SK 15: Dèi visibili, uomini mortali e la legge del karma

SK 15: Dèi visibili, uomini mortali e la legge del karma

Maledetto sia il suolo per causa tua! Con affanno ne trarrai nutrimento, per tutti i giorni della tua vita. […] Con il sudore della tua faccia mangerai pane, finché tornerai nel suolo, perché da esso sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere devi tornare Genesi 3, 17-19

Astri, gli dèi viventi

Gli dèi sul Monte Olimpo – Giulio Romano – Palazzo Tè, Mantova (credits: Wikimedia Commons, Public domain)

L’universo platonico manca ancora di qualche elemento, in particolare delle Idee che il demiurgo contempla nel Vivente e che sono forgiate in quattro diverse tipologie: gli dèi visibili, che corrispondono alle stelle fisse, gli uccelli, i pesci e i mammiferi. Ma l’Idea più potente, quella che rispecchia la natura divina della creazione del demiurgo, è creata di fuoco: il Sole, rotondo e luminosissimo, per Platone circonda tutto il cielo come un ornamento. La Terra, invece, è posta al centro del macrocosmo e custodisce il giorno e la notte, la Dea Madre Gea, genitrice di tutti gli altri dèi visibili, gli astri. La conoscenza dei moti di questi ultimi, delle loro congiunzioni, opposizioni ed eclissi, permette di ottenere “paure e segni” sugli avvenimenti futuri. La conoscenza delle sfere degli astri va oltre la normale capacità dell’uomo: Platone, come il Samkhya, demanda questo tipo di conoscenza a fonti superiori, come i testi sacri, che provengono dai saggi diretti discendenti degli dèi.

È impossibile non credere ai figli degli dèi, anche se non portano dimostrazione delle loro affermazioni (T 40 E)

C’è una perfetta corrispondenza, quindi, con l’inferenza e la parola degna di fede considerate dal Samkhya tra le fonti vere di conoscenza, come già discusso. I Veda indiani (tra cui il Samkhya e gli Yoga Sutra) sono stati rivelati ai saggi  rishi in tempi lontani: a partire da essi, la conoscenza è trasmessa di generazione in generazione. In tale trasmissione lo studio dei testi riveste un ruolo importante, ma non unico: l’esperienza personale del praticante, la conquista della percezione diretta della propria vera natura, procede di pari passo e spesso richiede, per avanzare verso stadi superiori, la guida di un maestro autorevole. Si tratta di una trasmissione del sapere mediata da esperienze del corpo fisico e respiratorio (asana e pranayama), da cui si è chiamati al distacco verso livelli trascendenti (Veda) o in cui ritrovare l’unità tra microcosmi interiori e macrocosmi esterni (Tantra). Nelle tradizioni iniziatiche, come ad esempio la tradizione himalayana, la prima iniziazione corrisponde all’installazione di una “goccia” della mente del guru nella mente del praticante, che può così rimanere in contatto trascendente con il maestro e da esso essere guidato anche senza bisogno di una presenza fisica diretta. La tradizione himalayana è una tradizione vivente, in cui l’attuale maestro della tradizione (swami Veda Bharati) è solo l’ultimo del lunghissimo lignaggio dei saggi che deriva direttamente dai rishi.  Per la tradizione, il guru non è tanto una specifica persona, quanto un campo di forze che all’occorrenza assume  la “forma” del maestro per permettere una più efficace trasmissione degli insegnamenti. Un ologramma, si potrebbe dire, in cui la saggezza si fa onda di pensiero, di azione, di significato, e si trasmette all’infinito lungo i cicli karmici tra le diverse generazioni di praticanti della tradizione.

I discendenti di Indra, il primo dio umanizzato della tradizione indiana abitano le vette del monte Meru e, per traslazione, i rishi abitano quelle delle montagne della catena himalayana che da sempre sono luogo prescelto di ascesi spirituale per numerose tradizioni. In modo analogo, gli dèi generati platonici sono gli abitanti del monte Olimpo. Sono dèi ‘generati’, prodotti, costituiscono una parte integrante della manifestazione naturale.

Gli dèi olimpici godono di particolari privilegi da parte dell’Artefice, che rescinde i legami del karma che li affliggono.  La volontà del demiurgo è il fattore che libera gli dèi platonici dal destino di morte, in quanto potere dagli effetti ben più forti dei legami del karma che ne hanno distinto la nascita (degli dèi) (T 41 B)

La creazione dei mortali

Jheronimus Bosch – esterno del trittico del giardino delle delizie (1504 ca) (credits: Wikimedia Commons, public domain)

Gli dèi visibili ricevono un compito impegnativo: generare i tre generi di mortali, uccelli, pesci e mammiferi, senza i quali il mondo sarebbe incompleto. Non può essere il demiurgo stesso a generarli, perché in tal caso essi diverrebbero uguali agli dèi. I mortali sono generati ‘secondo natura‘ e imitando la potenza del principio superiore. La potenza dell’immanifesto Avyakta, Purusha, è insita nel manifesto Vyakta, Prakriti, in cui è incarnata. I mortali contengono una parte divina in comune con gli immortali, il cui seme e principio è fornito dal demiurgo stesso. Questa parte divina ‘governa in coloro che vogliono seguire giustizia’. Anche qui il paragone sembra evidente con il seme centrale, il bindu da cui tutto nasce e a cui tutto torna, e che rappresenta il culmine del cammino di liberazione con cui l’uomo, per il Samkhya, riscopre la propria essenza divina anche grazie all’aderenza alle regole di vita dettate da Yama e Niyama e dall’intera sadhana dello yoga. Il Samkhya, però, nulla dice di preciso riguardo alla creazione dell’uomo in quanto tale: tutte le cose, per il sistema vedico, sono semplicemente forme diverse dell’unica manifestazione che ad esse sottende, e da esse plasmate a seconda delle diverse miscelante dei guna.

Un Purusha, tanti purusha

Manca ancora l’ultimo ingrediente, l’anima individuale: il demiurgo crea le singole anime mescolando nel “cratere” i diversi ingredienti della creazione e ottendendo tante anime quanti sono gli astri, su cui le colloca. Mostra ad esse anche la natura delluniverso e le rende edotte delle leggi “fatali” che lo governano. Non tutte le anime sono uguali: il genere migliore è quello maschile, il primo ad essere creato nel corso della prima generazione.

I problemi delle anime individuali iniziano quando esse vengono innestate nei corpi: le violente passioni che li agitano, amore, dolore, piacere e i loro contrari, dominano le anime, che si trovano cosi a vivere in una situazione di ingiustizia (Timeo 42B). Se, invece, le anime riescono a dominare le passioni, esse vivono per Platone secondo giustizia. Ma questo, di nuovo, altro non è che la legge del Karma, che infatti subito Platone esplicita chiaramente:

Chi usa al meglio il tempo che gli è dato di trascorrere in questo mondo, raggiungerà la beatitudine dopo la morte. Chi, invece, fallisce in questo obiettivo è destinato a reincarnarsi in una donna, e poi in altre forme animali sempre più basse ad ogni giro della ruota della vita in cui continui a dedicarsi ad opere malvagie (T 42 C)

Il Samkhya (SK 18) attesta l’esistenza di una  pluralità di anime sulla base del fatto che “nascita, morte e organi sono fissati separatamente per ogni individuo”. Se così non fosse, la nascita o morte di un singolo dovrebbe corrispondere alla nascita o morte di tutte le anime. Anche la diversa mescolanza dei tre elementi costitutivi determina una individualita che contraddistigue ogni forma di essere. La funzione dell’anima è quella del testimone che osserva senza agire, “indifferente” a ciò che le si svolge attorno. (SK 19). Sono le mescolanze dei tre guna che agiscono nel mondo, non l’anima individuale, pura coscienza. Ma essendo l’anima immortale parte di un corpo “dissolubile“, essa appare agire nel mondo; in modo analogo, il dissolubile appare essere senziente in quanto abitato dall’anima, pur non essendolo di per se (SK 20). Da qui parte la creazione dei ventiquattro evoluti del Samkhya, che non nomina la creazione dell’uomo in quanto tale.

La creazione e la caduta di Adamo

La seconda generazione, quindi, è donna: sarà un caso, ma la donna ha da sempre un ruolo derivato, subalterno, inferiore a quello dell’uomo. Nella Genesi biblica vi sono due diverse  versioni della creazione di uomo e donna. In Genesi 1, 27 si dice che Dio ha crato uomo e donna a sua immagine, apparentemente in modo simultaneo l’uno con l’altra, allo scopo di soggiogare la terra e di dominare su pesci, volatili e bestiame.

Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. (Genesi 1, 27)

Nulla dice il passo biblico sul fatto che la donna derivi dalla costola dell’uomo, né che quest’ultimo sia stato formato impastando la polvere. La prima creazione, quindi, non supporta il fatto che uomo e donna siano stati creati in forma materiale, né che la donna sia subalterna all’uomo. Anzi: sono stati entrambi creati a immagine divina, esattamente come il demiurgo opera inizialmente nella sua creazione. Questa prima creazione potrebbe anche essere letta come pura immagine spirituale, puro sé immateriale e divino che risiede in ogni uomo o donna: il seme fornito dal demiurgo, l’anima individuale. Uomo e donna riuniti nella prima creazione: re e regina, Shiva e Shakti, Purusha e

Prakriti, il livello immanifesto della prima manifestazione, Avyakta. Anima e natura, per il Samkhya, vanno insieme come il cieco con lo zoppo, sostenendosi e aiutandosi a vicenda (SK 21). L’anima raggiunge la visione profonda (Veda) della natura unendosi ad essa; la natura, a sua volta, unendosi all’anima raggiunge l’isolamento, il distacco dalla manifestazione e il ritorno all’immanifesto

La Bibbia descrive poi una seconda volta la creazione dell’uomo, in cui Dio modella Adamo a partire dall’argilla, lo anima soffiando nelle narici e facendolo così divenire un essere vivente.

Allora l’Eterno Dio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente. (Genesi 2, 7)

Adamo ha un corpo fatto di argilla, quindi materiale, e riceve la vita dal soffio divino, prana vivificante, Shakti che risale nel primo respiro. Il Samkhya parla di cinque soffi che rappresentano la funzione dei sensi (SK 29). si tratta dei cinque vayu, i soffi vitali ascendente (prana vayu), discendente (apana vayu), equilibrante (samana vayu), verticale (uddana vayu) e pervadente (vyana vayu), comuni a tutti i dieci organi di senso. Essi sono correlati, rispettivamente, a tutto ciò che fluisce verso l’alto o il basso, al metabolismo del cibo che genera energia, alla forza ascendente che genera l’espressione e si irradia verso la testa con la manifestazione dei pensieri, e a quella radiante e aggregante che pervade a tutto l’organismo attraverso la circolazione.

È sensato pensare che sia Adamo il primo uomo creato dagli dèi visibili di Platone. Non a caso, Adamo è inizialmente tutto solo nel giardino dell’Eden, che nella sua parte più interna contiene anche l’albero della vita e quello della conoscenza del bene e del male (Genesi 2, 8-9). Eva non è ancora stata creata quando Adamo riceve da Dio l’ordine di non mangiare i frutti dell’albero del bene e del male. La pena per la trasgressione è la perdita dell’immortalità (Genesi 2,16). La solitudine è una difficile da sopportare, e coltivare da solo il giardino delle delizie è un duro lavoro: Dio crea la donna come aiuto per l’uomo, un aiuto a lui corrispondente (Genesi 2,18). Non è molto chiaro, per la verità, se Dio crei prima gli animali e gli uccelli e solo in un secondo tempo, non trovando tra di essi un degno aiuto per Adamo, ripieghi sulla creazione di Eva, con modalità che ricordano un’operazione in anestesia generale, visto che la costola da cui Dio plasma la donna viene estratta dopo che Adamo è caduto in un sonno profondo (Genesi 2,19-22). Il fatto che la donna sia stata creata in modo corrispondente all’uomo farebbe pensare che i due si complementino a vicenda, avendo pari dignità.

Per Platone, la creazione della natura ferina, quindi degli animali, rappresenta la terza generazione delle creature, e tale continuo ciclo di generazioni prosegue fino a che la ragione non abbia la meglio sulla “gran massa” di impressioni accumulate nel corso delle diverse vite e cristallizzate negli elementi. Massa che deve venire purificata per tornare alla sua forma primitiva e incontaminata (T 42 D)

Il peccato originale

Anche la tentazione del serpente, che spinge Eva a mangiare i frutti proibiti, riporta alle passioni indicate da Platone e dal Samkhya come causa di permanenza nella condizione mortale. Il serpente è furbo, stuzzica Eva facendole credere che proprio il cibarsi del frutto proibito le apra le porte della conoscenza di ordine superiore, la stessa che caratterizza Dio. (Genesi 3, 2-5).

Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente per avere successo; perciò prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche a suo marito che era con lei, ed egli ne mangiò. (Genesi 3,9)

Dunque, alla base del peccato originale vi sarebbe l’inganno dei sensi, che crea piacere e attacamento per le cose materiali, che rende visibile per la prima volta la nudità dei due primi geniti. Il fatto che Dio chiede ad Adamo chi gli abbia detto che era nudo supporta la suggestione che prima dell’atto sconsiderato di Eva i sensi non fossero attivi verso il mondo esterno (Genesi 3, 10-11),  così come per il Samkhya la vera conoscenza richiede come punto di snodo fondamentale il passaggio da pratyhara, il ritiro dei sensi (SK 30).

Quando uno dei dieci sensi interagisce con la materia percependola, la trasmissione della percezione verso i tre strumenti interiori può avvenire in un istante o richiedere un certo tempo per la “rielaborazione” dei dati grezzi. Passato e futuro, invece, non possono essere percepiti a meno che funzione dell’organo, la capacita di percepire Tanmatra, non preceda la percezione stessa del senso esteriore. Le tre funzioni della mente, buddhi, ahamkara e manas, hanno il solo scopo di realizzare lo scopo finale, la conoscenza del Sé. Questa è l’unica ragione che spinge all’azione, non i messaggi dei sensi (SK 31).

Il serpente biblico, dunque, avrebbe un ruolo analogo al velo di maya della tradizione vedica nel nascondere la vera natura dell’uomo e dell’universo attraverso l’inganno messo in atto dai sensi (Genesi 3, 13), dai klesha, dalle colorazioni che assume l’esperienza nel mondo esteriore. La condanna divina, per la Bibbia, si trova nella cacciata dal paradiso terrestre, la perdita dell’unità dell’uomo con la natura, e il dover lavorare e soffrire nel mondo materiale. L’accesso all’albero della vita rimane precluso all’uomo, che polvere deve tornare, e custodito dalle schere dei cherubini e dalla fiamma della spada folgorante (Genesi 3,24).

Il corpo dell’uomo e i klesha

Liber divinorum operum – Hildegard von Bingen, 13° sec. (credits: Wikimedia Commons, Public domain)

Una volta dettate le leggi per la creazione dei viventi agli dèi visibili, il demiurgo puo finalmente rimanere nel proprio stato “naturale” (T.42E) ovvero immobile. Gli dèi, invece, forgiano i corpi mortali mescolando particelle dei quattro elementiprese  a prestito dal cosmo, col patto che in seguito avrebbero dovuto restituire“. Il corpo mortale, per Platone, è tenuto insieme da chiodi invisibili e piccolissimi che connettono tra loro le particelle degli elementi (T 43A). Esso contiene l’anima immortale, ed è soggetto ad efflussi e influssi: inspiro ed espiro, onda affluente e defluente che porta nutrizione (T 43C).

Il corpo si muove in modo disordinato e caotico, in sei direzioni, a causa degli urti con gli elementi e gli oggetti del mondo esterno. Tali movimenti, o meglio le sensazioni ad essi legate, dal corpo arrivano fino all’anima (T 43C)

Sono qundi le sensazioni che, per Platone, scuotono i cicli dell anima e li distolgono dall’Identico per dirigerli verso il Diverso (T 43D). Ma così si vanno a creare danni e rotture dei cicli naturali: la conseguenza di queste sensazioni disturbanti, che per Platone si formano ed agiscono esattamente come i fattori disturbanti (klesha) del Samkhya, è che i circoli fanno fatica a restare uniti e si muovono in modo irrazionale (T 43E).

Si rompono i rapporti di armonia, viene a mancare la giusta proporzione, con la conseguenza che se l’anima rimane intrappolata dalle sensazioni esterne, essa perde la capacità di “dominare” e viene invece dominata dagli eventi esterni. La mente/anima “esce di senno”, perde la sua capacità discriminativa, e rimane indissolubilmente legata al corpo mortale (T 44A-B)

Ma queste sono le vritti, i vortici mentali generati dalle sensazioni interiorizzate attraverso Jnana e Karma Indriya e che sono la causa principale dell incessante flusso turbinoso di pensieri, immagini, azioni che per Samkhya e Yoga Sutra tengono in scacco l’uomo a causa delle passioni ad essi associate. Per il Samkhya le sensazioni mediate dai sensi, come la varietà degli oggetti esterni, dipende dalle combinazioni dei te guna, gli elementi costitutivi  (SK 27). La pura percezione è la funzione degli Jnana indriya, mentre gli organi di azione svolgono azioni specifiche (SK 28).

Platone e il Samkhya sembrano offrire soluzioni simili per risolvere il problema: il primo dice che deve diminuire il flusso di crescita e nutrizione affinché i cicli dell’anima possano ritrovare la calma e ritornino più regolari, muovendosi “secondo natura” (T 44B). Educazione e giusto nutrimento, poi, aiutano secondo il filosofo greco a ritrovare tale condizione e ad evitare la malattia più grande, la morte (T 44C).

Yoga cita vritti nirodah, insegnano gli Yoga Sutra (YS I, 2): lo yoga, attraverso lo studio di sé, l’educazione alla corretta percezione del corpo e delle sue interazioni con l’ambiente esterno, il buon utilizzo del prana, il nutrimento, l’energia vitale portata dal respiro, permette di ritrovare la vera natura dell’essere e di uscire dalla ruota delle rinascite. Se questo scopo di ricerca superiore viene a mancare, per Platone al termine della vita il “dissennato ritorna all Ade” (T 44C).

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

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