SK 14: L’eterno divenire

SK 14: L’eterno divenire

La Natura scandisce il Tempo coi suoi ritmi. Ma tutto si trasforma sulla scala del tempo cosmico…e il tempo fu, si spalancano le porte dell’eternità.

“Il Demiurgo non è ancora contento della sua creazione, la vuol rendere ancora più simile all’esemplare. Ma si scontra con un problema: “la natura del Vivente è eterna” e, in quanto tale non può essere perfettamente replicata sul piano di ciò che è stato generato. Per uscirne, rende l’immagine dell’eternità in movimento: essa “procede secondo il numero“: il demiurgo ha crato il tempo.

Passato e futuro sono solo illusione, esiste solo la dimensione eterna dell’Essere, quella che si manifesta nel momento presente. Il tempo, quindi, altro non è che una sequenza di “é”, nel qui e ora (T 38 A)

Per Platone passato e futuro sono forme in movimento, e pertanto limitate al regno del divenire, il mondo generato in continuo movimento rispetto a ritmi numerici. Solo il presente “è ” sempre identico a se stesso, e pertanto immobile.

Sul versante orientale, il Samkhya ci dice che non è l’anima individuale ad essere legata o liberata. Quella che trasmigra è la natura nelle sue infinite manifestazioni (S.K. 62). La vera conoscenza, il ‘vero ragionamento’ platonico, che deriva dal cammino di purificazione e studio di sé e del Sè, permette all’anima di “essere”, di permanere immobile nella posizione dell’osservatore distaccato. E’ proprio allora che la natura, sapendo di essere stata riconosciuta nella sua vera essenza, cessa la sua continua produzione e trasformazione di nuove forme dell’essere e semplicemente “è” per l’eternità, sempre identica a se stessa. In questo momento cessa il ciclo delle nascite e delle morti, il reiterarsi di causa ed effetto, e l’anima risiede nella sua vera natura.

Dopo aver completato il percorso di purificazione e conoscenza del Sé, la coscienza diventa in grado di osservare il principio causa della manifestazione della Natura, che non è più produttivo di nuove forme del reale. La Natura è timida, se sa di essere stata vista e riconosciuta nella sua vera essenza torna a nascondersi. Cessa così il movente della creazione (SK 64-66)

Poche, però, sono le persone che, secondo entrambe le visioni, sono in grado di cogliere che lo scorrere del tempo è ingannevole e che il permanere nell’eterno presente è la via per l’immortalità. Per il Samkhya la natura riacquista il proprio carattere immanifesto nel momento in cui è si compie il distacco e avviene la “dissoluzione” nella natura stessa (SK 45). Il permanere nell’attaccamento agli oggetti dei sensi, invece, è la causa della trasmigrazione. Il  testo paragona il cessare della manifestazione della natura a quello di una danzatrice che, al termine del suo spettacolo, si ritrae dalle scena cessando la danza (S.K. 59).

Per Platone, invece, poche le persone in grado di conoscere, nominare correttamente e “misurare” numericamente i rapporti reciproci che intercorrono tra i pianeti, perché “…non sanno che sono tempo anche i moti di questi pianeti”.

Lo strumento di misura

Per misurare serve uno strumento di misura, lo insegnano anche a scuola. Per  misurare il tempo, in assenza dei moderni orologi atomici, il demiurgo ha creato i sette pianeti, posti su orbite appartenenti al “circuito” del Diverso, quindi appartenenti al piano materiale. Veri e propri corpi viventi “avvinti con vincoli vitali”. E poiché i viventi devono essere consapevoli della misura “numero” creata dal demiurgo, egli ha creato anche il Sole, e il giorno e la notte che ne conseguono a seguito della rotazione sulle orbite,  e a loro volta il mese e l’anno.

La legge del Karma

Un cielo abitato dai corpi celesti in continuo movimento, sotto cui tutto scorre: una susseguirsi di nascite e morti, ad ogni alba, ad ogni tramonto, ad ogni luna nuova, ad ogni capodanno, che marcano il passare del tempo. Insieme sono state create, nascita e morte, e insieme si dissolvono, essendo intimamente legate in un flusso continuo di trasformazioni.

Nascita e morte riguardano solo il manifesto, Vyakta, che si trasforma senza sosta. Quello che viene meno al momento della morte, però, è solo il livello più esterno, il corpo grossolano (Sthula sarira), mentre il corpo sottile trasmigra portando con se tutte le impressioni latenti accumulate in vita e sepolte in modo più o meno inconscio nel magazzino delle memorie Citta, la coscienza identificata. Sono proprio tali impressioni (samskara) che, secondo la legge del Karma o di causa-effetto, influenzeranno la successiva rinascita.

Il corpo sottile è formato a partire da buddhi e da tutti i successivi evoluti. Quando trasmigra da una vita alla successiva, esso si porta dietro tutti i suoi “modi d’essere”, che qualora non purificati in questa vita si ripresenteranno in quelle future (SK 40)

L’uscita dal tunnel delle rinascite, come visto sopra, è rappresentata dalla vera conoscenza, che rompe il velo di Maya dietro cui si nasconde la vera natura Prakriti nella sua forma immanifesta, Avyakta, eterna, immobile, omnipervadente. E’ solo al raggiungimento di questo stato superiore di coscienza che l’anima può alfine liberarsi anche del corpo sottile e, con esso, di tutte le sofferenze che l’affliggono.

Il dolore deriva dalla sofferenza per l’inesorabile invecchiamento e per la paura della morte. La coscienza liberata non è più ostaggio di questo dolore, può abbandonare senza rimpianti il corpo sottile e ritrovare la sua natura eterna (SK 55)

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE RISERVATA

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