Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

YS I 12-16: Abhyasa e vairāgyā

YS I 12-16: Abhyasa e vairāgyā

Il raggiungimento del samadhi passa dall’essere liberi dall’attaccamento alle cose del mondo (vairāgyā), che stimolano i sensi. Un risultato che può essere conseguito solo con la costante determinazione di raggiungere l’obiettivo (abhyāsa), che è tutto interiore.

Dopo aver esaminato, nei sutra 6-11, i cinque diversi tipi di attitudini alla gestione della vita che possono essere fonte di disturbo (klishta) o gratificazione (aklishta), gli Yoga Sutra passano a proporre e delucidare i due pilastri fondamentali di uno stile di vita più “sano” e adatto a far cessare le fluttuazioni della mente (citta vritti, ne abbiamo parlato qui): i concetti di abhyāsa e vairāgyā.

YS I 12 – Abhyāsa vairāgyābhyām tan nirodah – Lo stato di cessazione (delle fluttuazioni della mente) può essere raggiunto attraverso la pratica intensa e il non attaccamento alle cose desiderate

Che cosa bisogna praticare? Gli Yoga Sutra non parlano mai di pratiche fisiche dello yoga nell’accezione che ne dà il mondo moderno. L’attenzione, secondo la spiegazione del termine abhyāsa che ne danno gli Yoga Kosha, sarebbe piuttosto indirizzata a cercare costantemente di non venir influenzati dalle fluttuazioni mentali, ovvero l’orientarsi positivamente verso lo stato mentale di citta vritti nirodah come obiettivo. Non a caso la parola nirodah compare anche in questo sutra fondamentale, a richiamare le altre parole componenti il sutra I 2, che rimangono sottintese. L’interruzione dei cortocircuiti mentali è possibile solo con una mente distaccata dal quotidiano e perseverante verso l’obiettivo, che altro non è che il concetto espresso da vairāgyā. La pratica costante è intrinsecamente e intimamente legata (come indicato dalla particella duale bhyām) al suo obiettivo, ovvero il disinnescare il coinvolgimento mentale che deriva dal desiderio (rāga) degli oggetti plasmati dall’agire dei tre guna, siano essi percepiti in via diretta o derivati dalla trasmissione di un sapere autorevole. Dopo questa prima enunciazione, gli Yoga Sutra approfondiscono i due concetti nei quattro sutra successivi.

Abhyāsa: fai i compiti

YS I 13– Tatra sthitau yatnah abhyāsah – In questo contesto, la disciplina (nella pratica) consiste nell’avere una forte determinazione nel raggiungere la stabilità (interiore)

YS I 14– Sa tu dīrgha kāla nairantarya satkāra ādarā – Ed essa (la pratica) diventa una base solida solo se praticata a lungo senza interruzioni, assiduamente, con zelo e rispetto

Per progredire nella via dello yoga bisogna essere diligenti e fare i “compiti”, proprio come a scuola. Lo ripete sempre il mio maestro, il dr. Bhole, durante i suoi seminari: “Praticate abhyāsa: fate i compiti! L’ora passata su tappetino non basta”. Del resto, come già detto, gli Yoga Sutra non descrivono alcuna pratica fisica: abhyāsa è piuttosto lo zelo e la determinazione che si mettono nel seguire i principi della vita yogica. Non basta ricordarsene di tanto in tanto, bisogna che essi sia costantemente presenti in ogni attività per poter scardinare e sostituire le vecchie abitudini e schemi di pensiero, diventando così la “base solida” su cui costruire la propria nuova casa. Una casa in cui vivere liberi e realizzati, grazie alla profonda conoscenza di sé che la pratica costante e la determinazione verso l’obiettivo di auto-migliorarsi hanno portato con sé.

Ma abhyāsa da sola non basta, è indispensabile coniugare tale pratica a quella di vairāgyā. È infatti fondamentale praticare senza compiacersi dei propri progressi, ma restando distaccati dai frutti della pratica, che possono essere offerti al guru, al proprio dio o santo di riferimento, ai propri cari o alla collettività in segno di ringraziamento e non attaccamento dell’ego.

L’attaccamento che sorge dal desiderio (rāga) di progredire è una delle principali catene che imbrigliano l’ego (ahamkāra), distorcendolo e distogliendolo da quello che è il suo fine ultimo, ovvero mettere in atto le indicazione di buddhi per arrivare alla liberazione. Rāga è uno dei cinque fattori irritanti (i klesha, le sofferenze e afflizioni che affliggono l’umanità), insieme all’ignoranza di sé (āvidya), all’avversione (dveshā), all’egoicità (āsmita) e l’attaccamento alla vita (abhinivesha). Tutte e cinque sono contenute in nuce nei concetti di abhyāsa e vairāgyā, prima ancora di essere esplicitati e spiegati nel secondo capitolo degli Yoga Sutra (YS II 3-9): la pratica porta, infatti, conoscenza di sé (vidya), l’offerta dei suoi frutti per la gioia e il piacere del prossimo distruggono l’egoicità e il desiderio, l’impegno richiesto fa superare anche l’avversione e la pigrizia che spesso può cogliere nel momento in cui si è chiamati a darsi da fare e mettersi in gioco in prima persona, l’acquisizione di una nuova e diversa visione della realtà permette di superare la paura della morte.

Come si pratica dunque vairāgya? Innanzitutto osservando quale tipo di atteggiamento teniamo sia di fronte alla pratica dello yoga che nelle normali attività. Siamo prigionieri del nostro ruolo e dei risultati che otteniamo e delle sensazioni (positive o negative) che ne derivano? O riusciamo a distaccarcene, cambiando via via atteggiamento, nella pratica e nella vita, man mano che le cose e le situazioni evolvono? Quest’ultimo modo di procedere, scegliere la via del cambiamento in ogni istante tipica dello yoga, è sicuramente più faticoso e richiede un certo impegno e un certo sforzo: siamo davvero disponibili a impegnarci per lavorare su noi stessi? In caso di risposta affermativa, possiamo dire di aver attivato abhyāsa. Scegliere di evolvere attraverso questo tipo di percorso di crescita personale fa spesso a pugni con i modelli che ci vengono impartiti con l’educazione tradizionale, dove la “prestazione” (indicata inesorabilmente dal voto, o dalla forma fisica raggiunta) è un elemento imprescindibile. Chi non ha fatto mai la coda del pavone davanti ai genitori dopo aver ricevuto un bel voto? E chi, dall’altro lato, non si è sentito sminuito e inadatto perché non riusciva ad arrivare alla tanto agognata sufficienza? In entrambi i casi si genera attaccamento al risultato, qualunque esso sia, in quanto la mente si fissa e rimane attaccata da esso. In questo modo l’apprendimento genera sofferenza, ed evolvere diventa sempre più difficile e faticoso.

Lavorando in modo distaccato, senza coinvolgimento emotivo, tutto scorre via più liscio: questa è l’essenza di vairāgyā, il non attaccamento. L’impegno nella pratica permette, allora, di distaccarsi gradualmente dai comportamenti errati (YS I 6-11) sostituendoli con nuove modalità di agire che risultino “aklishta”, non disturbanti per la persona. Di nuovo, lo sforzo richiesto per apprendere, comprendere ed applicare il non attaccamento richiede tempo, perseveranza e serie motivazioni: il ciclo si è chiuso di nuovo, e da vairāgyā siamo di nuovo tornati ad abhyāsa. Di nuovo, ci impegnano a proseguire nella pratica senza interromperla se i frutti non dovessero arrivare subito, come saremmo spinti a desiderare. I due sutra successivi descrivono meglio il concetto di non attaccamento.

Liberi dall’attaccamento

YS I 15 – Drşta ānuśravika vişaya vitŗşņasya vaśikāra samjñā vairāgyam Il non attaccamento deriva dalla piena conoscenza e dal completo controllo di sè, libera dall’avidità e dal desiderio per gli oggetti, siano essi manifesti che solo conosciuti per via indiretta.

YS I 16 – Tat-param puruşa khyāteh guņa vaitŗşņyam Questo stato finale (di vairāgyā) è raggiunto quando vi è il pieno riconoscimento della propria coscienza individuale e si diviene, quindi, indifferenti alle manifestazioni (della Natura)

Il non attaccamento si sviluppa, come detto, in modo graduale: man mano che la coscienza raggiunge una più profonda conoscenza di sé, la persona acquista una sempre maggiore capacità di auto-controllo in qualunque situazione. Ciò permette il distacco dai ruoli e dal desiderio di fama da essi indotto, e libera anche dall’avidità per gli oggetti del mondo. Da questo punto di vista, il distacco si dipana lungo un percorso che parte dagli oggetti esperiti attraverso la vista e gli altri sensi (drşta), per poi passare ai contenuti mentali che non sono stati esperiti direttamente, ma che ci sono stati trasmessi da fonti che abbiamo ritenuto essere autorevoli (ānuśravika). Ma, come abbiamo visto qui a proposito del sutra 7, anche la testimonianza dei maestri o dei testi può rivelarsi uno strumento di falsa conoscenza qualora non sia supportata anche dalle evidenze derivanti proprio dalla percezione diretta e dalla deduzione. Ecco allora che si rimane imprigionati nel ruolo che ci siamo creati, o che ci è stato calato addosso (visaya), e che fin troppo spesso alimenta una spirale senza fine di desideri e di emozioni spesso tra loro contrastanti. Che importanza ha, rispetto alla globalità della nostra vita, il ruolo a cui quotidianamente siamo chiamati? E gli oggetti con cui, immersi come siamo in questo ruolo, entriamo in contatto? Rimaniamo in uno stato di desiderio o attrazione verso questo tipo di stimoli? La risposta a queste domande è il primo stadio della pratica di vairāgyā: solo imparando a controllarli, infatti, gli stimoli perdono via via d’importanza e si riesce a conseguire il distacco da essi. Un distacco che non contempla, come la parola potrebbe far pensare, la completa eliminazione dello stimolo. Semplicemente, il praticante, pur ricevendo lo stimolo, non rimane attaccato ad esso e ai suoi frutti.

Il secondo gradino nella pratica del non attaccamento consiste, secondo il sutra I 16, nel riconoscimento trascendente della propria anima/coscienza individuale come Uno col Tutto. Ne abbiamo parlato estesamente qui a proposito del Samkhya. Quando si riconosce che la manifestazione della Natura (Prakriti), di cui facciamo parte dalla notte dei tempi, è solo una proiezione sullo schermo visibile del mondo di ciò che, in realtà, è il principio perenne e di per sé “perfetto” (Puruśa), le stesse forze (guna) che plasmano istante dopo istante tale manifestazione perdono d’interesse e significato. La vita cessa di essere soggetta alle mutevoli influenze dei tre guna (rajas, l’energia del movimento, tamas, l’inerzia della passività, sattva, l’equilibrio della saggezza), in quanto è tutta rivolta a raggiungere lo stato di samadhi, la pace e l’equilibrio perfetto che può essere solo sperimentato direttamente e non descritto a parole. E che viene descritto nei rimanenti sutra del primo libro degli Yoga Sutra, che non a caso è intitolato Samadhi Pada: la via verso il samadhi. L’essenza degli Yoga Sutra è tutta racchiusa nei primi sedici sutra, tutto il resto del testo non è che un andare più in profondità nella spiegazione dei termini che via via sono riportati all’attenzione del lettore. Ma questa è un’altra storia…

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

Info sull'autore

nisbacat administrator

Per pubblicare un commento, devi accedere