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YS I 17-18: i due tipi di samadhi

YS I 17-18: i due tipi di samadhi

Vivere in modo equilibrato ed essere pienamente appagati della propria vita è il primo stadio sulla via della liberazione, il samadhi. Che tale potrà compiutamente essere solo dopo il raggiungimento di uno stato in cui pensieri, memorie, impressioni e ogni altro oggetto della mente si dissolvono e vengono trascesi.

La vita pone spesso di fronte a dei bivi, piccoli o grandi, davanti ai quali può risultare difficile trovare la “propria via”. Quanti dubbi, incertezze, paure iniziano ad affollare la mente, in un dialogo interiore che spesso toglie certezze e alimenta l’indecisione, invece che rafforzare la persona verso il raggiungimento dei propri obiettivi. Basta un evento inaspettato e il “castello” di illusioni che ci eravamo costruiti crolla senza pietà, lasciandoci spesso impreparati ad affrontare le incombenti necessità .

Il praticante yogico ha già imparato a riconoscere le trappole della mente rappresentate dalle diverse attitudini fonte di gratificazione o disturbo e a mettere in atto abhyāsa e vairāgyā, i comportamenti virtuosi che lo aiutano ad evolvere verso l’obiettivo di raggiungere il samadhi, lo stato equilibrato dell’essere che è l’oggetto del primo libro degli Yoga Sutra, il Samadhi Pada. Proprio i due sutra successivi (YS I 17 e 18) ne descrivono più nel dettaglio gli attributi, distinguendo tra due diversi stadi di realizzazione del samadhi a seconda che si sia o meno conseguita la completa trascendenza dagli oggetti mentali.

Samprajñāta samadhi: equilibrati e appagati in ogni istante

YS I 17 –Vitarka vicara ananda asmita anugamat samprajñātah – Il primo stadio del samadhi (samprajñātah) corrisponde alla piena consapevolezza del processo interiore in tutti i suoi dettagli, e conduce alla cessazione del dubbio e dei pensieri, rafforza l’ego e apporta equilibrio.

Il primo stadio del samadhi è relativamente semplice da conseguire per il praticante che seriamente persegue la via dello yoga. L’impegno continuo profuso nella pratica (abhyāsa) e il non attaccamento (vairāgyā) permettono di acquisire la piena consapevolezza dei contenuti mentali, sia grossolani che sottili, e di discernere quindi le cause che inducono titubanze, dubbi e pensieri, che vengono così a cessare. In questo modo la capacità di agire della persona, la sua autostima e assertività (asmita), ne escono rafforzate: il praticante è pronto ad affrontare a viso aperto e senza paura la sfida che la vita gli pone di fronte mantenendosi in una condizione di pacifico equilibrio (ananda) anche in situazioni che precedentemente gli avrebbero causato uno stress elevato.

La cessazione dei normali circuiti di pensiero che alimentano dubbi e paure è facilitata dal distacco dagli oggetti dei sensi e dalle abitudini consolidate a cui gradualmente abitua la pratica costante dello yoga. Il corpo nasconde gli esiti dei conflitti interiori del praticante, che con lo yoga compie una vera e propria opera di purificazione alchemica dal proprio organismo, a partire dal corpo fisico esteriore per poi entrare più in profondità e lavorare sui corpi energetico, emozionale, mentale e spirituale. La disciplina dello yoga è una pratica trasformante, dalla quale – se si ha la pazienza di lasciare il giusto tempo per la maturazione dei frutti – esce spesso una persona “nuova”. I conflitti interiori si placano, risulta più facile decidere la strada da intraprendere senza essere assaliti da dubbi e incertezze.

La decisione apporta di per sé un senso di liberazione, come se un peso fosse stato sollevato: il samadhi, ovvero lo stato equilibrato della mente (dhi). Non vi è mai capitato di voltarvi indietro e di realizzare che difficoltà che sembravano insormontabili (e che magari vi hanno tolto il sonno per un bel po’…) erano in realtà ben poca cosa, si è solo trattato di giungere a un decisione e si sono dissolte nel nulla? Come vi siete sentiti dopo una decisione importante? Forse più sicuri di voi stessi: il vostro ego (asmita) ha compiuto un passo avanti lungo la via dell’auto-realizzazione. Magari piccolo, ma ogni passo accorcia la via che resta da percorrere verso la meta e permette di godere appieno dei frutti delle proprie decisioni. E se qualche volta capita di prendere una decisione sbagliata, anche in questo caso grazie allo yoga diventa facile farsene una ragione e individuare senza incertezze la via migliore per porvi rimedio. Errare humanum est…l’importante è prendere atto dell’errore e non perseverare: è un altro meccanismo che rafforza l’autostima, che impedisce di lasciarsi andare verso una deriva depressiva o altro, e di invertire prontamente la marcia per tornare sulla via maestra.

Conoscere sé stessi attraverso l’esperienza quotidiana, comprendere in modo discriminativo i procedimenti in cui siamo stati coinvolti per capire come siamo arrivati al punto in cui siamo: questa è la via dello yoga, che insegna la capacità di riconoscere il proprio stato di coscienza “qui e ora”.

Asamprajñātah samadhi: trascendere l’esperienza del mondo

YS I 17 –Virāma pratyaya abhyāsa pūrvah samskāra śeşah anayah – L’altro (tipo di samadhi: Asamprajñātah) deriva dalla pratica intensa che porta a trascendere i contenuti di citta e a permanere nel distacco superiore della mente. Rimangono ancora delle impressioni nella coscienza.

Pratyaya, il ritiro dei sensi dal mondo esteriore, è uno degli otto angha dello yoga: il passaggio fondamentale che porta al distacco dalle modalità percettive-sensoriali abitualmente in essere e che pongono in costante contatto con il mondo esteriore. Un passaggio indispensabile per poter evolvere verso gli ultimi tre stadi dello yoga (dharana, dhyana e samadhi), in cui il focus è tutto rivolto alla meditazione come strumento per arrivare a calmare definitivamente la mente, grazie all’osservazione consapevole e non giudicante, e infine a trascendere i contenuti della coscienza. E’ allora che si arriva allo stadio più alto del samadhi, asamprajñātah.

In questo stadio, il praticante è consapevole delle impressioni latenti (samskāra) derivate dai comportameneti e dalle azioni compiute nel corso dell’esistenza. La loro discriminazione lo può aiutare ad affrontare la vita in modo più saggio e con meno coinvolgimento nelle cose quotidiane e nei loro effetti disturbanti.

Il passato non cessa di esistere, ma i suoi frutti non sono più “attivi” e non stimolano più la persona impegnata sul cammino dello yoga a mettere in atto gli stessi percorsi e comportamenti, in una reiterazione senza fine che altro non fa che perpetuare il ciclo delle rinascite. Proprio questo tranquillo “galleggiare” nel flusso degli eventi, lo stato di equilibrio in ogni situazione raggiunto grazie al fatto di avere superato e trasceso gli eventi passati rappresenta asamprajñātah samadhi: uno stato in cui memorie, impressioni, pensieri cessano di ripresentarsi alla mente, non perché “cancellati” ma in quanto trascesi. Uno stato che per Patanjali non può essere descritto a parole, ma può essere solo sperimentato. Solo l’impegno (abhyāsa) sulla via dello yoga e l’assenza discriminante di coinvolgimento permettono infine di dissolvere tutte le impressioni: la libertà di essere si spalanca e accoglie il praticante.

Gli otto angha in a nutshell

I due sutra YS I 17 e 18 rappresentano un sunto super-concentrato dell’intera pratica dello yoga, che sarà meglio esplicitata da Patanjali solo in seguito all’interno dei sutra del secondo libero che descrivono le otto articolazioni (angha) della pratica stessa (YS II 29-45). Il sutra YS I 17, infatti, racchiude in sé il percorso dei primi quattro angha, in cui la pratica è ancora incentrata sull’agire nel mondo in modo etico e consapevole (yama e niyama) per acquisire una nuova forma d’essere (asana) e purificare anche il corpo energetico (pranayama).

Il sutra YS I 18, invece, parte dal concetto espresso dal quinto angha (pratyara) per rivolgere l’attenzione all’interno e proseguire il cammino a livello mentale purificando i contenuti di citta, che possono così venire infine trascesi.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

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