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SK 20: La generazione delle impressioni sensibili

SK 20: La generazione delle impressioni sensibili

Fede e controllo dei sensi permettono di raggiungere la saggezza, e da essa la pace suprema. Stolti e scettici sono, invece, perduti in quanto vivono nel dubbio. Meditare e abbandonare i frutti delle azioni sono le regole base per bruciare la sorgente dell’ignoranza di sé e proseguire sulla via della liberazione (Bhagavad Gita, cap. 4)

Anche Platone dedica ampio spazio nel Timeo allo studio delle origini e delle caratteristiche delle impressioni sensibili. Poiché della visione del Samkhya abbiamo già abbondantemente discusso in precedenza, non mi ripeto e in questo capitolo focalizzo l’attenzione solo sul pensiero del filosofo greco. In primo luogo, tutte le specie di cui si parla devono sempre avere una sensazione corrispondente (T 61D). Per Platone non può esistere, quindi, nessuna delle specie sensibili degli elementi discusse nel capitolo precedente senza che ad essa sia associata una sensazione. E ciò è anche collegato alla generazione della carne e della parte mortale dell’anima, che saranno discusse nel dettaglio nell’ultima parte del Timeo, e che come vedremo in seguito presentano forti analogie con la legge del Karma.

Elementi e sensazioni

Michael Maier, Atalanta Fugiens, emblema 10 (credits: public domain, Wikimedia Commons)

L’impressione generata nel corpo dall’elemento fuoco è quella di qualcosa di acuto, fatto che corrisponde alla forma acuminata, che ne costituisce l’essenza, piccola e molto mobile del tetraedro (T 61E). Il calore è associato alla separazione che il fuoco fa dei corpi, è l’impressione da essa generata (T 62A). All’estremo opposto vi è la sensazione chiara generata dall’acqua liquida, i grandi icosaedri che circondano i corpi e li comprimono, generando la sensazione di immobilità e solidità. (T 62B). Il freddo, rappresentato dai brividi e dai tremori, si genera dalla lotta tra il corpo compresso e l’acqua.

Duri sono i corpi a cui cede la carne, molli quelli che cedono sotto la pressione della carne. Un corpo cedevole ha una piccola base di appoggio, uno resistente ha una base ampia, quadrangolare, e densa (T 62C).

Per Platone non ha molto senso parlare di alto e basso, che sono solo concetti relativi legati alla leggerezza o pesantezza dei corpi e quindi al loro movimento che, come per un moto browniano, si espande dal punto iniziale irradiandosi ondeggiando verso la periferia.

Infatti tutte le cose del mondo sono alla stessa distanza dal suo centro, vista la forma sferica e quindi ad esso opposte (T 62D)

Ma la forza dell’abitudine prevale, come nel Samkhya, e conduce a categorizzare le cose dividendole tra alto e basso (T63B). Su questa base, l’alto è la direzione a cui tende il fuoco, le cui forme piccole “cedono” più facilmente alla forza che agisce su una bilancia a bracci, e risultano quindi leggere, sollevandosi verso l’alto. Le forme più grandi, invece, oppongono resistenza alla forza, e il braccio della bilancia scende verso il basso perché esse sono pesanti (T 63C). Platone prende anche in considerazione il rapporto tra la massa delle cose e il luogo che esse occupano, ponendoli in relazione con leggerezza e pesantezza (T 63E). Se poi alla durezza di mescola la difformità si ottiene la sensazione di qualcosa di rugoso, mentre l’uniformità mista alla densità genera la sensazione di liscio (T 64A).

Piaceri e dolori

Va anche indagata la radice di molte affezioni del corpo e la sua relazione biunivoca con piaceri e dolori, e con le sensazioni prodotte a livello delle singole membra (T 64A

Camille Flammarion, L’Atmosphère: Météorologie Populaire (Paris, 1888), pp. 163, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=318054

Questo è un passo fondamentale che collega il Timeo platonico e il Samkhya: le sensazioni come causa di gioia o sofferenza, proprio le cause che tengono imprigionato l’uomo nella prigione dei sensi, nell’illusorietà del reale-non-reale che nascono la visione della vera realtà. Platone parte da lontano, il Samkhya pone questa asserzione fin dalle prime pagine, ed entrambi arrivano alla conclusione attraverso l’analisi dei macrocosmi universali e dei microcosmi umani. Dunque, le affezioni lievi si trasmettono in cerchio alle parti circostanti, come in un vortice, con movimento circolare, amplificandole e rendendole percepibili con facilità (T 64B). Sono affezioni che riguardano soprattutto gli elementi fuoco e aria, leggeri e che si muovono con facilità. Viceversa, le affezioni che colpiscono l’elemento terra, quindi le cose solide e stabili, che si muovono più difficilmente, restando lì ferme senza trasmettersi alle cose vicine e non sono percepite (T 64C). Il dolore si genera da affezioni che si manifestano in modo violento, improvviso e contro natura; al contrario, la gradualità e l’andare nel verso naturale delle cose produce piacere (T 64D). Piacere e dolore sono, per Platone, correlati a corpi costituiti da parti “grandi”, che cedono all’agente e trasmettono i movimenti al loro interno. Gli organi che si svuotano gradualmente e si riempiono d’improvviso sono sensibili solo a quest’ultimo e provano quindi piacere. L’opposto accade per quelle parti che di disfano di colpo e si ricostituiscono solo gradualmente (T 65 A-B).

Organi di senso e sensazioni

Platone passa quindi ad analizzare nel dettaglio come le sensazioni si formano a livello dei singoli organi di senso. La lingua reagisce ai succhi attraverso “contrazioni e separazioni”, che dipendono dall’asprezza o dalla levigatezza dei corpi con cui entra a contatto (T 65D). Le parti “porose” pongono a contatto il succo con le “piccole vene che, come elementi di riferimento della lingua, si distendono fino al cuore”. E’ questo contatto che produrrebbe la sensazione del sapore, a seconda del tipo di succo.Platone identifica le sostanza acerbe e acri, quelle amare (T 65E) o salate, quelle piccanti (T 66A), le putrefacenti (66B), le bolle, le schiume e le fermentazioni (66C), La sensazione dolce, infine, è l’affezione contraria a tutte le altre, quella che riporta verso l’ordine naturale delle cose, che ripristina ciò che era andato contro natura.

L’umidità della bocca, infatti, “scioglie” i rimedi “dolci” che, essendo connaturati alla lingua, rilassano tutte le tensioni, appianano le asperità e ristabiliscono l’equilibrio omeopatico del corpo. Si possono così combattere le impressioni violente e le loro tracce nel corpo  (T 65D)

Il filosofo greco sembra distinguere tra l’organo che riceve lo stimolo, la lingua, le narici, ecc., e la sensazione che in esso viene prodotta. Un’impostazione anche qui simile a quella prospettata dal Samkhya, e già discussa, che distingue l’organo di senso vero e proprio (Jnana indriya) e la capacità di percepire l’elemento sottile (Tanmatra). Per la verità, Platone specifica che le “vene” delle narici sono troppo strette per far passare le forme corrispondenti a terra ed acqua, troppo larghe per quelle di fuoco e aria: gli odori, quindi, non sarebbero direttamente associati all’elemento, ma piuttosto derivano dal fatto che le cose si bagnano, evaporano, si sciolgono, subiscono delle trasformazioni di stato da cui si genera l’odore (T 66 D-E).

Inversione termica a Bratislava (credits: Public Domain, Ondreijk, Wikimedia Commons)

Tutti gli odori sono assimilabili o fumo o nebbia, e si formano durante lo stato intermedio del passaggio di stato; la condensazione da aria ad acqua, più in particolare, genera la nebbia, l’evaporazione opposta il fumo. Il fatto che gli odori non siano direttamente collegati alle specie degli elementi fa sì che essi non abbiano nome, ma siano solo distinguibili in due macro-categorie, a seconda che siano più o meno gradevoli o sgradevoli, che producano irritazione o che ammorbidiscano e rendano naturale l’intero sistema respiratorio (T 67A). Il suono, che caratterizza il senso dell’udito, si genera a causa dell’urto dell’aria che, attraverso le orecchie si trasmette a cervello e sangue “fino all’anima”. Per Platone, il movimento che tale urto innesca a livello della testa si trasmette all’intero organismo fino a raggiungere il fegato (T 67 B-C). I suoni si distinguono in acuti o gravi a seconda della loro velocità, dolce o aspro a seconda che siano più o meno uniformi.

OM sensiE’ importante sottolineare il brevissimo cenno che Platone fa sul fatto che il suono giunga fino all’anima: seppur non esplicitato, infatti, vi si può ritrovare un ruolo fondamentale del suono quale mezzo di collegamento con l’interiorità, esattamente come la sillaba sacra Om, la pura vibrazione dell’essere, permette per i Veda di ritrovare la propria vera natura.

Il quarto genere d’impressioni sensibili sono i colori, vere e proprie fiamme che provengono dai corpi e colpiscono l’organo della visione (T 67D). Esistono vari tipi di particelle che colpiscono la vista: quelle che hanno le stesse dimensioni delle particelle della vista stessa sono diafane, non generano alcuna impressione sensibile, mentre quelle più grandi o più piccole la contraggono o dilatano e sono pertanto sensibili (67E). Il bianco dilata la vista, il nero al contrario la fa contrarre (T 68A)

Le lacrime si formano quando il “fuoco” colpisce la vista dilatandola, sciogliendo e separando i canali, sì che il “fuoco visivo” se ne riversa fuori sottoforma di acqua. Da questa impressione, il barbaglio, si generano tutti i tipi di colori brillanti e raggianti (68A).

Vortice coloriIl colore rosso si genera dal fuoco precedente che, arrivato fino all’ “umore” degli occhi, si mescola con esso (68B). Il giallo deriva invece dalla mescolanza del colore splendente con il bianco, mentre il purpureo da qualla tra rosso, nero e bianco. Il bruno lo si ottiene dai precedenti, mescolati e bruciati, per aggiunta di altro nero. Giallo e grigio formano il rosso arancione; il grigio, a sua volta, deriva da mescolanza di bianco e nero, l’ocra da bianco e giallo (68C). Il turchino si forma dall’incontro tra bianco, splendente e nero carico; da esso si ottiene il celeste se mescolato con il bianco, il verde tenero se mescolato con il nero.

Ma per l’uomo, ribadisce una volta di più Platone alla fine della seconda parte del Timeo, è ben difficile giungere a questo tipo di conoscenza, che non può essere conseguita dall’esame delle cose sulla base dei dati di fatto.

Gli uomini, infatti, non sono in grado di discriminare e riconoscere la differenza tra la natura umana e divina, ovvero il fatto che il Divino è in grado di mescolare e disciogliere all’infinito le cose, in combinazioni sempre nuove…Solvea et coagula (T 68 D)

L’azione creativa del Demiurgo è disinteressata, “tutte queste cose, così realizzate di necessità” (T 68E), in quanto Dio basta a se stesso: le cose sono quindi solo cause ausiliarie, che al loro interno contengono già il bene in quanto realizzato in esso dal Demiurgo nel momento in cui le ha generate. Platone distingue ancora due tipi di cause, necessaria e divina, che sottendono all’ordine delle cose nella realtà sensibile, fornendo la sua ricetta per la ricerca della felicità tramite la conoscenza. Una ricetta che, lo ripetiamo una volta di più, procede in assoluto parallelo alla via dello Jnana Yoga, la retta conoscenza apportata dalla sadhana e che porta anch’essa alla discriminazione delle cause necessarie, sensazioni illusorie che generano i samskara, dalla causa divina, la permanenza nel proprio Sé superiore.

L’essenza divina va ricercata in tutte le cose, per quanto a ciascuno possibile, è la ricetta platonica per la felicità (T 69A)

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

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