue tra tipi diversi di bile, di colore diverso e che producono effetti diversi nell’organismo, sulle quali non ci interessa scendere nel dettaglio in questa sede (T 83 B-E). Anche le vesciche, l’essudato in esse contenute, il sudore e le lacrime sono secrezioni formate a partire dalla bile e che possono portare con sé malattie. Oggi sappiamo che molti virus e batteri viaggiano proprio grazie a questo tipo di veicoli. Il grado di infezione di carni, nervi e tendini è variabile, fino alla contaminazione del midollo, che rappresenta per Platone la forma più grave di malattia in quanto porta inevitabilmente alla morte (T 84 A-C).

Il terzo gruppo di malattie deriva da una triplice causa: dall’aria, dal catarro e dalla bile. Si tratta delle malattie delle vie respiratorie, che possono portare all’insufficienza respiratoria che crea “pressione sul diaframma“. Sono malattie, spiega Platone, che spesso provocano dolore, tensioni, e sudorazione abbondante. A questa categoria appartengono le malattie tetaniche e le febbri, ma anche l’epilessia che, secondo Platone, sarebbe dovuta a un mescolamento della “pituita bianca” (il catarro) con la bile nera. La mistura risultante contamina la “divina” circolazione cerebrale: non a caso, l’epilessia è detta anche “malattia sacra” (T 84D-85B). L’infiammazione è un prodotto della bile, che se trova sfogo verso l’esterno provoca i tumori, ma se rimane imprigionata all’interno del corpo genera appunto infiammazione, la più grave delle quali risulta da una contaminazione del sangue (sepsi). Se la bile viene vinta, per fuoriuscire dal corpo “come un fuggiasco da una città in rivolta” può usare vie spiacevoli e che causano problemi intestinali come la dissenteria (T86A).

Se, invece, riesce a penetrare nel midollo si sciolgono i legami dell’anima, che diventa libera di navigare in libertà (T 85E)

L’eccesso di uno degli elementi provoca diversi tipi di febbri, che Platone divide rispetto al tempo di ricorrenza: quotidiane se derivano dal fuoco, terzane da eccesso di acqua, quartane per eccesso di terra (T 86B).

Le malattie dell’anima

Anche l’anima si ammala, la sua tipica malattia per Platone è la dissennatezza, che può assumere due forme: la follia e l’ignoranza. Questo è un passaggio fondamentale nel tratteggiare il parallelo tra Timeo e Samkhya, in quanto il filosofo greco esplicita gli effetti di piacere, dolore e attaccamento sulla salute della mente umana, in totale analogia a quanto già discusso a proposito dei klesha che si originano dalle impressioni sensibili e che offuscano la possibilità della retta conoscenza.

Per Platone, infatti, dolori e piaceri eccessivi sono tra i mali più grandi che affliggono l’uomo. La fretta di prolungare il piacere e sfuggire il dolore può portare fuori di senno, provocare rabbia, fino a perdere la retta via (T 86C)

La ragione, ovviamente, va intesa nel senso di Luce dell’Anima divina, ovvero l’intelletto discriminante Buddhi, che permette di conoscere la vera essenza dell’essere umano tanto per Platone quanto per il Samkhya. Un essere umano che è tutt’uno con la natura in cui vive, quanto di più lontano dall’idea di uomo immortale che la medicina gemmata dall’idea illuministica di ragione e scienza “razionale” ha creato nell’ultimo secolo. Ormai siamo arrivati all’homo chippiens, a sistemi di microfluidica in grado di replicare il funzionamento del network complesso di sistemi e funzioni d’organo che costituiscono l’essere umano, alla stampa 3D di interni organi o altre parti del corpo da utilizzare per i trapianti, e anche l’ipotesi di un trapianto completo di testa non è poi così campata per aria…Ogni volta che leggo queste cose mi chiedo cosa direbbero i saggi rishi o Platone a riguardo, che tanto tempo hanno speso a speculare sull’essenza profonda dell’essere umano per trovare la chiave per la salute, sia in questo corpo mortale che per quella eterna. Una chiave che non è nascosta all’interno di alcun trapianto o intervento salvavita, ma piuttosto nella capacità di andare incontro serenamente alla morte, ben sapendo che quello che muore è solo l‘involucro esterno, il vestito che ci ha accompagnato in questa vita e che come tutti i vestiti alla fine si è talmente liso che non sta più insieme. Ma il resto dell’essere, l’anima mortale di Platone, i corpi respiratorio, mentale e spirituale dello yoga hanno la certezza di una nuova vita. In che forma, lo vedremo in una successiva puntata del racconto.

Il cavaliere, la morte e il diavolo (Albrecht Durer) (pubblico dominio, wikimedia)

Per il momento, affido il mio testamento biologico a queste pagine: desidero morire il più in fretta possibile e senza essere ridotta a vegetare o venire sezionata per scopi (i trapianti) che con la vera vita hanno per me ben poco a che spartire. Il mio futuro dipenderà da come la mia anima lascerà questo corpo: se anche un minuscolo pezzetto di esso non sarà morto insieme a tutto il resto, ma continuerà a vivere in un altro corpo, la mia anima non potrà completare il distacco dal corpo in modo sereno e completo. Un distacco che desidero essere il più naturale possibile, senza alcuna forma di accanimento terapeutico che mi trattenga qui un secondo in più, un respiro in più, di quanto non sia stato stabilito nel momento stesso della nascita. Il superamento di abhiniveśa, l’attaccamento alla vita (uno dei cinque klesha), è un passaggio fondamentale verso l’obiettivo di lavorare al fine che l’anima mortale si ricongiunga a quella divina.

Educazione alla salute

Tornando al seminato, l’attaccamento alle passioni è motivo di grandi piaceri e dolori anche per Platone, e a causa di ciò la persona corre il rischio di essere additata come malvagia, pur essendo l’anima malata a causa dei comportamenti del corpo. La malattia dell’anima si genera quando gli umori che affliggono il corpo non trovano sfogo all’esterno, e le loro esalazioni si mescolano quindi col movimento tipico dell’anima. Un meccanismo che ricorda le vritti, i vortici che agitano la mente e che derivano dall’attaccamento del corpo (e della mente stessa) alla realtà esterna (T 87A). Le vritti, per gli Yoga Sutra (YS, II 50 e III 43) sono anche legate alla fase del ciclo respiratorio, tutto pieno, tutto vuoto o intermedio alla base di molte tecniche di pranayama e di meditazione.

Il sacrificio può trovare molti modi per essere realizzato, ad esempio attraverso il pranayama che regola il respiro e l’energia vitale di conseguenza, ovvero tramite un’alimentazione controllata o mettendo da parte dal vita mondana a favore di quella spirituale. Quale che sia la via prescelta da ciascuno, i frutti dei sacrifici compiuti permettono di lavare via i peccati e gustare il nettare dell’immortalità (Bhagavad Gita cap. 4)

Il raggiungere il momento della morte in una o l’altra di queste fasi può avere, per lo yoga, un effetto diverso sul destino dell’anima che lascia il corpo. Non è solo la malattia del corpo a causare la malattia dell’anima, c’è anche un’altra causa per Platone: l’essere cresciuti senza ricevere un’adeguata educazione (T 86D-E). Il filosofo greco, da questo punto di vista, attribuisce la maggiore responsabilità ai genitori e agli educatori per l’incapacità di trasmettere una buona educazione, piuttosto che ai giovani discenti, ai quali riserva però un compito ben chiaro e difficile da perseguire:

Rifuggire dal male e scegliere il bene è l’obiettivo da perseguire attraverso l’educazione, gli insegnamenti e tutte le attività quotidiane (T 87B)

Appare chiaro il parallelo con l’esordio del Samkhya: ci vuole impegno (tapas) per progredire verso la retta conoscenza che permette di scegliere il bene, staccandosi dai legami creati dalle passioni che, viceversa, conducono verso il male. Una conoscenza che può essere acquisita, sia per Platone che per Isvarakrśna, attraverso l’attività, ovvero l’esperienza diretta del mondo che permette di raccogliere sensazioni e inviarle a Buddhi, l’anima razionale platonica. La buona educazione permette di discriminare tra bene e male, indirizzando quindi al meglio le proprie azioni. L’educazione passa spesso anche dallo studio dei testi autorevoli. Infine gli insegnamenti, che per lo yoga tradizionalmente sono trasmessi per via orale da allievo a discepolo, una prassi tipica anche di molte scuole filosofiche greche, per lo meno per quanto riguarda la trasmissione delle parti più esoteriche della dottrina.

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SK 23: Pranayama: la nassa che respira

Meditazione profonda sul terzo occhio, respiro equilibrato tra le due narici: è la ricetta per liberare la mente raggiungere la pace eterna (Bhagavad Gita, cap. 5)

Una nassa che respira

Non basta mangiare, l’energia che deriva dal cibo va anche distribuita nel corpo. Gli dèi, quindi, hanno predisposto alla bisogno dei “canali d’irrigazione”, le vene. Il torrente circolatorio trasporta in primis l’elemento fuoco, il più piccolo di tutti, alimentato dal cibo metabolizzato nel ventre in quanto “tagliuzzato” dai triangoli del fuoco gastrico. Il colore rosso del sangue, che trasporta il nutrimento, per Platone deriva dal colore tipico dei triangoli dell’elemento costitutivo (T 80E-81A). Non solo fuoco, le vene trasportano anche l’altro elemento “piccolo”, l’aria (T 78 B).

Platone immagine il sistema circolatorio come una nassa intrecciata, i cui giunchi si diramano dal centro fino all’estremità del corpo. Le nadi sono tradizionalmente 72 mila secondo il Vasişţtha, quanti saranno i giunchi platonici? Il Timeo non ce lo dice, mentre specifica che le sue parti interne (le vene) sono fatte di fuoco, mentre le imboccature (la trachea e l’esofago) sono fatte di aria (T 78C). La forma della nassa, col suo fondo rientrante, richiama quella dei polmoni e del diaframma in posizione di espiro completo.Chissà se Platone si è ispirato direttamente dai pescatori greci o a quelli dell’isola di Ponza per l’analogia?

Il previdente architetto che sovrintende alla progettazione dell’uomo ci tiene che la sua creatura non difetti mai di aria, quindi oltre alla bocca con le sue due entrate (esofago e trachea) ha previsto una seconda porta d’ingresso per il respiro, collegata con la precedente, che in questo modo può anche rimanere chiusa: le due narici.

Una delle otto illustrazioni che esplicitano il parallelo tra la visione yogica dei chakra e la visione medico-anatomica del corpo (Hamsasvarupa, Trikutivilas Press, Muzaffarpur, 190?) credits: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org)

Una delle otto illustrazioni che esplicitano il parallelo tra la visione yogica dei chakra e la visione medico-anatomica del corpo (Hamsasvarupa, Trikutivilas Press, Muzaffarpur, 190?) credits: Wellcome Library, London. Wellcome Images, CC BY 4.0, http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/)

Le narici sono solo il punto di entrata dei due canali (vene) che scorrono nel corpo lungo la spina dorsale (T77D). Questi canali sono intrecciati e corrono in direzione una contraria all’altra, in modo da creare un secondo collegamento tra corpo e testa, oltre a quello già visto della pelle. Questo perché, specifica Platone, la testa non è rivestita da nervi: i canali della circolazione sanguigna, quindi, le permettono di trasmettere a tutto il corpo le impressioni dei sensi e, viceversa, di ricevere i segnali ricevuti da essi (T 77E).

Mappa delle nadi e dei chakra (credits: thefullwiki.org)

Canali in tutto simili alle nadi dello yoga, i canali pranici che si intrecciano attorno a sushumna. Le nadi sono in genere paragonate al sistema nervoso autonomo della fisiologia moderna, dove i nervi s’intersecano nei plessi nervosi formando i chakra. I taluni testi della tradizione le nadi sono intese essere viste come passaggi per il respiro e il nutrimento. Le tre nadi principali sono sushumna, ida e pingala, in totale 14 sono quelle a cui i testi (Vasişţtha) assegnano un nome proprio.

Il sistema dei sette chakra, manoscritto yogico in lingua Braj Bhasa, 1899 (credits fr.m.wikipedia.org, pubblico dominio)

Sushumna corrisponde ai centri nervosi del midollo, le altre due a quelli che da esso si dipartono intrecciandosi tra loro, come nel caduceo. L’Hatha Yoga Pradipika e le Upanishad identificano anche ida e pingala come canali respiratori che si originano dalla narici.

La pratica di Nadi Shuddi, in effetti, è una pratica preliminare fondamentale di pulizia (shuddi) dei canali respiratori, fondamentale per rendere pienamente efficace le successive tecniche di pranayama, ovvero la distribuzione dell’energia vitale del prana nel corpo mediata dai vayu. I soffi vitali, infatti, esercitano la loro azione proprio attraverso le nadi. Ida è il canale che scorre alla sinistra di sushumna, fino alla narice sinistra, ed è sede della divinità lunare Chandra/Soma. Pingala, invece, è il canale che corre fino alla narice destra, ed è sede della divinità solare Surya. Che la nassa platonica e le nadi yogiche rappresentino lo stesso concetto, del resto, lo testimonia la comune etimologia che deriva dal sancrito nah = legare, allacciare: le maglie intrecciate della nassa, quindi, ma anche i chakra in cui si intersecano le nadi.

Un ritmo circolare

La parte inferiore della nassa, i polmoni spugnosi, sono alloggiati nella cavità toracica. Da qui, con un movimento ritmico e ciclico, il respiro si muove alternativamente verso l’alto e il basso, in un movimento che si trasmette anche alla circolazione, ad esso collegata, finché dura la vita umana.

Il corpo è “poroso”, secondo Platone, e contiene il “reticolato” dei polmoni, che proprio come un mantice soffiano il flusso dell’aria dentro e fuori senza mai fermarsi finché c’è vita (T 78E).

Il respiro platonico è un respiro che rinfresca e trasporta il nutrimento prodotto dal fuoco, affinché il corpo venga “nutrito e viva” (T 79A). Lo si può intendere, quindi, come energia vitale in modo analogo al prana yogico che viene veicolato nelle nadi. Il prana è uno dei cinque vayu, quello che risale dal petto alle narici, quindi in una regione corrispondente a quella occupata dalla nassa platonica. I testi classici dello yoga interpretano il prana come il riflesso nervoso autonomo che preserva la vita. Per traslazione, negli Yoga Sutra (YS I 34), il prana diventa il respiro vitale, che si nuove circolarmente in un alternarsi di inspiro ed espiro, intervallati da una pausa. La pausa rappresenta il perfetto stadio di equilibrio tra il tutto pieno e il tutto vuoto, ma un suo prolungamento innaturale può risultare in grandi danni per il praticante. Gli otto khumbaka pranayama sono tecniche di controllo del respiro mirate a supportare l’evoluzione verso stati di coscienza superiori, e dhyana (la meditazione su un unico oggetto) è, per la Gerandasamitha, una parte essenziale del pranayama.

Anche gli Yoga Sutra indicano come, attraverso la pratica di pranayama, il controllo del movimento disordinato del respiro costituisca la porta si accesso al quarto stato di coscienza, il turiya che permette la caduta del velo di Maya:

Quando c’è controllo del prana il respiro è lento e regolare, privo di movimenti disordinati. Quando il praticante coglie la quarta dimensione del respiro (il vero significato della pausa tra inspiro ed espiro) si trascende il piano fisico per entrare in una dimensione spirituale e di continua presenza mentale (Yoga Sutra II, 49-53)

La condizione da realizzare a cui fanno riferimento i sutra è quella di asana, ossia il raggiungimento di una situazione dell’essere stabile e comoda. E’ proprio in tale situazione che, secondo il dr. Bhole, si possono abbandonare i comportamenti corticali e volontari del corpo a favore di quelli spontanei, sottocorticali. Emergono così i naturali movimenti del respiro, e amplificati a livello delle pareti del corpo, soprattutto nella zona del tronco. Svasa, l’allargamento delle pareti, è l’esperienza consapevole dei movimenti respiratori che conseguono all’inspiro; prasvasa è l’esperienza consapevole dei movimenti respiratori che conseguono all’espiro. Si fa anche l’esperienza consapevole di come l’energia-prana trasportata dal respiro agisce dentro l’organismo, in completa assenza di sforzo volontario L’esperienza di svasa e prasvasa si ampia con la pratica dal livello fisico a quello mentale ed esperienziale, con lo scopo di attivare la risalita del prana lungo sushumna. Il pranayama, quindi, è l’utilizzo consapevole dell’energia vitale individuale tramite la meccanica del respiro, per rendere la mente più sensibile ad un processo di autorealizzazione.

L’esperienza respiratoria può anche essere vissuta da un altro punto di vista, quello del riempire completamente sull’inspiro (puraka) di energia vitale il khumba, il contenitore del corpo. Un vaso che si riempie dal basso verso l’alto allargando le pareti addominali (svasa), un soffio vitale che è diretto verso l’alto, come dall’alto arriva tutto ciò che entra nel corpo (prana vayu). Il vaso, poi, si svuota sull’espiro (rechaka) dall’alto verso il basso, come l’acqua che esce da una bottiglia. Il corrispondente soffio vitale, apana vayu, è diretto verso il basso, analogamente a tutto ciò che esce dal corpo. Samana vayu, il soffio equilibrante, che distribuisce il fuoco generato nella zona dello stomaco e del plesso solare in tutto il corpo, ha un ruolo del tutto assimilabile alla nassa platonica. Quando puraka e recaka si fondo in un ininterrotto flusso ciclico di respiro senza pause si realizza la terza tipologia di respiro, khumbaka, la piena realizzazione dello yogi. Ad ogni fase del respiro corrisponde anche una divinità e una lettera del mantra AUM. La dea Gayatri presiede allo stadio di rechaka (M), la dea Savitri a quello di khumbaka (U) e la dea Sarasvati a quello di puraka (M).

Il ciclo della vita

Anche Platone dedica ampio spazio nel Timeo per spiegare il meccanismo della respirazione e i suoi effetti. L’espiro deriva dall’aria che fuoriesce dal corpo, spingendo più in là l’aria circostante in un movimento circolare finché, giunto al punto di partenza, si inverte e riempie nuovamente il corpo (T 79B-C). Questo complesso meccanismo funziona, secondo Platone, come una specie di scambiatore di calore dove il fluido trasportato dall’espiro elimina dal corpo l’eccesso di calore prodotto dal fuoco che scorre nelle vene, risucchiando al suo interno l’aria fresca che agisce a mò d’impianto di condizionamento. La continua interconversione del gradiente di temperatura tra aria che entra ed esce dal corpo fa si che le masse d’aria con la stessa temperatura cerchino di ricongiungersi, generando quindi il ciclo del respiro (T 79D-E). Ciclo del respiro e ciclo della vita, quella umana e quella universale, per Platone sono intrinsecamente connessi in quanto caratterizzati dal movimento circolare.

Riempimento e svuotamento dei polmoni avvengono secondo le normali regole dell’universo, il simile va verso il simile (T 81A)

 I cicli del respiro ridistribuiscono di continuo, fin dalla nascita, gli elementi nel corpo. All’inizio i triangoli elementari che lo costituiscono sono in ottime condizioni, danno luogo a “vigorose connessioni” e il corpo cresce. La crescita è anche collegata a una quantità di particelle che entra nel corpo maggiore di quella che ne esce. Ma, come per tutte le cose materiali, anche i triangoli pian piano si consumano con l’avanzare dell’età a causa delle “lotte interiori” con gli altri triangoli, ha inizio l’invecchiamento. Quando la radice che tiene uniti i triangoli a formare i diversi organi e tessuti si rescinde, essi non sono più in grado di “tagliare” i triangoli provenienti dai cibi, che prendono il sopravvento e l’organismo inizia a deperire (T 81C-D). Il modo in cui si rescindono gli ultimi legami che tengono legata l‘anima nel corpo è fondamentale per Platone affinché essa possa venire “liberata secondo natura“.

Una volta liberata, l’anima è libera di volare via. Un processo piacevole, per Platone, in quanto avviene “secondo natura” (T 81E)

Anche se non lo dice apertamente, sembrerebbe che anche per Platone una buona qualità del respiro possa aiutare un distacco sereno e privo di dolore da questo mondo, conducendo a una morte “secondo natura”, priva di dolore ma anche di attaccamento alla vita e ai suoi piaceri, che è anticamera della liberazione finale dell’anima. Gli yogi avrebbero realizzato in questo momento la perfetta sospensione del respiro, khumbaka, e avrebbero lasciato il corpo fisico nello splendore del loro mahasamadhi.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

SK 22: Anatomo-fisiologia platonica

La conoscenza dell’anatomia permette di riconoscere la natura delle malattie. I medico deve conoscere i processi di Natura per individuare le loro cause profonde, e spesso invisibili. Il potere vitale e la forza meccanica plasmano l’uomo; tutti i rimedi sono contenuti nel corpo invisibile dell’uomo (Paracelso, citazioni varie)

Nel corpo umano convivono due anime: quella divina, immortale ha sede nella testa, quella mortale collocata nel petto. Il collo è l’itsmo che separa le due anime. Al cuore gli dèi hanno riservato una posizione di “guardia” che, attivata dalle sensazioni, può combattere contro ira e passioni per lasciare il dominio alla parte migliore dell’essere umano (T 70 B-C). Che il cuore rappresenti un locus particolare del corpo umano è testimoniato ad esempio dal portare le mani ad esso in posizione di preghiera, un mudra comune a molte tradizioni tra cui quella cristiana e quella yogica.

Buddha in Anjali mudra (credits: Veit Zahlaus, www.commons.wikimedia.com)

Buddha in Anjali mudra (credits: Veit Zahlaus, CC BY-SA 4.0, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/deed.en, from Wikimedia commons)

Anjali mudra, noto anche come hrdayanjali mudra è il gesto tipico di saluto della cultura indiana, il sigillo del cuore (sanscr. hrd = cuore): Anjali deriva dal sancrito “anj” che significa onorare, celebrare. Il mudra è quindi un gesto di reverenza e offerta divina. Nell’accezione di atmanjali mudra prende il significato di reverenza e saluto al Sé.

Gli dèi sono stati previdenti nella loro progettazione architettonica: prevedendo che gli attacchi d’ira possano causare eccitazione e produzione di calore, hanno predisposto anche un impianto di raffreddamento interno: i polmoni, molli come spugne, assorbono l’ira a portano frescura al cuore. Quest’ultimo, in questo modo, ha a disposizione un fresco cuscino su cui appoggiarsi e fa meno fatica a prestare il suo servizio a favore della ragione (T 70C-D). L’anima mortale è affamata e per questo gli déi le hanno messo a disposizione anche una “mangiatoia” dove trovare nutrimento: lo stomaco, posto tra diaframma e ombelico.

L’anima è una “bestia selvaggia” da nutrire, processo indispensabile per mantenere in vita l’uomo (T 70E)

La sopravvivenza dell’uomo dipende dalla sua capacità di cibarsi, è una necessità ineliminabile che, però, se non controllata, “legata”, può risultare in eccessi famelici e generare attaccamento ai piaceri della gola. Proprio per questo è l’anima mortale è stata collocata lontana dall’anima divina, che può così rimanere tranquilla, senza venir turbata dagli eccessi e può così continuare a deliberare “intorno a ciò che giova a tutto il corpo nel suo insieme e nelle singole parti” (T 71A). Che poi sia effettivamente possibile continuare a discriminare in modo distaccato dopo una bella mangiata, questo è tutto un altro paio di maniche. Non a caso, per lo yoga il cibo andrebbe preparato con una particolare riverenza e attitudine mentale, favorendo cibi con caratteristiche sattviche, in grado di rilassare mente e corpo e favorire il raggiungimento di stati di coscienza superiori.

Il fegato in bronzo di Piacenza, riproduzione un fegato animale con inciso il nome, in etrusco, delle divinità connesse ad ogni parte dell’organo. Il manufatto fu trovato nel 1877 ed è conservato nel museo civico cittadino. (credits: wikimedia.org, CC BY-SA 3.0, https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/deed.en)

Del resto, Platone sa benissimo che l’anima mortale, allettata com’è da immagini e parvenze, ben difficilmente è in grado di comprendere le necessità della ragione e i messaggi che essa invia grazie alla discriminazione. Per questo motivo, gli dèi hanno creato il fegato, lucido e dolce, che fa da specchio per l’anima mortale: la paura nasce dalle immagini riflesse, emanazione della “potenza dei pensieri che proviene dall’intelligenza”, genera amarezza e provoca la produzione di bile, che rende rugoso e ruvido il fegato, dà dolori e causa nausea (T 71 B-C). Viceversa, quando si vive in una condizione di benessere e mitezza, le immagini proiettate nel fegato dall’intelligenza hanno una connotazione positiva, tale da renderlo liscio e “libero”; anche l’anima è serena e tranquilla, e può praticare la divinazione durante il sonno (T 71 D).

La divinazione è un’arte messa a disposizione dal Demiurgo per far sì che anche l’anima mortale, sprovvista di ragione, potesse “cogliere la verità”, essendo lo scopo divino quello di rendere ottima la stirpe umana. Ma tale arte non è esercitabile dall’uomo in qualsiasi momento, bensì sono in condizioni al di fuori degli stati ordinari di coscienza: nel sonno o quando, a causa di una malattia, si è fuori di sé. Lo stato di veglia conduce infatti, per Platone, la persona dotata di senno a riflettere sulle cose tramite il ragionamento sulle immagini viste in sogno, “distinguendo rispetto a che cosa e per chi significhino qualcosa di male o di bene, futuro o passato o presente” (T 72 A). Mentre la persona fuori di senno non è in grado di giudicare. E’, quindi, compito dei vati, gli indovini, farsi tramite tra divino e umano per interpretare le divinazioni ispirate, pratica che viene esercitata leggendo i segni resi evidenti sul fegato (T 72 B-C). Le testimonianze storiche riportano dell’importanza che la pratica della divinazione sul fegato rivestiva presso gli Etruschi e l’immagine dell’indovino Calcante dotato di ali evidenzia il collegamento di questa attività con il divino.

Ma, come tutti gli specchi, anche il fegato ogni tanto si appanna e serve quindi un “panno” per ripulirlo: la milza spugnosa, che ne assorbe le impurezze diventando grande e permette al corpo di spurgare, ovvero di ritrovare una condizione di normalità grazie all’eliminazione delle tossine. Solo dopo che ciò è avvenuto, la milza ritorna di dimensioni normali (T 72 D). Abbiamo già visto come le intemperanze di gola possa dar luogo ad eccessi smodati: per limitare gli effetti nefasti del cibo e delle bevande gli déi hanno quindi creato l’intestino, che agisce da “ricettacolo” di tutto ciò che è superfluo. E per limitare il senso della fame e la voracità ne hanno rallentato il transito avvolgendolo a spirale, di modo che si svuoti più lentamente (T 73 A-B).

Sushumna, sede dell’anima mortale e perno del corpo

Il midollo deriva, per Platone, in via diretta da triangoli originari scelti per la perfezione della forma (“dritti e lisci”) e per il fatto che fossero in grado di “produrre con precisione” i quattro elementi. L’anima rimane legata al corpo prioprio grazie al fatto che tali triangoli sono uniti uno all’altro nel midollo, e rappresentano le “radici della razza mortale” (T 73B).

Dal mescolamento di tali triangoli deriva il seme comune di tutta la stirpe mortale: il demiurgo vi pianta il seme e lo modella in tante figure quante sono le forme dell’anima. Più in particolare, l’anima divina è collocata nel cervello, posto all’interno del “vaso” della testa, di forma rotondeggiante. L’anima mortale, invece, è stata collocata nella restante parte del midollo, modellata in forme “rotondeggianti e oblunghe”, circondate da un rivestimento osseo, ovvero le vertebre. E’ proprio a partire dalla colonna vertebrale, che funge da legame e ancoraggio per l’anima, e attorno ad essa che è stato quindi creato tutto il resto del corpo umano (T 73 C-E).

Geroglifico mercuriale e caduceo (Limojon de Saint Didier, Le triomphe hermétique, 1710)

Geroglifico mercuriale e caduceo (Limojon de Saint Didier, Le triomphe hermétique, 1710) (credits: Acam.it)

L’importanza della colonna come perno centrale dell’impalcatura-uomo e ricettacolo profondo dell’anima, collocato nelle insondabili profondità del corpo e ben protetto dalla sovrastante struttura ossea e muscolare, è testimoniato dall’immagine ricorrente del caduceo tipica della tradizione ermetica e ancor oggi simbolo dell’arte medica e farmaceutica, ovvero della capacità di curare l’essere umano.

Analogamente, la tradizione indiana riserva un ruolo centrale al serpente Kundalini, l’energia vitale del Sé che dorme arrotolata alla base della colonna (i segmenti del coccige, corrispondenti alle spire del serpente). Il risveglio e la risalita del serpente verso l’alto, fino al settimo chakra collocato nella zona della fontanella, proprio al vertice della testa, simboleggia il raggiungimento della liberazione.

La condizione, cioè, che, sia Platone che il Samkhya, identificano come la vera conoscenza, ovvero il riconoscimento del ricongiungimento dell’anima mortale con quella divina che qui ha sede. Anche la struttura protettiva fatta di ossa e carne è stata, per Platone, ottenuta a partire dal midollo: le ossa per mescolamento di esso con terra fine setacciata, quindi per cicli successivi di cottura nel fuoco e indurimento nell’acqua, fino ad ottenere un materiale duro e insolubile (T 74A). Il procedimento ricorda tanto la cottura dell’argilla, e forse non è un caso che proprio da essa (come già visto) è stato plasmato Adamo. Argilla che è anche la materia prima per l’arte vasaia, ovvero l’essenza di ogni contenitore che, dall’alba dell’uomo, fa da ricettacolo a molte cose del mondo o, nella sua accezione di khumba, all’anima umana. Platone specifica che le vertebre sono un “recinto simile a pietra” che ha la funzione di contenere il “seme genitale”, ovvero il midollo e l’anima mortale. Ad esse sono collegate le articolazioni, che permettono di ottenere movimento e flessione, ovvero attraverso i gesti tipici dei Karma Indriya, gli organi di azione tra cui sono ricompresi gambe e braccia.

Le articolazioni sono per Platone un elemento intermedio ottenuto ponendo in esse la potenza del Diverso: si potrebbe arguire che esse fungono da ponte tra l’anima, incardinata in testa e colonna, racchiusa nella pietra ossea, e la realtà esterna, che può essere pienamente fruita attraverso l’azione delle gambe e delle braccia, che permettono di orientarsi e muoversi liberamente all’interno di essa.

La carne, invece, è stata ottenuta impastando il midollo con acqua, terra e fuoco, con l’aggiunta di sostanze acide e salate fermentate, in modo da ottenere un prodotto “succoso e molle”, adatto a fungere da imbottitura morbida per attutire i colpi sulle ossa, strutture dure e rigide e pertanto facilmente danneggiabili. La carne funge anche da protezione contro le temperature estreme, sia calde che fredde, grazie al sudore e alla circolazione sanguigna.

I muscoli, infine, essendo collegati alle articolazioni permettono di muovere gli arti (T 74 B-C). I nervi hanno la stessa composizione della carne ad eccezione delle sostanze fermentanti, e rappresentano una “potenza” intermedia tra la carne e le ossa, risultando più consistenti e viscosi della prima e più morbidi e flessibili delle seconde (T 74 D). Dalla prima vertebra cervicale si dipartono i nervi, che avvolgono la mascelle e da qui scendono e congiungono le varie articolazioni.

La bocca è la porta d’ingresso del cibo, una necessità ineliminabile, come pura l’altrettanto necessaria via d’uscita delle parole. Poiché è al servizio dell’intelligenza, tale sorgente è la migliore di tutte (T 75E). La quantità di pelle sulla testa è il risultato di una “scorza” disseccata di carne che la ricopre, richiusa alla sua sommità in un “nodo” dopo essere stata irrorata dall’umore fuoriuscito dal cervello attraverso le giunture ossee, che a loro volta si formano con modalità che dipendono da movimenti periodici e dalla nutrizione (T 76 A-B). L’apertura del nodo, corrispondente al settimo chakra, come sappiamo dalla tradizione indiana riconnette l’anima individuale con quella universale: l’anima mortale risalita lungo la colonna si ricongiunge con quella divina contenuta nella testa, riconoscendo la vera natura di entrambe. I follicoli da cui nascono i capelli sono stati formati dal fuoco, che ha bruciato la pelle provocando la fuoriuscita dell’umore, che condensando e radicandosi a contatto con l’aria si trasforma nei sottili fili che offrono una copertura e una protezione leggera per la testa, senza andare a inficiare la sua capacità sensibile (T 76 C-D).

Le unghie derivano invece da una miscela disseccata di nervi, pelle e osso. Di per sé, esse non sarebbero necessarie all’uomo, ma gli déi previdenti, sapendo che dall’uomo sarebbero poi nati la donna e gli animali, le hanno date in dotazione fin dall’inizio della creazione della stirpe mortale in quanto necessarie a questi ultimi (T 76 E).

Pesantezza e aspettativa di vita

C’è una proporzionalità inversa tra la quantità di anima contenuta nel midollo e la quantità di carne che le riveste: ossa con poca anima sono rivestite da tanta carne (come le ossa di gambe e braccia), mentre quelle contenenti tanta anima sono rivestite da poca carne (come la testa). L’unica parte costituita da sola carne è la lingua, che è “finalizzata in sé e per se alle sensazioni” (T 75A). Anche le giunture sono poco rivestite, per non rendere troppo pesante il corpo e impedire i movimenti. Il motivo di tale modalità di distribuzione della carne è semplice: nessun animale riuscirebbe a sostenere il peso del contrario, ossa dure e molta carne, sperimentando al contempo sensazioni “acute” (T 75 B).

La scarsezza di carne, quindi, è per Platone indice delle zone più sensibili del corpo, quelle in grado di ricevere sensazioni più acute. La testa, sede dell’anima divina e della ragione, è poco resistente perché poco protetta. Se fosse il contrario, la vita sarebbe più lunga, più sana e priva di dolori (T 75 B), ma anche peggiore, e poiché il Demiurgo vuole solo l’ottimo per la sua creatura.

Una vita più corta e migliore è stata preferita dall’artefice dell’universo, motivo per cui la testa (che contiene il cervello) è sì capace di sperimentare le sensazioni e di ragionare, ma è anche più debole rispetto al resto del corpo (T 75C-D)

Dunque, per Platone la struttura organica del corpo, e in particolare la testa resa leggera dalla mancanza di carne, la cui pesantezza ottunderebbe la ragione che in essa risiede, è il risultato di una scelta ben precisa da parte degli déi: meglio una vita breve ma in grado di percepire le sensazioni e di discriminare tra esse per mezzo del discernimento che una vita lunga ma priva della luce della ragione.

Dolore e sofferenza sono intrinseci in una vita breve, che però gode della possibilità che gli è data di venire guidata dalla ragione. La vita lunga sarebbe senz’altro priva di dolori, perché la testa non sarebbe in grado di rielaborare le sensazioni che le giungono, ma molto probabilmente priva della “gioia di vivere” tipica dell’uomo illuminato. Viene da chiedersi cosa avrebbe pensato Platone della vita lunga e semi-artificiale a cui oggi sono condannate molte persone che per incidente o malattia sono ridotte a vegetali, ma tuttavia continuano a vivere attaccate ad una macchina. Ai tempi di Platone la loro vita sarebbe stata molto più breve, sarebbe interessante avere un loro feedback se ciò abbia rappresentato anche un’opzione migliore rispetto alla vita vegetativa o meno.

Piante: l’immobilità che viene in soccorso della sofferenza

L’uomo mortale deve vivere a contatto con l’ambiente esterno e le sue intemperie, secondo il principio di necessità, motivo per cui gli deì hanno provveduto a fornirgli il riparo delle piante (T 77A)

Faggeta nel Parco naturale dei Monti Aurunci (credits: Gabriele Altimari, CC BY 3.0, https://creativecommons.org/licenses/by/3.0, from Wikimedia Commons)

Platone non lascia molte speranze sul destino del corpo umano, che a causa delle intemperie e del calore del sole è destinato a morire e a sciogliersi nuovamente nella natura. Per evitare però che tale fine fosse troppo repentina, gli dèi hanno creato una seconda specie di viventi, le piante e gli alberi, mescolando tra loro la natura umana con altre forme e sensazioni. Le piante sono una specie addomesticata, che produce le colture grazie ai semi che sono stati “educati” alla bisogna, al contrario delle specie selvatiche. Anche oggi chiunque abbia un minimo di pollice verde sa bene come sia estremamente difficile far crescere in ambiente domestico una pianta prelevata in natura, a causa dell’ecosistema completamente diverso in cui si inserisce.

Anche le piante sono esseri sensibili, dotate come sono del terzo tipo di anima, quella posta tra diaframma ed ombelico: un’anima sprovvista di intelligenza e capacità di ragionamento, ma che comunque può sperimentare le sensazioni piacevoli o dolorose (T 77B).

Non vedo la differenza tra il bollire un’aragosta o una carota appena estratta dalla terra, o tra mangiare carne macellata piuttosto che insalata a cui è stata tagliata la testa per metterla nel piatto. Sia gli animali che le piante sono esseri viventi, e vengono uccisi, anche se con modalità diverse, per rispondere alla necessità dell’uomo di nutrimento. L’unica differenza è che l’uccisione delle piante non appare essere cruenta, non scorre sangue (ma linfa spesso si!) e non c’è nessun gemito pietoso o sguardo disperato. Da attenta osservatrice delle piante di casa, sono assolutamente convinta che anche loro sanno benissimo cosa succede attorno a loro. La loro passività è solo apparente, piacere e dolore sono evidenti da come reagiscono agli stimoli esterni anche se, come dice Platone (T 77 C), esse sono prive della capacità di ragionare sulle cose.

Vogliamo quindi dire che è il ragionamento su ciò che ci succede, non importa se siamo umani o alberi, il limite discriminante che rende accettabile o meno il dolore? Non ne sono affatto convinta, piacere e dolore sono elementi oggettivi, poi l’uomo ci può ricamare sopra con la mente e, quindi, amplificarne la portata. L’elemento discriminante è questo. E’ diverso, certo, dall’anima non raziocinante delle piante, il raziocinio è l’elemento che le distingue dall’uomo e le rende più disponibili ad accettare umilmente la sofferenza:

Anche il vegetale è “vivo”, anche se non è in grado di muoversi da solo essendo saldamente piantato nel suolo (T 77 C)

Possiamo dire che il raziocinio è, per molti versi, la condanna dell’uomo a soffrire? Cogito, ma anche se non lo facessi sarei lo stesso, e con molti meno problemi esistenziali. Le piante non hanno karma indriya, sono pressoché immobili, ben radicate come sono nella terra a differenza dell’uomo, che invece non ha radici e vaga qua e là: potremmo dire, con un po’ di azzardo, che le piante hanno già raggiunto l’illuminazione, essendo in una condizione stabile e traendo il proprio nutrimento direttamente dalla luce stessa, senza bisogno di bocca (non a caso sede di un altro karma indriya, e anche di uno jnana indriya).

Le piante rendono visibile tutte le potenzialità legate alla connessione diretta tra terra e cielo, tra individualità mortale e universo eterno, permangono stabilmente in una situazione di samadhi ben al di là di tutti gli inganni provocati dai sensi, e pertanto difficilmente percepibile dalla comune mente umana, così identificata com’è con gli oggetti del mondo materiale. Questa condizione innata di stabilità e di sensibilità non raziocinante le rende tolleranti anche alla sofferenza provocata dall’essere usate come cibo, o come tavole per costruire case o mobili, o come legna da ardere o per altre mille altre cose ancora.

L’anima “nella pancia” delle piante non ha bisogno di essere calmata e riportata a una condizione di unità con il tutto, essa è già parte del Tutto. Anche il secondo cervello dell’uomo, quell’intreccio di nervi particolarmente sensibile presente a livello della cavità addominale, non è raziocinante, eppure è spesso identificato come sede delle emozioni e senza la minima ombra di dubbio risponde alla velocità della luce e spesso in modo apparentemente irrazionale, psicosomatico, alle sollecitazioni provenienti dall’esterno. Corrisponde al terzo tipo di anima, quello delle piante che riconosce piacere e dolori. Ahimé noi mortali per raggiungere l’immobilità dobbiamo lavorare sodo: immobilità non solo del corpo fisico, ma anche degli altri kosha interni, energia vitale, emozioni, mente, spirito. Per fortuna abbiamo a disposizione lo strumento dello yoga (o di molti altri cammini di ascesi spirituale, è un obiettivo comune a tutte le tradizioni) che, attraverso la progressiva evoluzione personale, ci permette di permanere in una situazione di percezione indisturbata, di ritornare ad essere “pianta” ben radicata della propria radice interiore, una radice che si perde nell’infinita e silenziosa notte dell’eternità e asi nutre dell’energia del giorno, fino a ricongiungerci col seme originario.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

SK 21: L’uomo mortale, dominio delle passioni

Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita. // Ahi quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia e aspra e forte / che nel pensier rinova la paura! // Tant’è amara che poco è più morte; / ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, / dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Dante Alighieri, Inferno, canto 1, 1-9

La creazione della stirpe mortale

Nella terza parte del Timeo, Platone prende in considerazione la creazione dell’anima mortale da parte degli dèi e la susseguente creazione del corpo umano, di cui il filosofo fa un’attenta disanima, e il suo fato nel corso della vita. Le cose create dal Demiurgo sono ordinate da rapporti proporzionali e simmetrici. L’Universo è un universo vivente ed è unico, racchiudendo in sé sia i viventi mortali che gli immortali, ovvero gli dèi stessi a cui il Demiurgo ha affidato la creazione dell’uomo (T 70 A-C).

Gli deì vogliono imitare il Demiurgo, quindi plasmano in corpo mortale attorno all’anima immortale. Ma il copro contiene anche l’anima mortale, sede delle passioni. Piacere e dolore, coraggio e paura, rabbia e speranza sono i compagni del viaggio dell’uomo nella vita. Un uomo che si lascia sedurre da essi, fino a perdere la ragione (T 70D)

Gli iracondi (William Blake, illustrazione dell’Inferno, canto VII) (credits: Wikimedia commons, PD-Art)

Platone, quindi, individua le passioni come contenuto fondamentale dell’anima mortale: dolore e piacere, quest’ultimo “esca” che può causare dolori ancor più grandi del dolore stesso. E poi audacia e timore, che spesso possono risultare cattivi consiglieri in quanto spingono ad azioni inconsulte o, al contrario, frenano dal mettere in opera azioni che sarebbero giuste e foriere di risultati positivi per l’evoluzione della persona. La collera, che annebbia completamente la ragione, fa uscire di senno e porta anche qui spesso ad azioni sconsiderate, ma anche la speranza, in nome della quale l’uomo si fa spesso abbagliare da facili promesse di un futuro migliore. E’ da questo mix che, con l’aggiunta della mera sensazione non discriminante e con l’amore, che può anch’esso trarre i inganno se non supportato dalla profonda conoscenza di sé, che gli dèi hanno creato l’uomo mortale.

Oh cieca cupidigia e ira folle, / che sì ci sproni nella vita corta, / e nell’etterna poi sì mal c’immolle! (Dante, Inferno, canto XII, 49-51)

Anche per il Samkhya sono gli dèi i creatori della stirpe mortale degli uomini. Come già visto, la creazione avviene per azione dei Guna sulla materiale sottile e rarefatta della Natura immanifesta, creazione che dà luogo dapprima alla comparsa dell’Intelletto discriminante-Buddhi e da esso il senso dell’Io e i cinque elementi sottili (Tanmatra). Essendo l’intelletto a servizio del principio superiore, è solo l’intelletto stesso che, per il Samkhya, può distinguere la sottile differenza tra natura a anima (S.K. 37). Gli elementi sottili sono eterni, sono gli oggetti propri degli dèi e seguono il principio di piacere. Da essi derivano elementi grossolani, che sono specifici dell’essere umano e possono risultare “calmi”, ovvero caratterizzati da una situazione di intrinseca piacevolezza, oppure “violenti”, in quanto contenenti elementi che generano dolore, o ancora “offuscatori”, in quanto rendono annebbiata la mente (S.K. 38).

Anche il Samkhya fa una distinzione tra diversi livelli corporei: il corpo sottile è costituito dagli elementi sottili e da Buddhi, Ahamkara e Manas; è un corpo eterno, che trasmigra dopo la morte del corpo fisico e si reincarna secondo regole che verranno discusse in seguito.

Studio di anatomia (Leonardo da Vinci)

Studio di anatomia (Leonardo da Vinci) (credits: Royal Collection Trust, www.rct.uk)

Il corpo grossolano, invece, è creato dall’unione tra padre e madre e costituisce il contenitore del corpo sottile, un contenitore fatto di elementi grossolani che cresce e alimenta anche il corpo sottile fine dalla gestazione, attraverso il cibo mangiato dalla madre. Elementi sottili, elementi grossolani e i liquidi seminali dei genitori (gli indiani ancora non conoscevano uovo e spermatozoi, che sarebbero oggi meglio identificabili come il terzo oggetto) sono quindi, per il Samkhya, i tre oggetti specifici alla base della creazione dell’uomo mortale.Mortale solo in parte, per la verità: come già detto, il corpo sottile trasmigra dopo la morte, la parte che invece viene definitivamente meno è costituita dai soli elementi grossolani e da quelli di madre e padre. Nel suo commento al Samkhya Karika (uno dei più antichi, databile tra VI e VIII sec. d.C.), il saggio indiano Gaudapāda spiega come il corpo, nato da questi tre oggetti al momento del concepimento, sia poi avvolto in sei distinti involucri (sangue, carne, tendini, semen, ossa e midollo).

Studio anatomico del feto (Leonardo da Vinci)

Studio anatomico del feto (Leonardo da Vinci) (credits: Royal Collection Trust, www.rct.uk)

Gli elementi grossolani svolgono funzioni specifiche al suo interno: l’etere gli conferisce lo spazio, il fuoco gli permette di maturare, l’aria lo fa crescere, l’acqua genera coesione tra le parti, la terra lo sostiene. E’ solo una volta che il corpo del nuovo individuo sia completo di tutte queste parti che esso nasce. Come vedremo, anche Platone riserva molto spazio alla formazione delle varie parti che costituiscono il corpo mortale dell’uomo e alle loro funzioni. Ma, restando ancora un momento sul Samkhya, la strofa successiva ci dice una cosa fondamentale:

Il corpo sottile è “impregnato dei modi d’essere”, e portandoseli appresso trasmigra durante il processo della reincarnazione (S.K. 40)

Questa strofa è fondamentale nel delineare il meccanismo della legge del Karma, che sarà poi ulteriormente approfondita: il corpo sottile è eterno e non collegato a nessuna forma particolare (uomo, animale, ecc.) e di per sé sarebbe quindi incapace di “fruire” dei risultati delle azioni e dai pensieri messi in atto dal corpo generato dagli altri due oggetti specifici. Esso, però, rimane impregnato di questi modi d’essere, che corrispondono alle passioni a cui soggiace l’uomo platonico, e nel momento della trasmigrazione ne porterà con sé gli effetti.

Impressioni sensibili e trasmigrazione del corpo sottile

Amleto, principe di Danimarca (credits: chrisreadingfoto/pixabay, CC0)

Le impressioni sensibili sono il nostro collegamento col mondo esterno, il ponte che mette l’uomo in contatto con tutto il resto del creato e genera il controsenso fondamentale causa di tutti i problemi del genere umano: quello di andare a cercare le risposte alle domande fondamentali “Chi sono?”,Cosa sono?”,Dove vado?” nei macrocosmi esteriori invece che nei microcosmi interiori. Sia per il Timeo che per il Samkhya, il fine ultimo dell’anima è conseguire la vera conoscenza, un obiettivo che può essere conseguito sono riconoscendo il ruolo di “attore” del corpo sottile che agisce nel mondo della realtà materiale. Un attore che è altro da quello che recita, ma che in questa vita terrena s’immedesima nella parte e utilizza gli strumenti (karma e jnana indriya), le sensazioni e le impressioni sensibili che ne derivano e, mi vien da dire se ci riesce, si sintonizza con il potere delle natura per condurre al meglio la propria esibizione.

Il corpo sottile altro non è che un attore sul palcoscenico del mondo, che agisce secondo natura e utilizzando gli strumenti a sua disposizione per conseguire il fine dell’anima (S.K. 42)

Le passioni nominate da Platone nel Timeo trovano una corrispondenza più puntuale nei cinque klesha, le cinque predisposizioni psicologiche innate che sono esaminate nel dettaglio dagli Yoga Sutra: l’ignoranza (avidyā), l’egoismo (asmitā), l’attaccamento (rāga) e l’avversione (dveșa), la paura della morte (abhiniveśa). La loro manifestazione (udāra) dà luogo ai comportamenti tipici delle passioni citate da Platone. Non è detto che siano manifesti, possono rimanere allo stato latente anche a lungo, o presentarsi sporadicamente (vichinga), magari in forma attenuata (tanu) e non sufficientemente forte da disturbare la calma della mente, o completamente inattivi ma tuttora presenti nella mente (prasupta)]. La dissoluzione dei klesha viene favorita dalla meditazione (dhyana), che li pone in stato inattivo prevenendone le manifestazioni deleterie, e ha luogo in modo definitivo solo con il raggiungimento dello stato di pratiprasava, la disgregazione della mente identificata Citta (l’anima mortale, direbbe Platone) e il riconoscimento della piena essenza dell’essere coincidente con Cit, la mente non identificata, il vero Sé, l’anima universale platonica.

Il Samkhya distingue i modi d’essere in innati, naturali e prodotti (S.K. 43). I comportamenti innati, spiega meglio Gaudapāda nel suo commento, sono la virtù, la conoscenza, il distacco e il potere; quelli naturali sono propri dei quattro figli di Brahma, nei cui corpi si presentarono all’età di sedici anni; i modi d’essere prodotti sono, invece, quelli propri del genere mortale in cui la conoscenza, quella vera, si genera dagli insegnamenti del maestro. Su questa base si possono poi sviluppare gli altri tre modi d’essere innati, tutti aventi natura sattvica e quindi intrisi di “saggezza”, secondo una ben precisa sequenza logica: dalla conoscenza, deriva la virtù, da questa il distacco e da esso il potere…che non sarà certo il potere nel senso che viene comunemente dato al termine, ma piuttosto il potere di dominare la propria mente e tutti quelli che ne derivano ben descritti nel terzo capitolo degli Yoga Sutra e la cui trattazione non risulta qui pertinente. Ci sono però anche comportamenti e modi d’essere negativi, che sono l’esatto opposto di quelli appena visti e hanno natura tamasica: mancanza di virtù, ignoranza, attaccamento, mancanza di potere. Ecco quindi che, seppur non nominati apertamente, anche nel Samkhya ritroviamo un collegamento coi klesha. Il Samkhya enuncia anche con precisione gli effetti sortiti dai diversi modi d’essere e le ripercussioni sulla trasmigrazione dell’anima:

Virtù, conoscenza, distacco, potere favoriscono un’evoluzione verso la liberazione finale, mentre i comportamenti non virtuosi, l’ignoranza, l’attaccamento e la debolezza cementano i legami con il mondo materiale e manifesto (S.K. 44-45)

Intelligenza creativa

A seconda di come la persona agisce nel mondo, utilizzando i suoi sedici strumenti sempre a disposizione per agire, percepire e raccogliere le sensazioni da essi generate, l’intelletto che svolge la funzione di rielaborazione può ingenerare un primo set di quattro diverse forme di interazione con il reale e, di conseguenza di “creazione della conoscenza”: impedimento, incapacità, contentamento e ottenimento. A loro volta, per effetto del disequilibrio dei guna, tali forme possono crescere in numero fino ad un totale di cinquanta (S.K. 46). Di queste, cinque sono impedimenti, ventotto generano incapacità, nove sono i tipi di contentamento e otto quelli di ottenimento (S.K. 47). Non ne facciamo una disamina puntuale, limitandoci a riassumerli nella seguente tabella (tabella 1)[9]. 

Tabella 1: Le quattro forme di interazione con il reale (S.K. 48-51)

TRIPLICE UNCINO -> IGNORANZA UNICO DA PERSEGUIRE -> LIBERAZIONE
IMPEDIMENTO (S.K. 48) INCAPACITA’ (S.K.49) CONTENTAMENTO (S.K.50) OTTENIMENTO (S.K.51)
DUBBIO -> produce IGNORANZA = mancata CONOSCENZA Sorge quando non si riesce a rimuovere il dubbio Risponde alla domanda:“CHE ME NE IMPORTA?” -> non c’è impegno per risolvere il dubbio Si risolve il dubbio grazie all’attivazione dei sensi, che acquisiscono conoscenza, e al grado di discriminazione che si riesce ad applicare
1. TENEBRA -> 8 forme. Alla morte, il corpo sottile si disperde negli 8 prìncipi produttivi (Natura, Buddhi, Ahamkara, Tanmatra), pensando di aver raggiunto la liberazione2.OFFUSCAMENTO -> 8 forme. È l’attaccamento tipico degli dèi agli 8 poteri. Quando questi vengono meno, gli dèi riprendono a trasmigrare3. GRANDE OFFUSCAMENTO -> 10 forme. Deriva dal’azione dei sensi, che sono veicolo di piacere per gli dèi e per gli uomini4. BUIO -> 18 forme

È la conseguenza degli 8 poteri e dei 10 oggetti della vista e dell’udito. Dal piacere si genera attaccamento, dalla perdita si genera dolore

5. BUIO CIECO -> 18 forme

E’ il grande dolore che si sviluppa se la morte avviene nel momento del piacere o se si verifica la decadenza dei poteri

Le 5 forme base di impedimento danno luogo a 62 impedimenti totali

Deriva dai DIFETTI di:1.    gli 11 SENSI -> 10 difetti-      sordità-      cecità

–      paralisi

–      perdita del gusto

–      perdita dell’olfatto

–      mutismo

–      essere mutili

–      essere zoppi

–      impotenza

–      follia

2.    INTELLETTO ->7 difetti

Corrispondono alle caratteristiche inverse del contentamento e dell’ottenimento

4 CONTENTAMENTI INTERNI (che risiedono nel proprio Sé)1.   NATURA ->accontentarsi di conoscere i costituenti della Natura2.   STRUMENTI -> usare gli strumenti di ascesi senza conoscere i 25 prìncipi (gli evoluti)3.   TEMPO -> pensare che la liberazione arriva col tempo, non porre impegno nello studio

4.   BUONA SORTE -> pensare che la liberazione è un fatto fortuito e casuale

5 CONTENTAMENTI ESTERNI astinenza dalla fruizione dagli oggetti dei sensi

1.   GUADAGNO -> il frutto del lavoro necessario per mantenersi nella società

2.   CONSERVAZIONE -> di quanto guadagnato

3.   DISTRUZIONE -> di ciò di cui si fruisce

4.   ATTACCAMENTO -> ai processi dei sensi

5.   VIOLENZA -> non ci può essere fruizione senza uccisione di esseri viventi

 

1.     RAGIONAMENTO -> permette di discriminare su qual è la vera conoscenza -> conoscenza della differenza tra anima e Natura e dei 25 prìncipi2.     ISTRUZIONE ORALE -> permette di acquisire la conoscenza della Natura, dell’intelletto, degli elementi sottili e grossolani e dei sensi3.     STUDIO DEI VEDA e delle altre Scritture -> permette di acquisire la conoscenza dei 25 principi4.     TRIPLICE SOPPRESSIONE DEL DOLORE ->superamento del dolore interno, esterno e divino grazie all’insegnamento dei Maestri

5.     ACQUISTO DI AMICI -> sono uno dei mezzi di trasmissione della conoscenza

6.     LIBERALITA’ -> fornire sostegno agli asceti porta ad acquisire conoscenza tramite di essi

La conoscenza acquisita tramite ottenimento è la “vera conoscenza” che è preludio della liberazione

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

SK 20: La generazione delle impressioni sensibili

Fede e controllo dei sensi permettono di raggiungere la saggezza, e da essa la pace suprema. Stolti e scettici sono, invece, perduti in quanto vivono nel dubbio. Meditare e abbandonare i frutti delle azioni sono le regole base per bruciare la sorgente dell’ignoranza di sé e proseguire sulla via della liberazione (Bhagavad Gita, cap. 4)

Anche Platone dedica ampio spazio nel Timeo allo studio delle origini e delle caratteristiche delle impressioni sensibili. Poiché della visione del Samkhya abbiamo già abbondantemente discusso in precedenza, non mi ripeto e in questo capitolo focalizzo l’attenzione solo sul pensiero del filosofo greco. In primo luogo, tutte le specie di cui si parla devono sempre avere una sensazione corrispondente (T 61D). Per Platone non può esistere, quindi, nessuna delle specie sensibili degli elementi discusse nel capitolo precedente senza che ad essa sia associata una sensazione. E ciò è anche collegato alla generazione della carne e della parte mortale dell’anima, che saranno discusse nel dettaglio nell’ultima parte del Timeo, e che come vedremo in seguito presentano forti analogie con la legge del Karma.

Elementi e sensazioni

Michael Maier, Atalanta Fugiens, emblema 10 (credits: public domain, Wikimedia Commons)

L’impressione generata nel corpo dall’elemento fuoco è quella di qualcosa di acuto, fatto che corrisponde alla forma acuminata, che ne costituisce l’essenza, piccola e molto mobile del tetraedro (T 61E). Il calore è associato alla separazione che il fuoco fa dei corpi, è l’impressione da essa generata (T 62A). All’estremo opposto vi è la sensazione chiara generata dall’acqua liquida, i grandi icosaedri che circondano i corpi e li comprimono, generando la sensazione di immobilità e solidità. (T 62B). Il freddo, rappresentato dai brividi e dai tremori, si genera dalla lotta tra il corpo compresso e l’acqua.

Duri sono i corpi a cui cede la carne, molli quelli che cedono sotto la pressione della carne. Un corpo cedevole ha una piccola base di appoggio, uno resistente ha una base ampia, quadrangolare, e densa (T 62C).

Per Platone non ha molto senso parlare di alto e basso, che sono solo concetti relativi legati alla leggerezza o pesantezza dei corpi e quindi al loro movimento che, come per un moto browniano, si espande dal punto iniziale irradiandosi ondeggiando verso la periferia.

Infatti tutte le cose del mondo sono alla stessa distanza dal suo centro, vista la forma sferica e quindi ad esso opposte (T 62D)

Ma la forza dell’abitudine prevale, come nel Samkhya, e conduce a categorizzare le cose dividendole tra alto e basso (T63B). Su questa base, l’alto è la direzione a cui tende il fuoco, le cui forme piccole “cedono” più facilmente alla forza che agisce su una bilancia a bracci, e risultano quindi leggere, sollevandosi verso l’alto. Le forme più grandi, invece, oppongono resistenza alla forza, e il braccio della bilancia scende verso il basso perché esse sono pesanti (T 63C). Platone prende anche in considerazione il rapporto tra la massa delle cose e il luogo che esse occupano, ponendoli in relazione con leggerezza e pesantezza (T 63E). Se poi alla durezza di mescola la difformità si ottiene la sensazione di qualcosa di rugoso, mentre l’uniformità mista alla densità genera la sensazione di liscio (T 64A).

Piaceri e dolori

Va anche indagata la radice di molte affezioni del corpo e la sua relazione biunivoca con piaceri e dolori, e con le sensazioni prodotte a livello delle singole membra (T 64A

Camille Flammarion, L’Atmosphère: Météorologie Populaire (Paris, 1888), pp. 163, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=318054

Questo è un passo fondamentale che collega il Timeo platonico e il Samkhya: le sensazioni come causa di gioia o sofferenza, proprio le cause che tengono imprigionato l’uomo nella prigione dei sensi, nell’illusorietà del reale-non-reale che nascono la visione della vera realtà. Platone parte da lontano, il Samkhya pone questa asserzione fin dalle prime pagine, ed entrambi arrivano alla conclusione attraverso l’analisi dei macrocosmi universali e dei microcosmi umani. Dunque, le affezioni lievi si trasmettono in cerchio alle parti circostanti, come in un vortice, con movimento circolare, amplificandole e rendendole percepibili con facilità (T 64B). Sono affezioni che riguardano soprattutto gli elementi fuoco e aria, leggeri e che si muovono con facilità. Viceversa, le affezioni che colpiscono l’elemento terra, quindi le cose solide e stabili, che si muovono più difficilmente, restando lì ferme senza trasmettersi alle cose vicine e non sono percepite (T 64C). Il dolore si genera da affezioni che si manifestano in modo violento, improvviso e contro natura; al contrario, la gradualità e l’andare nel verso naturale delle cose produce piacere (T 64D). Piacere e dolore sono, per Platone, correlati a corpi costituiti da parti “grandi”, che cedono all’agente e trasmettono i movimenti al loro interno. Gli organi che si svuotano gradualmente e si riempiono d’improvviso sono sensibili solo a quest’ultimo e provano quindi piacere. L’opposto accade per quelle parti che di disfano di colpo e si ricostituiscono solo gradualmente (T 65 A-B).

Organi di senso e sensazioni

Platone passa quindi ad analizzare nel dettaglio come le sensazioni si formano a livello dei singoli organi di senso. La lingua reagisce ai succhi attraverso “contrazioni e separazioni”, che dipendono dall’asprezza o dalla levigatezza dei corpi con cui entra a contatto (T 65D). Le parti “porose” pongono a contatto il succo con le “piccole vene che, come elementi di riferimento della lingua, si distendono fino al cuore”. E’ questo contatto che produrrebbe la sensazione del sapore, a seconda del tipo di succo.Platone identifica le sostanza acerbe e acri, quelle amare (T 65E) o salate, quelle piccanti (T 66A), le putrefacenti (66B), le bolle, le schiume e le fermentazioni (66C), La sensazione dolce, infine, è l’affezione contraria a tutte le altre, quella che riporta verso l’ordine naturale delle cose, che ripristina ciò che era andato contro natura.

L’umidità della bocca, infatti, “scioglie” i rimedi “dolci” che, essendo connaturati alla lingua, rilassano tutte le tensioni, appianano le asperità e ristabiliscono l’equilibrio omeopatico del corpo. Si possono così combattere le impressioni violente e le loro tracce nel corpo  (T 65D)

Il filosofo greco sembra distinguere tra l’organo che riceve lo stimolo, la lingua, le narici, ecc., e la sensazione che in esso viene prodotta. Un’impostazione anche qui simile a quella prospettata dal Samkhya, e già discussa, che distingue l’organo di senso vero e proprio (Jnana indriya) e la capacità di percepire l’elemento sottile (Tanmatra). Per la verità, Platone specifica che le “vene” delle narici sono troppo strette per far passare le forme corrispondenti a terra ed acqua, troppo larghe per quelle di fuoco e aria: gli odori, quindi, non sarebbero direttamente associati all’elemento, ma piuttosto derivano dal fatto che le cose si bagnano, evaporano, si sciolgono, subiscono delle trasformazioni di stato da cui si genera l’odore (T 66 D-E).

Inversione termica a Bratislava (credits: Public Domain, Ondreijk, Wikimedia Commons)

Tutti gli odori sono assimilabili o fumo o nebbia, e si formano durante lo stato intermedio del passaggio di stato; la condensazione da aria ad acqua, più in particolare, genera la nebbia, l’evaporazione opposta il fumo. Il fatto che gli odori non siano direttamente collegati alle specie degli elementi fa sì che essi non abbiano nome, ma siano solo distinguibili in due macro-categorie, a seconda che siano più o meno gradevoli o sgradevoli, che producano irritazione o che ammorbidiscano e rendano naturale l’intero sistema respiratorio (T 67A). Il suono, che caratterizza il senso dell’udito, si genera a causa dell’urto dell’aria che, attraverso le orecchie si trasmette a cervello e sangue “fino all’anima”. Per Platone, il movimento che tale urto innesca a livello della testa si trasmette all’intero organismo fino a raggiungere il fegato (T 67 B-C). I suoni si distinguono in acuti o gravi a seconda della loro velocità, dolce o aspro a seconda che siano più o meno uniformi.

OM sensiE’ importante sottolineare il brevissimo cenno che Platone fa sul fatto che il suono giunga fino all’anima: seppur non esplicitato, infatti, vi si può ritrovare un ruolo fondamentale del suono quale mezzo di collegamento con l’interiorità, esattamente come la sillaba sacra Om, la pura vibrazione dell’essere, permette per i Veda di ritrovare la propria vera natura.

Il quarto genere d’impressioni sensibili sono i colori, vere e proprie fiamme che provengono dai corpi e colpiscono l’organo della visione (T 67D). Esistono vari tipi di particelle che colpiscono la vista: quelle che hanno le stesse dimensioni delle particelle della vista stessa sono diafane, non generano alcuna impressione sensibile, mentre quelle più grandi o più piccole la contraggono o dilatano e sono pertanto sensibili (67E). Il bianco dilata la vista, il nero al contrario la fa contrarre (T 68A)

Le lacrime si formano quando il “fuoco” colpisce la vista dilatandola, sciogliendo e separando i canali, sì che il “fuoco visivo” se ne riversa fuori sottoforma di acqua. Da questa impressione, il barbaglio, si generano tutti i tipi di colori brillanti e raggianti (68A).

Vortice coloriIl colore rosso si genera dal fuoco precedente che, arrivato fino all’ “umore” degli occhi, si mescola con esso (68B). Il giallo deriva invece dalla mescolanza del colore splendente con il bianco, mentre il purpureo da qualla tra rosso, nero e bianco. Il bruno lo si ottiene dai precedenti, mescolati e bruciati, per aggiunta di altro nero. Giallo e grigio formano il rosso arancione; il grigio, a sua volta, deriva da mescolanza di bianco e nero, l’ocra da bianco e giallo (68C). Il turchino si forma dall’incontro tra bianco, splendente e nero carico; da esso si ottiene il celeste se mescolato con il bianco, il verde tenero se mescolato con il nero.

Ma per l’uomo, ribadisce una volta di più Platone alla fine della seconda parte del Timeo, è ben difficile giungere a questo tipo di conoscenza, che non può essere conseguita dall’esame delle cose sulla base dei dati di fatto.

Gli uomini, infatti, non sono in grado di discriminare e riconoscere la differenza tra la natura umana e divina, ovvero il fatto che il Divino è in grado di mescolare e disciogliere all’infinito le cose, in combinazioni sempre nuove…Solvea et coagula (T 68 D)

L’azione creativa del Demiurgo è disinteressata, “tutte queste cose, così realizzate di necessità” (T 68E), in quanto Dio basta a se stesso: le cose sono quindi solo cause ausiliarie, che al loro interno contengono già il bene in quanto realizzato in esso dal Demiurgo nel momento in cui le ha generate. Platone distingue ancora due tipi di cause, necessaria e divina, che sottendono all’ordine delle cose nella realtà sensibile, fornendo la sua ricetta per la ricerca della felicità tramite la conoscenza. Una ricetta che, lo ripetiamo una volta di più, procede in assoluto parallelo alla via dello Jnana Yoga, la retta conoscenza apportata dalla sadhana e che porta anch’essa alla discriminazione delle cause necessarie, sensazioni illusorie che generano i samskara, dalla causa divina, la permanenza nel proprio Sé superiore.

L’essenza divina va ricercata in tutte le cose, per quanto a ciascuno possibile, è la ricetta platonica per la felicità (T 69A)

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

SK 19: Elementi, tra forma e trasformazione

Il primo principio che si può ammettere per la compositione de Misti è uno spirito universale che essendo sparso da per tutto, produce diverse cose secondo le diverse Matrici overo Pori della Terra ne quali si trova rinchiuso. Ma essendo questo principio alquanto metafisico, e non soggiacendo à sensi, è bene di stabilirne de sensibili, e per questa ragione addurrò quelli che communemente sono in uso. (dal Corso di Chimica del Signor Nicolò Lemery ch’insegna il modo di far l’Operationi che sono usuali nella Medicina con Metodo facilissimo et Ragionamenti sopra ciascuna Operatione – edizione di Bologna, Giulio Borzaghi, 1700)

Ermete Trsmegisto (Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=542373)

Ci eravamo lasciati sulle relazioni tra essere, spazio e generazione, ovvero le tre forme della realtà. Platone, a questo punto, torna una volta ancora e in modo ancor più dettagliato sulla generazione dei quattro elementi, spiegandola sulla base di rigorosi principi geometrici che, a partire da due tipi fondamentali di triangoli, conducono alla generazione dei solidi platonici. Non mi dilungherò nell’esposizione di tale teoria, seppur affascinante dal punto di vista logico-matematico, limitandomi a riassumerla per sommi capi.

L’importanza dell’angolo retto

Triangolo scaleno tetraedroI quattro elementi, dice Platone, sono corpi materiali e in quanto tali dotati di profondità (T53C). Questa, a sua volta, va compresa sulla base della comprensione del concetto di superficie, che è costituita da due tipi fondamentali di triangoli rettangoli: il triangolo isoscele e quello scaleno (T53D). Sono proprio questi due tipi di triangoli elementari che costituiscono i prìncipi degli elementi in quanto corpi materiali, mentre i prìncipi superiori ad essi li conoscono solo Dio e quelli tra gli uomini che sono “amici di Dio” (T 53D). I due tipi di triangoli rettangoli non sono tra loro equivalenti, infatti “dei due triangoli l’isoscele ha avuto una sola natura, lo scaleno infinite“(T54A). Si possono infatti costruire infiniti triangoli rettangoli scaleni con tre lati diversi, mentre c’è una sola possibilità di cotruire un triangolo rettangolo isoscele con due lati uguali tra loro. 

triangolo isoscele cuboNon solo, tra gli infiniti triangoli scaleni ne esiste uno di particolare bellezza, il triangolo rettangolo equilatero, che è l’unico della categoria preso in considerazione da Platone per la generazione dei solidi (T54B). Non ancora contento, il filosofo specifica ancor meglio le caratteristiche che deve avere il triangolo scaleno, ovvero che il quadrato del lato maggiore sia triplo di quello del lato minore e il lato minore sia pari a metà dell’ipotenusa.

La generazione e le trasformazioni degli elementi

Il triangolo isoscele è alla base della generazione di un solo elemento, mentre dallo scaleno se ne generano tre, che si possono trasformare uno nell’altro (T54C).

Infatti, essendo nati tutti da un solo triangolo, una volta scioltisi i più grandi, se ne formano da essi molti piccoli, accogliendo le forme a loro convenienti; e quando i molti piccoli a loro volta si dissolvano nei triangoli elementari, formandosi un’unità di un’unica massa, se ne forma un altro genere grande (T54D, Timeo, trad. G. Reale, Bompiani, p. 159)

Il tetraedro (disegni di Leonardo per Luca Pacioli, 1497)

Il tetraedro (disegni di Leonardo per Luca Pacioli, De Divina Proportione, 1497)

Il primo genere è il fuoco, il solido più piccolo di tutti e che si forma da quel particolare triangolo che ha l’ipotenusa doppia del cateto piu corto (T54E). L’unione di due di questi triangoli lungo l’ipotenusa genera un rombo; tre di questi rombi, a loro volta, generano un triangolo equilatero. L’unione di quattro di questi triangoli dà luogo al primo solido geometrico, il tetraedro, che divide in quattro parti uguali la sfera in cui è inscritto. (T55A)

L'ottaedro (disegni di Leonardo per Luca Pacioli)

L’ottaedro (Luca Pacioli, De Divina Proprtione, 1497)

L’aria è il secondo elemento, ottenuto da otto dei precedenti triangoli equilateri disposti a formare un ottaedro. L’acqua corrisponde all’icosaedro (T55B). Fuoco, aria e acqua sono quindi i tre elementi che derivano dal triangolo scaleno.

Il cubo (disegni di Leonardo per Luca Pacioli)

Il cubo (Luca Pacioli, De Divina Proportione, 1497)

La terra, il quarto elemento, ha forma di un cubo e deriva dal triangolo isoscele, che si appaia dapprima lungo l’ipotenusa formando un quadrato; quattro quadrati formano poi il cubo (T55C).

Il dodecaedro (disegni di Leonardo per Luca Pacioli)

Il dodecaedro (Luca Pacioli, De divina Proportione, 1497)

Platone non descrive nel dettaglio la quinta combinazione, il dodecaedro, limitandosi a dire che Il demiurgo si servì di essa “per decorare l’universo”.

L'icosaedro (disegni di Leonardo per Luca Pacioli)

L’icosaedro (Luca Pacioli, De Divina Proportione, 1497)

Il cubo è stabile e immobile, difficilmente plasmabile, ha le basi più solide (T55E) e rappresenta quindi l’elemento solido per eccellenza. Tra i restanti tre solidi, l’icosaedro è quello più grande e difficile da muovere, che presenta meno angoli acuti e corrisponde pertanto all’acqua. Il fuoco, invece, corrisponde al tetraedro, forma piccola e mobile, acuta e tagliente. Per l’aria non rimane che la possibilità intermedia, l’ottaedro (T56A e B).

A questo punto Platone introduce un’idea che potrebbe far pensare lontanamente a quella di atomo, forse mutuata dai filosofi precedenti, anche se la parola atomo non è citata apertamente:

Tutte queste forme bisogna dunque concepirle così piccole, che ciascuna singola parte di ciascun genere, per la piccolezza, non è visibile per nulla da noi, mentre, quando si radunano insieme, se ne vedono le masse (T56C, ibidem p. 163)

Trasformazioni, le mille facce della natura

The Wave, al confine tra Utah e Arizona (foto: Simon Byrne/Rex Features)

The Wave, al confine tra Utah e Arizona (foto: Simon Byrne/Rex Features)

Platone passa quindi a considerare le trasformazioni tra i vari elementi. La terra, nata dal genere unico corrispondente al cubo, può solo sciogliersi in quanto penetrata dalle punte acute del fuoco o dilavata nel flusso dell’acqua o dell’aria, per poi nuovamente riaggregarsi in forma solida (T56D). Così, la lava incandescente del vulcano, o le acque pluviali o dei fiumi che trasportano sul fondo dell’oceano i sedimenti formatisi dall’erosione delle rocce, dove le elevate pressioni li trasformano nuovamente in roccia nei tempi geologici.

calcinazione

La purificazione degli elementi

Gli altri tre generi, invece, possono interconvertirsi uno nell’altro secondo precise proporzioni (T56E). È sempre il fuoco l’elemento tagliente e separatore, a causa dei triangoli acuminati da cui è formato. I generi si “sciolgono” in parti più piccole finché entrano in contatto con un altro genere più forte, che prevale e causa la separazione dei triangoli elementari. Tale separazione – purificazione procede finché tutte le particelle così ottenute sono uguali tra loro…

…Infatti, ogni genere che sia uguale e identico a se medesimo, non è capace né di produrre alcun mutamento, né di patire alcunché da ciò che sia uguale ed identico ad esso (T57A, ibidem p. 165).

La natura solforosa e fissa si scontra con quella mercuriale e volatile. Il sale funge da mediatore, combinandosi con entrambe ( Aurora Consurgens, XIV sec., Zurigo)

La natura solforosa e fissa si scontra con quella mercuriale e volatile. Il sale funge da mediatore, combinandosi con entrambe ( Aurora Consurgens, XIV sec., Zurigo)

Gli elementi ingaggiano un vero e proprio combattimento senza esclusione di colpi, dove i piccoli e deboli soggiacciono ai più grandi e forti, fino a venire completamente disciolti e inglobati in essi, diventando tutt’uno con essi (T57B). Dal fuoco si genera aria, e dall’aria l’acqua. Non solo si trasformano tra loro: gli elementi cambiano anche luogo, distribuiscono le loro masse nel modo più confacente secondo “il movimento della natura“, un movimento che avviene per scuotimento e ricongiunge simile a simile (T57C).

Infine, Platone spiega l’infinita varietà delle cose con il fatto che i triangoli elementari possono esistere in qualsivoglia misura, da cui le varie specie di cose tipiche di ciascun genere, che mescolandosi tra loro generano la varietà  della realtà (T57D).

E di questa varietà bisogna che diventino osservatori coloro che intorno alla natura vorranno fare un uso di un ragionamento verosimile (T57D, ibidem p. 167)

Così, è l’oggetto stesso dell’osservazione che genera la vera conoscenza, purché l’osservatore sia in grado di applicare discernimento nell’osservarlo. Che poi si tratti dell’osservare l’infinita varietà della natura, perdersi nei diagrammi geometrici (ricchi di triangoli) dello Sri Yantra o meditare sui simboli dei chakra, ad esempio, poco cambia. Il percorso procede sempre dal generale, differenziato, al particolare, punto indifferenziato centrale, baricentro del triangolo, in cui conoscente, conosciuto e colui che conosce ritrovano e riconoscono la propria unità.

Platone ribadisce ancora come “nell’uniformità non può mai darsi movimento” (T57E). La ritrovata unità, quindi, implica immobilità che, come abbiamo già discusso, è la condizione tipica del Demiurgo – Purusha, del Sé supremo che ha ritrovato se stesso nelle cose del mondo.

L’universo, poi, essendo circolare e in rotazione, abbraccia tutte le cose, al suo interno non vi è spazio vuoto (T58A). Questo fa si che gli elementi si interpenetrino in modo più o meno spiccato a seconda delle loro caratteristiche. Il fuoco appuntito e tagliente è il più pervasivo, seguito dall’aria sottile, dall’acqua e infine dalla terra. Gli interstizi presenti nei corpi grandi sono colmati da quelli piccoli che si insinuano in essi, condensano e innescano il moto verso il basso o verso l’alto che li riporta al luogo ad essi più confacente.

Così, per queste ragioni, conservandosi sempre la produzione della difformità, produce sempre il movimento di questi corpi, il quale è e sarà continuamente (T58C, ibidem p. 169)

Le varie forme degli elementi

Fuoco (foto: Giuliana Miglierini)

Fuoco (foto: Giuliana Miglierini)

L’analisi di Platone si fa sempre più dettagliata, e il filosofo passa a considerare le diverse specie che si possono presentare per ciascun elemento. Dal fuoco derivano la fiamma, la luce da essa prodotta, la brace e il calore tipico dei corpi arroventati (T58D). L’aria si divide in una parte “purissima”, l’etere, e in una torbida, la nebbia e la tenebra. L’acqua si distingue nella specie liquida e in quella fusibile, come i metalli. La prima é composta da particelle piccole e diseguali, pertanto sempre in movimento. La seconda da particelle uniformi e più grandi, pertanto più compatta, densa, pesante e stabile (T58E). Platone arriva a descrivere i passaggi di stato, ad esempio quello solido-liquido:

…ma, per l’azione del fuoco che la penetra e la scioglie, perde uniformità, acquista maggior movimento e, diventata più mobile, viene spinta dall’aria vicina ed espansa sulla terra. E si è denominato fondersi il demolirsi della sua massa, e fluire il suo scorrere sopra la terra…(T58E, ibidem p. 171)

Pepita di oltre 5 kg trovata in Australia (foto. AdnKronos)

Pepita di oltre 5 kg trovata in Australia (AdnKronos)

Le acque fusibili sono le genitrici dei metalli, ottenute da esse per fusione: si potrebbe quindi concludere che esse siano i minerali, da cui gli antichi fabbri – con arte quasi mistica  (basti pensare alla figura mitologica del dio Vulcano) – ricavavano i preziosi metalli. L’acqua fusibile più preziosa, per Platone, è l’oro, costituto da “parti sottilissime e uniformissime“, perfettamente omogeneo e giallo lucente (T59B). L’adamante è il “nodo dell’oro“, nero e duro: vi si potrebbe leggere il minerale da cui viene estratto il prezioso metallo o forse anche il ferro, dall’aspetto per l’appunto nero. Il rame, invece, deriva da un’acqua lucente più densa dell’oro e meno omogenea, che contiene anche una piccola parte di terra. Il verderame, infine, altro non è che la terra che si separa dal rame fuso e ricondensa (T59C).

Singolo cristallo di neve in un fiocco, al microscopio elettronico a scansione (Agricultural Research Service/Wikipedia)

Singolo cristallo di neve in un fiocco, al microscopio elettronico a scansione (Agricultural Research Service/Wikipedia)

L’acqua fluida o molle, liquida, è mescolata al fuoco e ha basi meno stabili della terra, motivo per cui risulta cedevole. Quando, invece, si separa dal fuoco diventa più uniforme e condensa, solidificando nella forma di acqua pura, diventando grandine o ghiaccio. (T59E). Se la “coagulazione” avviene solo a metà si formano la neve o la brina. I succhi delle piante, poi, derivano dalla miscellanea delle diverse specie di acqua. Quattro di questi succhi contengono fuoco: il vino, che scalda l’anima; gli oli e la pece, lucidi e brillanti; il miele, che produce “dolcezza” dilatandosi in bocca; il fermento, che scioglie le carni e produce schiuma (T60A-B).

La terra si trova sempre mescolata con gli altri elementi: quando è filtrata attraverso l’acqua e poi compressa diventa pietra (T60C); la terra essiccata dal fuoco è l’argilla, quella liquefatta da esso la lava (T60D); la terra solubile in acqua sono i sali, che insaporiscono i cibi, e il nitro, che purifica dall’olio e dalla terra (T60E); quando la terra è in quantità maggiore dell’acqua, la mescolanza dà luogo ai vetri (pietre trasparenti), nel caso contrario si formano cere e resine (T61B-C).

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

SK 18: Vyakta e Avyakta, conoscere le forme della realtà per non soffrire

Eclisse di Luna in Egitto (credits: Sean Bagshaw/NASA)

Eclisse di Luna in Egitto (credits: Sean Bagshaw/NASA)

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato. 

[…]
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale…

(Giacomo Leopardi, Canto di un pastore errante dell’Asia, 1829)

La conoscenza come mezzo di guarigione

Il Samkhya Karika esordisce, apparentemente, senza offrire molte opportunità di scelta per l’essere umano, là dove afferma che l’uomo è afflitto da tre tipi di sofferenza (SK 1): una sofferenza per cause esterne, una sofferenza di tipo organico dovuta a cause interiori, sia essa fisica o mentale, e una sofferenza di ordine superiore, relativa al Sé, la cui origine non può essere individuata e descritta con precisione. E’ proprio questa oppressione causata dalla sofferenza, però, la molla che fa scattare nell’uomo un desiderio di conoscenza dei mezzi adatti a prevenire e rimuovere la sofferenza. Tali mezzi, specifica il Samkhya, non sono quelli “evidenti“, ben noti a tutti, che hanno solo un valore relativo e portano solo a soluzioni temporanee, mai definitive, del problema. Il problema è che l’uomo, impregnato com’è dalla realtà sensibile in cui vive ed opera abitualmente, una realtà che genera piacere, attaccamento, repulsione, ha accesso  diretto solo ai “mezzi evidenti”, che soffrono gli stessi problemi di fondo dell’intera realtà sensibile (SK 2): sono di per sé impuri, in quanto legati al sacrificio rituale degli animali (pratica purificatoria tipica dei tempi in cui è stato scritto il Samkhya); sono soggetti a esaurimento, in quanto alla fine di ogni èra cosmica gli dèi, a cui erano destinanti tali sacrifici in nome della liberazione dalla sofferenza, sono destinanti ad essere sopravanzati dal tempo; comportano un’eccedenza, in quanto la supremazia di pochi genera sofferenza nei molti.

Anche i mezzi rivelati soffrono delle stesse limitazioni, mentre superiori sono quesi mezzi che si basano sulla conoscenza discriminativa del manifesto, dell’immanifesto e del conoscente (SK 2)

La trasmissione dei Veda

La trasmissione dei Veda

Queste due strofe del Samkhya costituiscono le fondamenta dell’intera disciplina dello yoga: da questa constatazione, infatti, parte l’investigazione circa la composizione e la struttura dei macrocosmi universali e dei microcosmi umani, un’investigazione che ruota tutta attorno ai tre principi cardine da elucidare: le nozioni di Vyakta, ciò che è manifesto, la realtà sensibile, e Avyakta, ciò che è immanifesto, la realtà assoluta, e Jna, la “conoscenza delle conoscenze” per usare l’espressione del dottor Bhole, la conoscenza discriminativa del conoscente.

La conoscenza discriminativa svolge un ruolo fondamentale anche per Platone, che nel Timeo approfondisce le caratteristiche di due diverse forme di conoscenza: la prima, la percezione mediata dal corpo, permette di conoscere le cose sensibili, corrisponde all’opinione e non porta alla conoscenza della vera realtà delle cose. E’ la conoscenza acquisita coi mezzi evidenti del Samkhya. L’intelligenza, invece, genera conoscenza non mediata dai sensi, che si produce in modo indipendente e riguarda la forma “intellegibile” delle cose, una forma che può essere solo pensata (T 51C-E). E’ la conoscenza superiore e discriminativa del Samkhya. Diversi sono anche i mezzi che portano ai due generi di conoscenza, insegnamento e persuasione. L’insegnamento va sempre di pari passo con il ragionamento veritiero, è fermo e stabile nelle sue conclusioni, non cambia a seguito di persuasione, è tipico degli dèi e di pochi eletti tra i mortali (T 51E) e conduce alla contemplazione della realtà assoluta, ingenerata e imperitura, non percepibile dai sensi, da parte dell’intelletto (T 52A). La persuasione, invece, è irrazionale e mutevole, accomuna tutti i mortali e conduce alla conoscenza della realtà sensibile, generata e mortale in quanto in continua trasformazione, attraverso l’opinione che va di pari passo alla sensazione.

I klesha agiscono nella Ruota della Vita (credits: RigpaWiki)

I klesha agiscono nella Ruota della Vita (credits: RigpaWiki)

Due mezzi di conoscenza che si pongono il primo in parallelo al cammino di ascesi spirituale dello yoga che, attraverso il passaggio attraverso gli otto angha, permette di elevarsi e trascendere la realtà sensibile per ritrovare il contatto con il puro Sè, la realtà assoluta delle cose. Già abbiamo detto del ruolo del Maestro e dei Testi autorevoli quali fonti di insegnamento per indirizzare tale cammino, in cui Buddhi, l’intelletto discriminante, ha come per Platone il ruolo fondamentale di ponte tra manifesto e immanifesto. La persuasione, invece, può essere assimilata agli inganni messi in atto dalla conoscenza basata sui sensi, che crea un’immagine alterata della realtà, un’immagine che risente fortemente delle colorazioni impresse dai klesha, i fattori irritanti, e che, pertanto, distoglie dal cammino verso l’assoluto.

Lo spazio, la terza forma del reale

La galassia Andromeda fotografata ad altissima risoluzione dal telescopio Hubble (credits: NASA, ESA)

La galassia Andromeda fotografata ad altissima risoluzione dal telescopio Hubble (credits: NASA, ESA)

Esiste poi, per Platone, un terzo genere di realtà, lo spazio, che è eterno e contiene tutte le cose generate. Lo spazio non è determinabile né definibile attraverso i sensi, né gli si addice il concetto di ordine. Per Platone la sua conoscenza è “spuria”, in quanto esso può essere a mala pena oggetto di persuasione. Qui Platone offe un enunciato che ricoda molto da vicino la definizione scientifica di materia:

Guardare allo spazio fa sognare, e spinge a dire che tutte le cose esistenti devono trovare una propria collocazione nello spazio. Ove ciò non accada, la cosa non esiste, esiste solo il nulla (T 52B)

L’effetto che il sogno porta con se, al mometo del risveglio, è di non saper più distinguere le immagini sognar l’una dalle altre, si mischiano in modo indistinto rigenerandosi in un flusso continuo, come ombre di altre cose (T 52C).  Nello stato di veglia, invece, la ragione permette di discriminare e distinguere tra cose diverse, che restano sempre ben distinte tra loro, non ci può mai essere mescolanza. (T 52D).

Purificare per ritrovare l’ordine interiore

Ora, questi tre generi, essere, spazio e generazione, sono per Platone presenti già prima che si generasse il mondo. Essi corripondondono ad Avyakta, lo stato immanifesto della realtà, la realtà assoluta di Purusha che si sostanzia in Prakriti, il ricettacolo spaziale di tutte le cose. È da questo ricettacolo che, a cause del disequilibrio tra le forze che su di esso agiscono e lo scuotono, si genera la realtà sensibile Vyakta (T 53A).

Stromboli (credits: meteoweb.eu)

Stromboli (credits: meteoweb.eu)

Una creazione, quella della realtà manifesta, che gioca con tutte le forze della natura e con tutti gli elementi, e che di conseguenza produce la molteplicità di forme dell’universo che conosciamo  (T 52E)

Fuoco e acqua “nutrono” la creazione, terra ed aria apporatano forma: come un vulcano erutta fuoco e plasma a nuovo il paesaggio, o il fiume disegna anse sinuose e via via sempre più profonde, o le nuvole e gli alberi prendono forma mossi dal vento, o il tempo cambia a causa delle variazioni della pressione atmosferica. Gli elementi, attraverso i loro cicli geologici, stanno plasmando il pianeta e l’intero universo fin dall’inizio dei tempi. Energia dal fuoco e dall’acqua, calore e lavoro, grandezze alla base dell’intera termodinamica che regolano le possibilità di modificare la realtà sensibile.

Solvae et coagula (dettaglio del Rebis, A. Khunrath, 1602)

Solvae et coagula (dettaglio del Rebis, A. Khunrath, 1602)

Un’opera che per Platone porta a separare ciò che è denso e pesante da ciò che è rarefatto e leggero, portando a comprimere ciò che è simile e a separare ciò che è diverso, in una disposizione “senza ragione e senza misura” (T 53B) disordinata, entropica. È solo quando il demiurgo decide di mettere ordine nell’universo che anche i quattro elementi ritrovano una situazione ad essi più confacente, proprio come per il sencondo e il terzo principio della termodinamica, che abbiamo già discusso nel dettaglio, l’intero universo evolve in modo spontaneo verso stati di minore entropia. Una purificazione lenta, attraverso ripetuti passaggi di dissoluzione della materia e precipitazione della frazione densa, che viene decantata via per ottenere, ad ogni passaggio, uno stato più puro, più elevato in quanto più ordinato, della materia. Le impurezze, infatti, inserendosi nelle precise geometrie atomiche dei reticoli cristallini, le alterano e le distorcono, impedendo la disposizione ordinata degli atomi nel solido geometrico. Ecco allora che la separazione della parte densa e pesante permette alla materia di diventare più “leggera”, di ritrovare quell’ordine tipico di ciò che è simile e che proprio per questo può “comprimersi”, impacchettarsi, in forme spaziali ben precise e di cui parleremo meglio in un post successivo.

Le tre fasi dell'Opera, Nigredo, Albedo e Rubedo

Le tre fasi dell’Opera, Nigredo, Albedo e Rubedo (Splendor Solis)

Anche lo yoga contempla precisi percorsi di purificazione (shuddi) a diversi livelli dell’essere: a partire dalla purificazione del corpo fisico, per procedere gradualmente verso l’interno per rimuovere le impurità anche dai corpi respiratorio-energetico, emozionale, mentale e spirituale. Proprio questo è lo scopo delle otto tappe del cammino di evoluzione yogica, gli otto angha, che partendo dalle regole etiche e morali di condotta codificate negli Yama e Niyama permettono, qualora si riesca a permanere in piena consapevolezza in tali stati “anche per poco tempo” (anu), di ridurre le impurità e di sviluppare Viveka, la capacità di discernimento che è alla base della conoscenza di ordine superiore (YS II, 28).

Vyakta e Avyakta, le due facce della realtà

L’approccio conoscitivo proposto dal Samkhya deve essere conquistato per gradi, attraverso la pratica continua e piena di tapas, l’ardore della ricerca interiore, che porta dapprima a conoscere meglio le caratteristiche della realtà fenomenica in cui viviamo, Vyakta, ciò che è conosciuto. Lo studio di quanto già disponibile, in quanto dispiegato nel libro aperto della Natura manifesta, apre la porta per la successiva conoscenza di Avyakta, ciò che non è conosciuto: le leggi che governano l’intera struttura della vita, della natura e dell’universo. L’ultimo stadio della conoscenza, il più complesso da conseguire, è la conoscenza di Jna, Colui che conosce, la radice della conoscenza, il Sé-Demiurgo-Purusha. Risalendo dal manifesto al non manifesto, la conoscenza porta a ricercare la causa primaria delle cose, il “seme” da cui è nato l’albero della vita e che permette di comprenderne l’intera evoluzione. Un seme che risiede a livello di Mula-Prakriti, la prima manifestazione indifferenziata della Natura posta ancora al livello immanifesto della realtà.

Vishnu in forma di Yoga Narayana, l'impersonificazione dell'obiettivo dello yoga

Vishnu in forma di Yoga Narayana, l’impersonificazione dell’obiettivo dello yoga

Il Samkhya elenca nel dettaglio i punti di differenza che permettono di cogliere la distinzione tra manifesto e immanifesto (S.K. 10). Innazitutto, l’immanifesto – Avyakta è incausato, eterno, ingenerato, corrisponde a Prakriti, la causa primaria di tutte le cose. Ciò che non è manifesto semplicemente “è“, non ha nessuna causa alle sue spalle; è la causa originaria a cui corrispondono, a livello manifesto – Vyakta, Vikriti, gli effetti da essa prodotti, generati, finiti nel tempo. Tutto ciò che è manifesto ha una sua causa, e globalmente esse sono note con il termine di Karana. Sono i comportamenti, le azioni messi in atto da ogni individuo in accordo con il suo tipo psicofisico. Solo ciò che è correlato con la costituzione individuale può essere compiuto in nessuna circostanza. L’attività dei Karana è spontanea, come se volessero soddisfare un impulso naturale legato agli organi correlati al conoscere, percepire e desiderare. I karana sono i componenti del linga, non sono organi del corpo, anche se il linga vi abita e lavora attraverso di essi. In totale sono tredici: i tre strumenti interiori antahkarana (Buddhi, Mahat e Ahamkara, a cui si aggiunge Manas, il senso interno) e gli strumenti esteriori bahyakarana, i dieci Karma e Jnana Indriya. La sofferenza Dukha (Heya per il buddismo) ha una sua manifestazione. Hetu è la causa di questa sofferenza. Gli Yoga Sutra (YS II, 17, Drastr – Drsyayoh Samyogo Heya – Hetu) ci insegnano che proprio questa è la causa che genera la sofferenza, quella che va evitata: l’identificazione tra chi vede e chi è visto, tra soggetto, testimone, osservatore e oggetto dell’osservazione, della conoscenza che è il fine ultimo del cammino.

Vyakta ha una durata temporanea e limitata (anitya), mentre l’immanifesto è perenne (nitya): tutte le azioni hanno una durata limitata nel tempo, per quanto importanti esse possano essere. Così, se parliamo correndo o salendo di corsa le scale a un certo punto andiamo in affanno, perché l’azione del contrarre le corde vocali ha raggiunto l’apice dello sforzo. Il tono muscolare e il respiro invece, insegna il dottor Bhole, ci sono dati con la nascita e perdurano fino alla morte, sono incausati: il lavoro sul tono muscolare e sul respiro, in quanto presenza diretta dell’immanifesto incausato, permettono di prevenire e limitare la sofferenza molto di più che il lavoro su movimento volontario e parola, questi ultimi effetti manifesti. L’azione (satkriya) è un’altra delle caratteristiche del manifesto Vyakta, mentre il contatto con Avyakta, l’immanifesto, lo si ritrova nell’immobilità. Vyakta, inoltre, è scomponibile in parti (avayava), mentre Avyakta è uno e continuo. Esso non richiede nessun “supporto”, è illimitato e pervasivo, mentre il manifesto è dipendente (paratantra), in quanto esiste al servizio di altri…per il bene dell Purusha, per realizzare gli obiettivi del Demiurgo.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

SK 17: Il ricettacolo della Natura

Lalita Tripurasundari

Lalita Tripurasundari

Sarva-Mangala-Maangalye / Shive Sarvaartha-Saadhike / Sharannye Triambake Gauri / Naaraayanni Namostute (Devi Mantra)

A te, il miglior auspicio tra i buoni auspici, o consorte di Shiva, che soddisfa tutti i nostri propositi, Il nostro solo rifugio, Gauri dai tre occhi, ci inchiniamo alla Signora Narayani.

La seconda parte del Timeo platonico torna ad analizzare più nel dettaglio la struttura del cosmo e le cause che lo generano, scendendo nel particolare della genesi degli elementi. Il cosmo, dice Platone, è il risultato di una “mescolanza di necessità e intelligenza” (T 48A): solo quando la seconda prevale, le cose generate evolvono in modo positivo. Questo evolvere, però, non può prescindere dal considerare anche la “causa errante“, ovvero la casualità disordinata che determina le trasformazioni della materia (T 48B).

Per comprendere come agisca tale causa errante bisogna comprendere la natura dei quattro elementi, come essi si sono generati durante per dare luogo alla manifestazione della Natura, così come la conosciamo. Li si definisce principi dell’universo, anche se l’uomo non ne conosce l’origine…almeno quegli uomini che hanno un “senno limitato” (T 48 B-C)

Non solo, quindi, i quattro elementi non sono né le lettere né tantomeno le sillabe che costituiscono l’essenza delle cose materiali: il filosofo sottolinea come pure il normale metodo d’indagine non sia adeguato a mettere in evidenza il vero principio dell’universo, un principio che non si può esprimere a parole (T 48 C). L’unico metodo adeguato di conoscenza, dice Platone, è il “ragionamento probabile” (T 48 D), che come abbiamo già visto corrisponde all’inferenza del Samkhya.

Il ricettacolo e gli elementi sottili

Come abbiamo già esaminato, Platone aveva diviso la creazione in due generi: il primo, l’esemplare, è eterno, non causato, invisibile, sempre identico, intellegibile; è il Purusha, l’Artefice stesso che si pone come lo scopo di creare l’universo a propria immagine. Il secondo, l’immagine, l’imitazione dell’esemplare, è visibile e generata (T 49 A). Ora Platone introduce un terzo genere, “difficile e oscuro“, che serve per poter pienamente comprendere gli altri due attraverso il ragionamento.

Tale genere è il “ricettacolo” di tutto ciò che genera la potenza della Natura (T 49 A-B)

Il quattro elementi e le loro inetrconnessioni (manoscritto inglese, 11° sec.)

Il quattro elementi e le loro inetrconnessioni (manoscritto inglese, 11° sec.)

La potenza della natura, nutrice di tutte le cose generate, di cui alimenta le continue trasformazioni: questa è Mula-Prakriti, la prima manifestazione che si pone ancora a livello invisibile, Avyakta. Platone torna a riconsiderare le trasformazioni degli elementi grossolani, fuoco, acqua, aria e terra, che, proprio come avviene nei cicli geochimici di carbonio, azoto, fosforo o nel ciclo dell’acqua (solo per citare alcuni esempi), passano attraverso livelli diversi di condensazione e “fissazione”, dando luogo a un continuo rinnovarsi delle cose che costituiscono la realtà materiale (T 49 C).

In questo senso, la nutrice Mula-Parkriti è il ricettacolo di tutte le cose generate, che da essa prendono vita, e che si trasmettono in un circolo senza fine che continua a rigenerare gli elementi (T 49 D)

Il ciclo idrogeologico dell'acqua (credits: www.usgs.gov)

Il ciclo idrogeologico dell’acqua (credits: www.usgs.gov)

Anche Platone, come il Samkhya, fa a questo punto una distinzione tra elementi grossolani e sottili: come si fa infatti, si chiede il filosofo, a dire che una certa cosa è fuoco o acqua, se in realtà le cose sono in continua trasformazione, e vengono percepite dai sensi non come elemento puro, ma come materia sensibile? (T 49 D). Non si può dire che “questo” è fuoco, ma solo che è “tale come il fuoco, o come uno degli altri elementi (T 49 E): la cosa generata possiede una qualità interna che l’assimila in qualche modo alle caratteristiche specifiche di quell’elemento, anche se sul piano sensibile l’elemento non è visibile in quanto tale. Questa caratteristica sottile è presente immutata in tutte le cose, si trasmette attraverso i cicli delle generazioni: le cose (fatte degli elementi grossolani, maha bhuta) non sono sono stabili, ma soggette a continua trasformazione; esse contengono all’interno l’essenza caratteristica dell’elemento sottile, il tanmatra, la qualità/capacità che permette di percepire la presenza dell’elemento. Gli elementi sottili sono presenti nelle cose in diversa gradazione, una presenza percepibile come qualità sottile che caratterizza le cose generate, che assumono invece una forma specifica e hanno vita finita, e che quindi possono venire indicate con gli attributi “questo” e “quello” (T 49E-50A). Gli elementi, quindi, sono per Platone più da intendersi nella loro natura sottile, che sottende alla struttura profonda dell’essere, mentre le cose generate hanno solo caratteristiche fenomeniche, non collegabili con esattezza a questo o quell’elemento. I tanmatra rappresentano il potenziale intra-atomico proprio di un livello poco differenziato della materia, rispetto ai maha bhuta che rappresentano la materia differenziata.

I tre guna si interpenetrano a formare tutte le cose

I tre guna si interpenetrano a formare tutte le cose

Un atomo (paramanu) dei maha bhuta, secondo il Vyasa-bhasya, è costituito dai tanmatra, così come gli atomi per la scienza moderna sono costituiti dalle varie particelle sub-atomiche. I tanmatra di generano da ahamkara, il senso del’Io, come pure gli undici sensi (SK 24). Più in particolare, è quando il senso dell’Io prende una colorazione tipicamente tamasica, densa e pesante, che da esso prendono vita gli elementi sottili (SK 25). La prevalenza dell’Io sattvico, invece, genera gli undici sensi, ancora caratterizzati da uno stato di assoluta e quieta purezza. Quando rajas, l’Io splendente, “attiva”, dinamizza sia l’Io sattvico che quello tamarisco essi danno origine ai sensi nella loro abituale accezione, in cui è stata attivata la capacità di percezione degli elementi sottili.

Un triangolo di qualità, i Guna, che attivano la materia, esattamente come per Platone il triangolo è la prima figura geometrica corrispondente alla manifestazione fenomenologica, da cui derivano tutte le altre, in un continuo susseguirsi di trasformazioni (T 50B)

Il bindu e i tre buna nel ricettacolo

Il bindu e i tre guna nel ricettacolo

 

Il ricettacolo della natura, specifica Platone, “non esce mai dalla propria potenza“, permane sempre in uno stato potenziale immanifesto che contiene al suo interno la possibilità di generare tutte le cose, senza mai assumere la forma di alcuna di esse (T 50C). Mula- Prakriti altro non è, per Platone, che un’impronta che funge da modello per la generazione delle cose, che ne sono imitazione.

Il principio materiale
Clavis artis aurea, tav. 15 (XVII sec.)

Clavis artis aurea, tav. 15 (XVII sec.)

Maschio e Femmina, Marte ed Afrodite, / Seme e frutto del mondo naturale / Trasmuteranno in una le due vite, / Nel puro fonte dell’Acqua Mercuriale. // La Natura in ginocchio assiste al rito / Pregando che la prole che ora muore / Ritorni nell’Infante Ermafrodito / Vergine Figlio di un virile amore (Clavis Artis Aurea).

I tre generi vengono meglio definiti da Platone: c’è la madre, ciò che riceve ed è generato. E’ la natura-Prakriti, potenza generata a imitazione di Purusha, il padre, da cui riceve il seme che dà vita al figlio, la manifestazione che ne deriva, che riceve a somiglianza di entrambi i genitori (T 50D).

Questo primo principio materiale è ancora privo di forma, ma fungendo da impronta di tutte le cose generate, contiene in potenza tutte le forme, ma è di per sé priva di forma (T 50E)

Padmasana

Padmasana

Ancora salta all’occhio il parallelo con la visione vendica di Samkhya e Yoga Sutra, in particolare con il concetto di asanacomoda e stabile” (YS II, 29), ma priva di una forma precisa: è l’essere che ha trovato il suo perfetto equilibrio e si è riconnesso con il principio universale. Un essere che può assumere qualsiasi forma, sia essa fisica, respiratoria o mentale, ma si tratta di una “non forma“, in quanto il distacco dalla realtà fenomenica la rende inavvertibile e inavvertita. E’ uno stato di benEssere assoluto, uno stato mentale in cui non si avverte alcuna necessità di movimento o azione: una condizione di omeostasi con il tutto che si realizza essenzialmente negli stati meditativi. Le forme esteriori delle asana descritte in tradizioni yogiche più tarde, come l’Hatha Yoga Pradipika, sono modalità per uscire dagli schemi abitudinari, dalla ripetizione acritica di gesti e comportamenti, e che aiutano a raggiungere lo stato di dharana, la concentrazione anticamera della meditazione vera e propria. Il numero di asana descritte dai testi della tradizione dello yoga è, peraltro, molto ristretto rispetto a quelle oggi comunemente utilizzate nella pratica. Asana, come l’impronta platonica, non è qualcosa che si può cogliere coi sensi (T 51A), anzi richiede il distacco da essi, deve essere “al di là di tutte le forme” (T 51A).

Il ricettacolo-madre natura, quindi, è invisibile e amorfo, accoglie in sé tutte le forme in potenza, e “partecipa in modo assai complesso dell’intelligibile“: a seconda dell’elemento sottile che prevale nel momento in cui l’impronta dà forma al principio materiale, esso acquista quella qualità, in modo analogo a come le diverse mescolanze dei Guna determinano l’essenza delle cose generate secondo il Samkhya. L’intelletto, Buddhi, è il primo evoluto manifesto, e da esso si diparte l’intera sequenza della creazione, in modo analogo a quanto descritto dal filosofo greco: a seconda della mescolanza dei quattro elementi, e della preponderanza di uno sull’altro, le cose del mondo assumono l’apparenza di cosa solida, liquida, aeriforme, o di energia (T 51B)

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA