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YS I 6-11: Le cause delle vritti

YS I 6-11: Le cause delle vritti

Ciò in cui si crede, pensiero illusorio, immaginazione, sogni e memoria: le cinque cause delle vritti, le alterazioni della coscienza, vanno conosciute e riconosciute, nella pratica dello yoga e nella vita quotidiana, per progredire lungo il cammino verso il vero Sé.

I cinque diversi aspetti che possono arrecare disturbo (klishta) o gratificazione (aklishta) alle fluttuazioni della mente e alla coscienza e, di conseguenza, ai comportamenti abituali, erano stati preannunciati nel sutra 5 e vengono enunciati e analizzati più nel dettaglio nei seguenti sutra da 6 a 11 degli Yoga Sutra. Li esaminiamo uno per uno per riflettere sulle modalità che permettono di riconoscere e prevenire le cause impediscono di mantenere lo stato di quiete della mente.

Le cinque cause delle vritti

YS I 6 – Pramāņa-viparyaya-vikalpa-nidrā-smŗtayah(Le vritti sono causate) da ciò in cui si crede, dal pensiero illusorio, dal fantasticare ad occhi aperti, dal sonno con sogni e dalle memorie

Il sutra 6 è una semplice elencazione delle cinque diverse modalità con cui la coscienza può venire perturbata: tutte inducono in un modo o nell’altro a diverse forme di alterazione del reale , con connotazioni positive o negative a seconda dei casi ma che, in ogni caso, rappresentano la base dell’immagine del mondo che ci creiamo, e che è spesso quanto mai illusoria anche se non arreca disturbo, ma piacere.

La percezione, le proprie convinzioni e illusioni circa la vita e le persone, le cose che immaginiamo, sono tutti eventi tipici dello stato di veglia e che esercitano anche i loro effetti in modo più dilazionato nel tempo. I contenuti della memoria, infatti, sono alla base dei sogni che alterano la coscienza durante le ore notturne. È, quindi, importante, essere consapevoli in ogni momento di come i vari eventi della vita lasciano i propri semi, istante dopo istante, nel grande contenitori di citta. Sono proprio questi semi, infatti, che germinando causano le fluttuazioni della mente (citta vritti) e distolgono dal contatto profondo col Sé.

Le cinque cause delle vritti esaminate nei sutra 6-11 gettano un ponte spazio-temporale che collega in un intricato gioco mentale l’idea che ci siamo costruiti di noi stessi, di chi siamo, chi siamo stati e chi saremo:

  • pramana – l’esperienza diretta, legata al presente
  • vikalpa – l’immaginazione, legata al futuro
  • smrti – la memoria, legata al passato

Le tre fonti della “vera” conoscenza

 YS I 6 – Pratyaksha anumāna āgamāh pramāņāni – Ciò in cui si crede ha origine dalla percezione sensoriale diretta, dalla deduzione e della testimonianza degna di fede

Ogni persona ha le proprie convinzioni, ciò in cui crede fermamente e che spesso è assunto ad essere “la verità”, inscalfita anche davanti alle evidenze che potrebbero far insorgere il dubbio di essere in errore, Ciò in cui si crede rappresenta il principio inspiratore della propria vita, la guida e la dirige a seconda di ciò che ci si presenta davanti, anche se alla resa dei conti si potrebbe rivelare un modo di procedere sbagliato.

Gli Yoga Sutra riprendono i tre strumenti di “vera conoscenza” che erano già stati descritti dal Samkhya (SK, 4, ne avevamo parlato qui): la percezione sensoriale, la deduzione o inferenza e la testimonianza degna di fede. Insieme, i tre costituiscono i cosiddetti pramana, gli unici mezzi a disposizione di chi non pratica lo yoga per poter conoscere il mondo che lo circonda. Non è detto che sia una conoscenza “vera”, come abbiamo detto, ma le persone comuni non sono consapevoli dell’illusorietà dell’esperienza del reale e spesso “credono” e si formano le proprie convinzioni a prescindere, senza porsi troppe domande sui perché della vita. Quando, allora, la conoscenza può davvero dirsi “vera” conoscenza? Quando le risposte che ci diamo attraverso tutti e tre i pramana a proposito di una certa evenienza della vita sono univoche e offrono una visione sistemica di quell’evento: se c’è anche un solo mezzo di conoscenza che dà una risposta diversa da quella indicata dagli altri due, la conoscenza non può essere considerata corretta. Si genera quindi un conflitto tra le diverse fonti di conoscenza che genera un’alterazione della coscienza, citta vritti.

La percezione sensoriale diretta (pratyaksha) è la fonte primaria di gioia e dolore, del desiderio e dell’avversione per le cose e le persone e del desiderio che questa vita duri il più a lungo possibile, poiché non c’è nozione di cosa succede al momento della morte. È quella che ci fa “conoscere” e riconoscere le cose attraverso vista, udito, tatto, olfatto e gusto e che esclude tutto ciò che esiste, ma che è collocato al di fuori del campo di azione dei sensi. Aksha è l’occhio: gli Yoga Sutra identificano per esteso con l’organo della vista l’intera percezione sensoriale. Come spiega il dottor Bhole, mio maestro, la vista interiore molto più importante di quella esterna. La aarticella pratya indica una ritrazione dei sensi verso l’interno (come in pratyahara, uno degli otto angha dello yoga): un’altra lettura di questo pramana, quindi, indica come sia proprio l’osservazione del proprio mondo interiore ad aprire la strada che porta verso la vera conoscenza e il samadhi.

Una volta che manas, la mente sensoriale, ha inviato le sensazioni frutto della percezione a buddhi, l’intelletto, esse vengono da esso elaborate tramite il ragionamento astratto (anumāna): i dati esperienziali possono servire per trarre delle conclusioni anche circa cose che non sono percepibili, ma che possono solo essere dedotte tramite il processo logico dell’inferenza.

Un’altra modalità per conoscere ciò che non può essere percepito è la testimonianza degna di fede (SK 4 e 6): i grandi maestri, i santi e i libri sacri di tutte le tradizioni possono essere fonte di conoscenza soprattutto per chi cerca la via tramite un percorso più legato all’ “aver fede” in qualcosa o qualcuno. Anche questo pramana può risultare illusorio, trarre in inganno e portare a conclusioni sbagliate: il mondo, infatti, è pieno di falsi maestri che “indottrinano” i propri adepti per trarne vantaggi economici o potere, o di testi che di spirituale hanno ben poco. La testimonianza degna di fede, secondo il Samkhya, è il pramana che rende possibile conoscere cià che non può essere né percepito né dedotto (SK 6).

L’illusione distorce la realtà

YS I 8 – Viparyayah mithyā jñānam atad rūpa pratişţham L’illusione è una falsa conoscenza basata su una distorsione della forma (della realtà)

Viparyaya sono tutte le esperienze che si basano su percezioni, memorie o ragionamenti errati. Insieme con i pramana, possono essere alla base del primo klesha: avidya, l’ignoranza di sé. La conoscenza diretta è mediata dai sensi, ma a volte essi possono essere ingannevoli e deformare la realtà, generando un’immagine illusoria di essa. È come guardare dal buco della serratura: riusciamo a cogliere solo una piccolissima porzione di quello che avviene nell’altra stanza, ne traiamo conclusioni che potrebbero essere completamente lungi dal vero in quanto basate solo su un’immagine parziale e alterata di “ ciò che c’è di là”, che può solo essere immaginato nella sua interezza. Un altro possibile esempio di inganno dei sensi è il miraggio nel deserto: si crede di vedere il pozzo che permetterebbe di dissetarsi, ma è un’immagine illusoria creata dal calore e dalla mente stessa, sofferente per la sete e il caldo. Seguirla può essere molto pericoloso, in quanto si rischierebbe di allontanarsi invece dalla via che porta alla vera sorgente dell’acqua che disseta, quella della vera conoscenza di cui a precedente sutra 7.

Viparyaya, l’illusione, genera le fluttuazioni mentali perché la persona si viene a trovare spesso di fronte a una realtà diversa da quella da essa creduta veritiera: una realizzazione che spesso avviene in circostanze repentine, magari a seguito di un evento spiacevole, e che fa crollare il proprio piccolo mondo illusorio addosso. Ripartire da zero dopo essersi tolti dagli occhi della mente le “fette di salame” che bloccavano la corretta percezione del reale può per molti essere difficile, ed è facile lasciarsi andare o diventare preda di modalità di vita che intrappolano in una rete di illusione ancora più grande. Basti pensare alle varie forme di dipendenza, da cibo, droghe, alcol o altro, che altro non sono se non modi per crearsi una rassicurante immagine su misura del mondo, più confortevole in apparenza, ma che può rivelarsi un incubo senza uscita.

Come rimuovere, quindi, le fonti d’illusione? Partendo dallo strumento che ciascuno ha sempre a propria disposizione – il corpo fisico – e riconoscendo le modalità abituali con cui lo percepiamo e le illusioni a cui possono dare adito. Se proviamo a cambiare le modalità percettive, a passare a un ascolto profondo rivolto all’interno, cambia qualcosa su come percepiamo la condizione del corpo? E i testi o i maestri ci vengono in aiuto suggerendoci come poter cambiare i nostri comportamenti in modo che non generino un mondo “virtuale” e illusorio?

La parola genera solo vuote fantasie

YS I 9 – Śabda jñāna anupātī vastu śunyah vikalpah La conoscenza che deriva dalla parola è, vuota immaginazione (puro significato concettuale)

Anche la parola evoca oggetti, situazioni, immagini e sensazioni che spesso si rivelano illusorie e, quindi, fondi di errata conoscenza. Le fantasie sono immagini vuote, prive di consistenza in quanto puramente mentali e scollegate dal mondo reale. Śabda indica la conoscenza astratta, non basata su percezione o sull’immagine di un’oggetto[3]: corrisponde solo al significato che viene dato a quella parola, che potrebbe anche essere stato interpretato in modo errato e non riflettere l’oggetto reale a cui ci si voleva riferire.

La parola svolge da sempre un ruolo centrale nella nostra società, in cui l’apprendimento è da secoli trasmesso sulla base dei testi scritti, che “cristallizzano” un’immagine della realtà spesso lontana dalla percezione della vita che porta l’esperienza quotidiana. Nello yoga l’apprendimento è tradizionalmente trasmesso in forma orale da maestro e allievo: gli stessi Yoga Sutra sembrano essere una “raccolta” posteriore di pratiche in realtà esistenti già da molti secoli presso le popolazioni della zona a nord del continente indiano, e che Patanjali (o l’insieme di saggi identificati dalla tradizione con questo maestro, che non vi è prova sia realmente vissuto) ha messo in forma scritta. La fonte di vero insegnamento è sempre l’esperienza diretta, non i libri, anche nello yoga: solo il tempo passato sul tappetino e le trasformazioni a cui corpo e mente vanno incontro con la pratica possono aiutare il praticante ad evolvere verso una migliore conoscenza di sé e, di conseguenza, verso un’attitudine più equilibrata nei confronti della vita.

Le tre cause delle vritti finora esaminate – pramana, vikalpa e viparyaya – sono tutte collegate allo stato di veglia, ma possono esercitare i loro effetti disturbanti anche nello stato di sonno e sulle memorie, come spiegano i due sutra successivi. Se si riesce a trascenderle, spiega il dottor Bhole, si diventa di grado di trascendendere tutte le conoscenze acquisite, non importa se giuste o sbagliate: il primo passo per rimettersi in gioco “resettando” la coscienza a un livello che permetta di tornare ad essere sé stessi senza venire influenzati dalle esperienze pregresse. Cosa molto difficile, impregnati come siamo dalla vita quotidiana e dai suoi mille stimoli fuorvianti.

Il sonno come processo cognitivo passivo

YS I 10 – Abhāva pratyaya ālambanā tamah vŗttih nidrā – Il sonno genera fluttuazioni della mente senza partecipazione attiva ed è un oggetto della coscienza che si basa su esperienze che non esistono, irreali e solo virtuali

Nidra è il sonno attivo che, pur senza sogni e senza vedere la partecipazione attiva della persona, provoca delle alterazioni della coscienza che, secondo la lettura degli Yoga Kośa, generano un processo cognitivo basato su oggetti irreali, frutto degli stessi contenuti mentali depositati in citta. Lo stato di nidra si verifica, come spiega il dottor Bhole, quando si è “coscienti di non essere coscienti” dell’oggetto di contemplazione, che nello yoga è il corpo stesso del praticante. La pratica di Yoga Nidra, il rilassamento profondo, è molto importante in quanto rimuove le identificazioni e inizia ad aprire la coscienza, che non è più limitata. Nello stato di nidra, la coscienza è cosciente di sé stessa, ma il solo fatto di essere coscienti di essere presenti qui e ora è ancora in grado di generare delle vritti che ne alterano la quiete.

Nello stato di nidra i samskara, pur rimanendo a un livello più latente, possono ancora agitare la coscienza e disturbare il riposo e la quiete della mente. Al risveglio non c’è nessun sogno che lascia dietro di sé le ultime tracce nel dormiveglia, ma può esserci la sensazione di aver riposato male, di avere la testa pesante senza riuscire a identificare le cause del disturbo.

Proprio perché nello stato di sonno le vritti sono ancora attive in modo latente questo stato, seppur spesso fonte di profondo rilassamento è ancora molto distante dallo stato di samadhi, la piena realizzazione di sé che diventa possibile solo con il distacco completo dal qui e ora e la realizzazione di “chi sono io”.

Il riaffiorare dei ricordi

YS I 11 – Anubhūta vişaya asampramoşah smrtih – La memoria consiste nel trattenere un’esperienza vissuta

La memoria trattiene il ricordo degli oggetti dell’esperienza: le sensazioni relative ad essi – positive, negative o neutre che siano – si depositano nel magazzino di citta, la coscienza identificata con gli oggetti dell’esperienza, da dove possono venire richiamate a livello conscio in seguito a qualche nuovo accadimento della vita. Le tracce e le impressioni del passato non scompaiono, anzi ci modificano in modo latente – in positivo o in negativo – e possono essere fonte di insoddisfazione verso la vita e infelicità. A volte basta un odore, un’immagine o un suono per rendere di nuovi vitali fatti appartenenti a un lontano passato. La modalità con cui il ricordo viene nuovamente “esperito” può ingenerare sensazioni piacevoli o sgradevoli, a seconda dei casi. Un amore può aver lasciato un buon ricordo di sé, oppure la traccia di una rottura tempestosa, per esempio.

Anche in questo caso possono manifestare delle vritti, delle alterazioni dello stato di coscienza, come conseguenza degli effetti che il ricordo ha su di essa. Spesso non si riesce ad eliminare il ricordo di un certo avvenimento della nostra vita, continua a turbinare disturbandoci incessantemente. Il semplice desiderio di rivivere le passate esperienze felici genera sofferenza, perché il passato non può ritornare. In questo modo non si fa altro che rinforzare le radici dei samskara nella memoria, che diventa sempre più impura (ashuddhi). Il processo di purificazione delle memorie parte, nello yoga, dalla purificazione del corpo fisico e respiratorio mediante la pratica di asana e pranayama e del corpo mentale con la meditazione: il corpo, infatti, allo sguardo attento mostra chiaramente i segni degli eventi passati.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

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