SK 4: L’Anima e l’Universo prima di Platone IV

SK 4: L’Anima e l’Universo prima di Platone IV

Il vuoto è non-essere, il pieno contiene ciò che è. Un pieno fatto di infiniti e infinitesimi “molti”, che si muovono nel vuoto. Quando si incontrano diventano la causa dell’essere, quando si separano quella del finire. Dai loro incontri si generano combinazioni sempre nuove (Leucippo)

Leucippo di Mileto e Democrito di Abdera sono i più famosi rappresentanti dei cosiddetti filosofi ‘atomisti’. Democrito, allievo di Leucippo e contemporaneo di Socrate, ha estesamente viaggiato in Persia, Egitto e nelle regioni di confine a sud-est, dalle quali ha probabilmente portato in patria molte teorie che si sono innestate su quelle del suo maestro. Un alchimista greco noto come Democrito, peraltro, è considerato essere uno dei capostipiti dell’alchimia occidentale.

L’idea fondamentale introdotta da questo filone del pensiero filosofico greco, andato dimenticato a favore delle teorie aristoteliche e recuperato solo nel passaggio dal Rinascimento all’età dei Lumi, è quella che tutte le cose siano composte da atomi, particelle indivisibili dal punto di vista fisico, ma divisibili dal punto di vista geometrico, indistruttibili, in perenne movimento, infiniti per numero e per tipo, separati da spazio vuoto. Gli atomi differiscono tra loro per forma e dimensioni, e in fin dei conti per il peso, essendo quelli più grandi anche quelli più pesanti, che cadono più velocemente trascinandosi dietro quelli leggeri. Il peso, però, non è una caratteristica ancillare degli atomi. Il vuoto in cui si muovono – infatti – non è descrivibile in termini di direzioni, di ‘alto’ o ‘basso’, quindi il movimento originario degli atomi nell’anima, è del tutto caotico e casuale, come quello dei corpuscoli in un raggio di sole…o come il moto browniano. Non si fa fatica a trovare analogie con la visione moderna dell’atomo, che oggi sappiamo essere divisibile in particelle più piccole ma che di fatto si comporta come fosse un tutt’uno (perlomeno in condizioni standard, le reazioni nucleari sono altra cosa), il cui movimento non si annulla mai neanche scendendo con la temperatura in prossimità dello zero assoluto. Atomi che di fatto sono di per sé stessi per lo più spazio vuoto ‘abitato’ da particelle sub-atomiche, che non sono vere e proprie particelle solide ma onde elettromagnetiche che, a seconda dell’intorno e delle condizioni in cui si trovano, acquisiscono caratteristiche corpuscolari.

Per gli atomisti gli atomi si urtano e vengono deviati, formando dei ‘vortici‘ costituiti da gruppi di atomi, come un mulinello di acqua nel fiume che trascina con se il materiale sospeso. Da questi vortici si generano i corpi, che a loro volta danno luogo ai mondi. Questi ultimi sono soggetti a fasi cicliche di crescita e decrescita. Non solo gli atomi si muovono, anche il pensiero è una forma di movimento, che ne può provocare altri a cascata, in un altro luogo. L’analogia con la visione vedica è fortissima: le vritti, i vortici mentali, insegna lo yoga, sono azioni a tutti gli effetti – anche se non ancora esperite – e sono ciò che genera l’agitazione, il continuo peregrinare della mente che viene trascinata in un flusso continuo di immagini, emozioni, pensieri, azioni. Acquisire la capacità di calmare tale movimento, di diventare osservatori distaccati del fluire dei pensieri senza generare attaccamento, senza venirne trascinati via, è proprio ciò che permette di raggiungere la liberazione dalla sofferenza – il samadhi, la pace e la beatitudine in ogni situazione – pur nella consapevolezza che tutto è in perenne divenire e che le cause delle azioni di oggi produrranno inevitabilmente effetti futuri, in questa o in un’altra vita. Gli atomisti non parlano di liberazione dalla sofferenza, ma indicano la gioia come scopo finale della vita, e la moderazione, la cultura e lo sforzo di ricerca disinteressato come mezzi adatti a conseguirla: uno jnana yoga in salsa occidentale.

Nulla accade per nulla, tutto ha un’origine e si compie per necessità (Leucippo)

Enunciato antesignano della legge di causa – effetto, o memoria della legge del Karma, importata dalla Persia, paese di confine con il sub-continente indiano che già da almeno un millennio aveva sviluppato la visione vedica dell’universo e delle sue trasformazioni? Poco importa, tranne il fatto di sottolineare che gli atomisti attribuiscono la causa prima che ha generato il mondo a un non meglio specificato creatore. La causa finale che determina il succedere degli eventi, invece, risponde alla domanda ‘perché?’: il conoscere le circostanze e lo scopo che lo hanno determinato è un fatto futuro, un limite alla conoscenza che rende di fatto non conoscibile nella sua interezza la realtà, ma solo parti di essa. Chi ha provato a praticare un po’ di scienza, e in particolare la chimica, si può facilmente rendere conto che tutto è possibile in teoria sul foglio su cui si scrive una reazione, ma poi la pratica quotidiana dello scienziato è proprio quella di trovare la causa finale, quel quid ignoto che ne ha determinato il decorso in senso inaspettato rispetto a quello atteso. Anche in questo caso, la conoscenza della causa potrà raggiungere solo un altissimo grado di probabilità, ma mai la certezza assoluta perché per quanti esperimenti di conferma si possano compiere, forse tra dieci o cinquant’anni o cento un altro scienziato porrà in dubbio l’ipotesi e svilupperà un nuovo esperimento in grado di dimostrare la correttezza delle sue asserzioni. E’ il procedere tipico del metodo scientifico, che comunque non ha finora chiarito in modo univoco né tanto meno definitivo quale sia la causa primaria, il ‘creatore’, che ha portato alla formazione dell’universo per come lo conosciamo.

Nella Bhagavad Gita Krishna istruisce Arjuna sul fatto che tutto ciò che è ora, è sempre stato prima e sarà in futuro, ciò che è non cesserà mai di esistere. Lo Spirito, infatti, è imperituro, e questa è la verità conosciuta dei saggi. Lo spirito alberga nei corpi materiali, che hanno invece una fine. Nella battaglia che Arjuna dovrà affrontare solo questi corpi moriranno, non lo Spirito che è eterno. Questa vita è solo una formazione intermedia sul tempo cosmico del Tutto, la sola che riusciamo a vedere. Il problema, dice Krishna, è che ben pochi sono quelli che conoscono davvero la vera natura dello Spirito.

La molteplicità delle cose, l’infinito trasformatisi della materia che ha avuto inizio con il Big Bang, si contrappone in Leucippo al ‘non essere‘: la prima percepita a livello sensoriale come pieno assoluto, come oggetti tangibili per quanto rarefatti e transeunti, il secondo come vuoto. Ciò che è, è plasmato dalle forze della natura, che provocano gli urti e  determinano così sia ciò che nasce che ciò che muore. In ogni trasformazione c’è qualcosa che inizia a scapito di qualcosa che ha fine, che cessa di essere. Nulla determina questa azione se non il fatto stesso, nato da casualità, di essere in qualche modo entrati in contatto, di avere interagito e reagito, di essersi intrecciati in nuova forma…asana, le molte forme dell’essere plasmate dai tre guna a partire dalla materia prima informe di Prakriti, che contiene in sé la potenza di tutte le forme e mai potrà essere uno, ma che dell’Uno – Purusha è la manifestazione sensibile. E dopotutto in fondo al pieno c’è sempre un vuoto, e l’esperto dell’arte, il meditante esploratore degli universi interiori potrebbero non trovare poi troppe difficoltà nel conoscerlo.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

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