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YS I 1: Yoga, la via della realtà

YS I 1: Yoga, la via della realtà

Atha yoga anuśāsanam: cos’è lo yoga? Quando possiamo dire che la pratica delle posture dello yoga, del pranayama e della meditazione si trasformi davvero nella pratica dello yoga, e non in una mera ripetizione di gesti fisici, di tecniche respiratorie o del mantra Om? E quando tale pratica si fa davvero pratica di vita, che non ci abbandona mai qualunque cosa stiamo facendo?

Tempo fa, a uno dei corsi di formazione continua per giornalisti che sono tenuta a frequentare, nella pausa siamo andati a pranzo tutti insieme. Strada facendo ho iniziato a chiacchierare con una collega del più e del meno, come sempre si fa: salta fuori che oltre che scrivere insegno anche yoga. “Ci ho provato, ma non fa per me”, ha fatto lei, ed è partita con la dettagliata descrizione dei corsi di yoga che ha provato a seguire per poche lezioni, sentendosi un corpo estraneo. Ho provato a inserirmi per spiegare che lo yoga è un mondo molto vasto e variegato, diviso tra tradizione e modernità e che va esplorato con costanza fino a trovare l’approccio che più ci confà. Non c’è stato verso, la mia voce non giungeva a destinazione, la tipa era presa solo dal fatto che “come si fa a fermarsi e meditare?…proprio non ci riesco…ma cosa vuol dire meditare, cosa bisogna fare?”. A tavola ho chiacchierato con un’altra collega, insegnante di meditazione mindfulness. La prima tipa, dopo che congiuntamente abbiamo cercato di spiegarle che meditare può anche significare semplicemente sollevare un bicchiere dal tavolo in piena consapevolezza e non richiede chissà quali strane pratiche esoteriche, alla fine si è girata dall’altra parte e ci ha ignorato per il resto del pranzo. Ignorato a tal punto che, quando le abbiamo chiesto di passarci la bottiglia dell’acqua, di nuovo le nostre parole sono cadute nel vuoto: la sua consapevolezza della nostra presenza era svanita, eppure eravamo ancora lì, in carne e ossa. “Siamo diventate invisibili”, mi ha detto ridendo l’insegnante di mindfulness.

Ho citato questo esempio perché mi sembra molto chiaro su quelle che possono essere le difficoltà di chi si avvicina per le prime volte alla disciplina dello yoga. Per i principianti che si accostano le prime volte ai corsi, una pratica basata sulla percezione del corpo, del farne esperienza diretta e profonda al di là della comune “visione” che ciascuno ha di sé, può risultare spiazzante.

E’ proprio dall’iniziare ad attivare queste nuove modalità percettive che ha inizio il vero cammino sulla via dello yoga. Il primo sutra degli Yoga Sutra introduce il praticante al contenuto del testo in modo apparentemente banale, quasi una formula standard di benvenuto. In realtà, il suo significato è molto più profondo e articolato, quasi una summa in tre sole parole di tutto lo yoga.

YS I 1 – Atha yoga anuśāsanam – Adesso ha inizio la trasmissione dello yoga

Atha in sanscrito significa “ora, adesso”: la parola si trova spesso all’inizio dei trattati sistematici della tradizione (śāstrīya-grantha), come gli Yoga Sutra, quale termine di buon auspicio [1]

Yoga: il giogo, dal sancrito yu, unire, e yuj, congiungere, aggiogare. Da cui anche il latino iugo,are, unire insieme, iungo, -ere, congiugere, unire, e iugum, il giogo, zygon in greco. Ma anche il sanscrito yuvan, il greco yos e il latino juvenis, giovane [2].

Anuśāsanam: l’insegnamento (da śās, insegnare) della disciplina codificata da Patanjali sulla base di una lunga tradizione orale pregressa (anu, prefisso rafforzativo di una presentazione sistematica a posteriori di una disciplina [3]). Ma anche essere, ās: l’esistere in quiete perfetta, immobili, senza “fare” nulla di preciso, semplicemente permanendo in completo abbandono nel presente [4].

Quindi quale yoga descrive il testo di Patanjali? Una pratica che passa attraverso otto diversi stadi successivi, gli otto angha (YS II 28, che verranno descritti nel dettaglio in seguito) che si dipana a partire dal riconoscere i principi etici e morali (yama e niyama) alla base della pratica per passare poi attraverso il corpo fisico (asana), respiratorio-energetico (pranayama) ed emozionale, abbandonando gradualmente gli stimoli che giungono ai sensi (pratyhara) fino ad arrivare all’esplorazione profonda del corpo mentale e spirituale (dharana, dhyana, samadhi), allo scopo di raggiungere la cessazione dei vortici (vritti) che da sempre abitano la mente umana e che risultano troppo spesso ai più così difficili da tacitare.

Come insegna il dottor Bhole, lo yoga è una vera e propria “educazione al sentire”, al percepirsi per ciò che si è realmente, al di là di tutti gli schemi precostituiti e delle abitudini che ci possiamo trovare ad indossare per ruolo o per circostanze della vita, o che ci vengono buttati addosso e con i quali alla fine ci troviamo identificati, spesso più nolenti che volenti. Il ritorno al sentire spontaneo, al percepire il proprio “Essere”, oltre qualsivoglia costrizione, forzatura o identificazione, è l’essenza stessa dello yoga e il suo fine ultimo, quello che permette di raggiungere il samadhi, la capacità di permanere indisturbati in stato meditativo in qualsiasi circostanza, indipendentemente da ciò che ci succede attorno. La descrizione dello stato di samadhi è proprio l’oggetto del primo libro degli Yoga Sutra, il Samadhi Pada: Patanjali parte dalla fine, dallo stato d’essere più difficile da raggiungere, la quiete perfetta di corpo e mente che coincide con l’Essenza stessa di ogni persona. Sembrerebbe un gioco di parole: lo yoga ci porta a esplorare e percepire il nostro essere per arrivare a scoprire, o meglio a ri-scoprire l’Essere che è in noi (visto che, intuitivamente, tutti abbiamo conoscenza di un “qualcosa” che si trova al nostro interno e che non è l’immagine di noi che ci restituisce lo specchio della realtà esteriore con la quale interagiamo quotidianamente).

A che pro tutta la fatica di affrontare un cammino yogico? Un cammino spesso tortuoso, una sorta di auto-analisi ante litteram rispetto alla psicologia moderna nata solo con Freud, ma in realtà ben nota ai rishi indiani che hanno sviluppato la visione (darshan) descritta da Samkhya e Yoga Sutra. Il testo, infatti, porta il praticante a esplorare, riconoscere e utilizzare al meglio i meccanismi di funzionamento della mente umana. Lo fa per aiutare la persona a far riemergere dal profondo dell’oscurità interiore la luce che in essa risiede e che ci guida come un faro, solo che non ne siamo coscienti. La luce che è il Tutto, l’essenza profonda degli Universi cosmici che si nasconde in ciascun essere umano, come descritto dal Samkhya. Negli Yoga Sutra, gli strumenti a disposizione dell’uomo per tornare ad essere Uno con questo Tutto sono descritti molto più in dettaglio rispetto al Samkhya, e molti concetti sono comuni ai due testi.

Possiamo dire che lo yoga è la via della realtà, dell’Essere in quanto tale. Una via che ci porta ad essere in contatto “reale” con le cose, al di là di qualsiasi immaginazione messa in atto dalla mente. In particolare, lo yoga porta a stabilire un contatto profondo con quanto avviene all’interno del corpo. La pratica comincia sempre dal rendere attuale il proprio stato, riportandolo al “qui e ora”, al continuo presente. Lo yoga, quindi, altro non è che un flusso di consapevolezza senza sosta, che non esaurisce i suoi effetti al tempo speso sul tappetino, ma anzi dovrebbe esplicitarsi in ogni istante della vita.

A cosa serve questo flusso? siamo continuamente bombardati da una pletora di informazioni e dati “esterni” che, proprio come in un computer, entrano attraverso i canali sensoriali (i cinque sensi, jnana indriya) e motori (i cinque organi d’azione, karma indriya) e si depositano, in modo spesso inconsapevole, nei magazzini della memoria andando un giorno dopo l’altro a definire ciò che siamo. Gli oggetti dei sensi si depositano, uno strato dopo l’altro, nei diversi piani interiori che costituiscono l’essere umano, i cinque corpi descritti dal Samkhya (corpo fisico, energetico-respiratorio, emozionale, mentale e spirituale). In una visione più globale, essi vanno ad alimentare citta, la coscienza identificata, gli strati che costituiscono il nostro vissuto e che saranno analizzati meglio nel secondo sutra.

Oggi quello che ci interessa è capire come lo yoga possa rappresentare uno strumento adatto a riconoscere e analizzare questi dati allo scopo di trasformarli da “sedimento”, depositato sul fondo della coscienza, a “flusso” continuo, che come tale non lascia traccia. Pensate a un fiume che scorre: ci sono tante molecole d’acqua che fluiscono, così come tante particelle di sabbia e di sassi, è impossibile isolarle per osservarle meglio nella loro individualità e analizzarne le caratteristiche. Lo stesso avviene per i dati veicolati dai sensi: immagini, suoni, parole, pensieri, emozioni, sensazioni scorrono in un fiume ininterrotto e continuamente alimentato dagli eventi piccoli e grandi della vita. I sensi percepiscono solo un numero limitato di eventi, altrimenti saremmo intrappolati da un caos senza fine di stimoli. Anche questo numero limitato di input può spesso risultare in un grande disturbo per la mente, che si affanna a correre dietro alle diverse senzazioni, spesso sfuggevoli o al contrario così forti da andare a depositarsi in modo permanente nella coscienza, proprio come i sassi e la sabbia trasportati dall’acqua si depositano sul fondo del fiume. Il continuo movimento vorticoso della mente può portarci a ignorare segnali importanti che ci giungono dall’interno del nostro essere, campanelli di allarme che spesso assumono la forma di blocchi o tensioni muscolari, alterazioni del respiro, stati d’ansia o insonnia, e che hanno la funzione di segnalarci che l’organismo sta vivendo una situazione di squilibrio. L’ignorare tali segnali di allarme è spesso alla base dell’insorgenza di molte problematiche di salute, presi come siamo dal frenetico modello di vita moderno che lascia ben pochi spazi al “sentire” e al muoversi sulla base dei ritmi naturali del corpo. E’ solo tornando al centro del sistema, al centro dell’essere umano, che tale percezione può essere recuperata e utilizzata per sfruttare pienamente le nostre potenzialità, rimaste sepolte sotto il cumulo dei dati.

E’ proprio dal riconoscere le sensazioni istante dopo istante, come nascono e si sviluppano, dove ci portano, che parte la pratica dello yoga: qui e ora l’allievo ritrova la piena consapevolezza di sé, si auto-educa, sotto la guida dell’insegnante e secondo quanto trasmesso dai testi della tradizione, lontano da ogni forma di immaginazione o di visione new age dell’essere umano che ben poco ha da spartire con lo yoga autentico. E-ducere, portare fuori: dalla percezione del corpo fisico, della sua vera forma (asana, la forma dell’Essere che va al di là della mera postura fisica) – che può solo essere percepita e sperimentata, non riflessa da uno specchio (anubhava, l’esperienza diretta che ha dato il nome alla yoga del dr. Bhole) – il praticante parte per un lungo viaggio che lo porterà gradualmente a distaccarsi sempre più dai messaggi fuorvianti trasmessi dai sensi per ritrovare un contatto intimo, reale, non ingannevole, con la propria realtà interiore. Una realtà che potrà offrire molte gradevoli sorprese in termini di potenzialità che la persona può esprimere per realizzarsi in modo compiuto, per dare pieno senso alla propria vita.

Proprio come, per arare il campo, i buoi devono essere aggiogati affinchè camminino di pari passo affiancati creando solchi profondi in cui i semi troveranno le giuste condizioni per germogliare sani e forti, così lo yoga è uno strumento prezioso che permette di “aggiogare” la mente, di distoglierla dai percorsi privi di senso in cui la trascinano la mera percezione sensoriale e il desiderio di agire in modo non discriminante per affermare la propria esistenza nella realtà esteriore. In tal modo, mente e corpo tornano a procedere di pari passo senza distrazioni, in un’unione profonda che ripristina l’equilibrio dell’organismo e che rappresenta l’essenza dell’essere umano. In questo modo, il praticante gradualmente sviluppa la capacità di realizzare i propri obiettivi agendo dall’interno, sulla base della realtà interiore, senza proiezioni e in modo consapevole, assumendosi la piena responsabilità delle proprie azioni e comportamenti. E’ solo la capacità di nutrire in modo incessante un atteggiamento di abbandono al fluire delle cose, una presa di coscienza “spontanea”, non mossa dalla volontà ma solo dal percepirsi per ciò che si è qui e ora, che permette di attualizzare la conoscenza profonda del proprio essere istante dopo istante per indirizzare in modo attento il proprio agire nel mondo mantenendo la mente in condizione di quiete, consapevole di ciò che le scorre davanti, sia esso piacevole o meno.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

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