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SK 25: L’arte della cura

SK 25: L’arte della cura

Lussuria, ira  e avarizia sono le tre porte dell’inferno perché distruggono il Sè. Vanno perciò evitate se si vuole raggiungere la liberazione. I testi della tradizione sono i fari che illuminano la via (Bhagavad Gita, cap. 16)

Mens sana in corpore sano

Niente pillole miracolose per curare corpo e menti: per Platone la possibilità cura va di pari passo con la capacità di identificare le condizioni adatte alla salvezza dell’anima. In un mondo fenomenico costruito sulla base delle proporzioni geometriche, la salute si accompagna alla bellezza e, quindi, alla giusta misura. Il problema, spiega Platone, è che non siamo abituati a indagare sulla giusta misura che deve intercorrere nel rapporto tra anima e corpo affinché si possa avere uno stato di salute, piuttosto che di vizi, malattie o virtù. Anzi, tale misura è di solito la massima possibile (T 87D). Un corpo di proporzioni maggiori rispetto all’anima genera fatica e malattie organiche, mentre la sproporzione inversa dà anch’essa luogo a malattie del corpo quando esso viene “scosso” come conseguenza di un’anima irata. Lo studio eccessivo, invece, consuma il corpo, mentre il rimanere intrappolati in discussioni e battaglie causa agitazione. Da quanto scrive Platone, sembra che anche tra gli antichi greci ci fosse qualche problema con la reale capacità diagnostica della classe medica, se è vero che le frequenti discussioni e litigi fanno cadere molti dei sedicenti medici, che tendono ad attribuire cause sbagliate ai mali che affliggono i loro pazienti (T 88A). Non che i tempi siano molto cambiati da Platone ad oggi…

Il problema fondamentale, quando il corpo domina sull’anima, viene identificato dal filosofo greco nei desideri contrastanti che spingono l’agire delle due parti costitutive dell’essere umano: la nutrizione, bisogno primario del corpo, e la saggezza, che invece spinge l’anima a riunificarsi alla sua parte divina. Lo squilibrio dell’alimentazione rende ottusa l’anima e produce quella che Platone indica essere la malattia più grande: l’ignoranza (T 88B). Sarà un caso, ma avidya, l’ignoranza, è anche il primo e principale klesha, quello da cui si generano tutti gli altri tipi di difetti della mente per lo yoga. Non ci torniamo sopra, avendoli già discussi. Quello che ci interessa adesso è invece il mezzo che Platone e Samkhya identificano come cura, l’unico che permette di raggiungere la salvezza: l’equilibrio di corpo e mente, che si devono muovere all’unisono (T 88C).

Corpo e mente costituiscono per Platone come per il Samkhya un’unità inscindibile, all’interno della quale va ricreato il giusto equilibrio di forze attraverso azioni tra loro complementari: ginnastica (ovvero la pratica di asana) per chi si dedica principalmente all’attività speculativa, la musica o la filosofia che mettono in moto l’anima (ovvero gli stadi meditativi dello yoga e la pratica di mantra) per chi, viceversa, è attivo soprattutto a livello fisico (T 88C). In questo passo del Timeo è racchiuso il parallelo con gli otto angha dello yoga, il percorso graduale che parte dalle regole di vita e dalle sadhana fisiche e respiratorie per arrivare a una condizione in cui il corpo può venire trasceso per dedicare maggiore attenzione alle sadhana meditative. Questo non significa che il corpo smette di esistere: anche in meditazione permane sempre la consapevolezza della sua esistenza, ma gli stimoli che esso trasmette sono inattivati (pratyahara) e quindi non agitano più l’attività mentale, che può essere così riportata al livello basale di flusso stabile e regolare di onde di energia.

Pratiche di purificazione

Sadhana, la pratica, richiede di essere continuamente riscaldata da impegno ardente, tapas, per portare i suoi frutti. Molte sono le pratiche purificatorie, shuddi, dello yoga, descritte ad esempio nell’Hatha Yoga Pradipika sia per quanto riguarda il corpo fisico che respiratorio. Non ci interessa in questa sede analizzarle nel dettaglio.

Anche Platone dà indicazioni sulle pratiche più opportune per ricreare il giusto equilibrio tra corpo e anima. Essendo il microcosmo umano stato generato a immagine e somiglianza della natura, si tratta sempre di andare incontro ai movimenti naturali del corpo, che permettono di riportarlo in armonia con l’universo, riportando le diverse parti verso la posizione che più gli è propria secondo il principio di similitudine (T 88E). Il movimento curativo migliore è per Platone la ginnastica, che il filosofo indica essere una vera e propria purificazione del corpo. Ad essa fanno seguito i movimenti oscillatori ed infine le purghe, da riservare solo ai casi particolarmente gravi e che, secondo Platone, non dovrebbero venire accettate dalle persone dotate di “senno”. Secondo il filosofo, le malattie lievi dovrebbero essere lasciate libere di manifestare i loro sintomi, senza intervenire coi farmaci. Questi ultimo, infatti, potrebbero in realtà peggiorare la situazione, sommando malattia a malattia (T 89 C-D). Davvero antesignano sulle sindromi da regimi complessi di polifarmacia dei nostri giorni, che combattono gli effetti collaterali di un farmaco con un nuovo farmaco…e via nuovi effetti collaterali. “Pharmacos” in greco significa del resto veleno, non c’è da stupirsi. Lo stile di vita è per Platone la risposta giusta, da coniugare col tempo a disposizione della singola persona, che è chiamato a vivere “secondo ragione” (T 89 C-D)

Una vera e propria stoccata alla medicina moderna, dove la medicalizzazione estrema è la regola e sui corretti stili di vita si scrivono pagine e pagine e si sprecano i dibattiti, ma alla fine poco cambia. I modelli malsani continuano a prevalere, vuoi per ragioni di comodità (è oggettivamente spesso difficile, coi ritmi lavorativi di oggi così diversi d quelli dell’antica Grecia, trovare il tempo – e anche i soldi – per andare in palestra) ma spesso e volentieri anche di marketing. Ormai c’è una pillola per ogni evenienza, sempre più spesso non viene neanche più venduta come farmaco, ma come integratore alimentare, onde poter accedere al mercato in modo più snello, con barriere regolatorie più basse e minori costi di sviluppo. L’economia e la finanza prevalgono in modo sconsiderato anche nel business della salute, la visione olistica del paziente è una bella e inflazionata parola priva di fatti a supporto. Da Platone ai saggi rishi, passando da Ippocrate, Averroè e Paracelso, solo per citare qualche esempio di grandi visioni olistiche dell’uomo, della salute e della malattia, molti saranno i saggi del passato che si stanno rivoltando nella tomba a vedere lo scempio che è stato fatto delle loro ricerche…resta sempre la speranza che qualcuno di essi abbia scelto la via del bodhisattva, l’illuminato che ritorna in un nuovo ciclo di vita per riportare il viandante smarrito lungo la via della retta conoscenza.

Una guida sicura

E’ l’anima, infatti, che ha il ruolo di guida dell’uomo in questo passaggio nel reale e, come ogni guida che si rispetti, anch’essa si deve preparare in modo adeguato al compito che l’aspetta (T 89E). I tre tipi di anima, ragione, anima irascibile e anima concupiscibile, ciascuna accompagnata dal suo movimento tipico e collocata nel luogo che le è proprio (testa, cuore e addome, rispettivamente) devono essere tutte coinvolte nella pratica salutistica, in modo da risultare equilibrate tra loro ed evitare squilibri tra un’anima troppo attiva, che risulterebbe troppo vigorosa, e una troppo inattiva, che sarebbe estremamene debole (T 90A). Questa opera di riequilibrio, viste anche le caratteristiche precipue dei tre tipi di anima, è in totale analogia al riequilibrio dei guna, i tre elementi costitutivi dello yoga: sattva, corrispondende all’intelligenza tipica dell’anima razionale, rajas, l’irruenza tipica dell’anima irascibile e sempre in movimento, e tamas, il torpore che segue al cedere ai desideri dei sensi.

L’anima razionale richiede una particolare attenzione, in quanto è un’arma a doppio taglio: può condurre verso la salvezza ma anche, se rimane impigliata nel dominio della mente sensoriale, è il demone peggiore dell’uomo (T 90A). L’eccessivo attacamento a piaceri e contese, infatti, non fa che generare vortici di pensieri “mortali”, che rinforzano questa parte dell’individuo e ne precludono il progredire lungo i cicli delle rinascite (T 90B).

Anche per il Samkhya la natura può risultare la nemica di sé stessa, in quanto l’azione di vizio, virtù, potere, mancanza di potere, distacco, ignoranza e attaccamento la mantiene legata al mondo fenomenico dominio dei sensi. Il Samkhya specifica che i legami che portano a la natura a legarsi da sola possono assumere sette diverse forme, mentre una sola è la forma della liberazione che porta alla cessazione delle rinascite (S.K. 63)

Viceversa, chi coltiva la vera conoscenza, nel momento in cui ha raggiunto la liberazione dall’inganno dei sensi, deve continuare a coltivare la sua parte divina per non regredire verso stati di coscienza inferiori. In questo modo “mantiene ben ordinato il demone che abita in lui, sia anche notevolmente felice” (T 90C). Il continuo esercizio dei principi alla base del Samkhya genera la conoscenza unica e pura che “Io non sono questo” (S.K. 64).

Di nuovo torna il parallelo con il Samkhya e con gli otto angha dello yoga: chi pratica sa che può risultare relativamente facile vivere sprazzi di esperienza di stati di coscienza superiori, in cui è possibile riconoscere l’unione con quel principio naturale ed eterno che costituisce il vero Sé dell’essere umano. La parte difficile della pratica è il riuscire a permanere in modo stabile e duraturo in tali stati, senza venire risucchiati dai vortici della quotidianità che continuano a riproporci stimoli dettati dalle passioni, dalle avversioni, dai desideri dei sensi, e che quindi portano a limitare i benefici della pratica stessa. La via per non darla vinta al demone è molto simile per Platone e per il Samkhya: rimanere in contatto con i movimenti affini al divino che è in noi. Per il filosofo greco si tratta di apprendere i movimenti degli astri che generano le armonie dell’universo, che riconducono alla natura originaria e simile di pensante e pensato (T 90E).

L’armonia dell’universo, che potremmo tradurre con la diffusione armonica delle onde elettromagnetiche che ad esso sottendono, può essere colta negli stati profondi di meditazione, mentre il movimento circolare riporta al respiro, traduce la regolarità di tali onde a livello corporeo e si fa centro di diffusione dell’energia vitale del prana. In questo passo, quindi, si può ritrovare un parallelo fondamentale tra Timeo e Samkhya: il distaccarsi dalla manifestazione fenomenologica del mondo per ritrovare l’unione con la “natura originaria”, il riconoscimento dell’identità fondamentale tra soggetto pensante e oggetto pensato, tipica dello stato di dhyana della meditazione, fino a trascendere anch’essa per raggiungere lo stadio più elevato, il samadhi, la liberazione che rappresenta l’obiettivo divino della vita umana.

Alla fine del percorso l’anima, tornata a concentrarsi nel punto (bindhu) che tutta la contiene, osserva come uno spettatore la natura diventata ormai improduttiva, in quanto ha raggiunto la liberazione dalle forme del mondo (S.K. 65). Il raggiungimento duraturo nel tempo di tale stadio è il prerequisito essenziale per disinnescare l’efficacia della legge del Karma, che per Platone è la dottrina della metempsicosi, e quindi interrompere definitivamente il ciclo delle rinascite…ma questa è un’altra storia.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

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