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YS I 19-23: I mezzi per conseguire il samadhi

YS I 19-23: I mezzi per conseguire il samadhi

Vi sono vari strumenti che permettono di arrivare allo stato di samadhi, a seconda della disposizione e del temperamento di ognuno: trascendere la corporeità per riunirsi al flusso dell’energia della Natura, la preghiera, l’entusiasmo e l’intensità con cui si persegue l’obiettivo, l’affidarsi al proprio Sé superiore.

Dopo aver discusso nei sutra I 17 e 18 i due diversi stadi di realizzazione del samadhi a seconda che si sia o meno conseguita la completa trascendenza dagli oggetti mentali, Patanjali passa in rassegna i diversi mezzi che il praticante yoga ha a disposizione per raggiungere il suo obiettivo. Mezzi che si adattano alle diverse personalità e predisposizioni d’animo che caratterizzano l’essere umano: non esiste una soluzione buona per tutti, ciascuno è chiamato a discernere quale sia il cammino più appropriato per sé in vista di un sì grande obiettivo. È importante sottolineare come tra gli strumenti elencati dagli Yoga Sutra non figuri la pratica di asana, perno centrale dello yoga moderno: si tratta sempre di strumenti che mettono al centro la mente e la sua capacità, in un modo o nell’altro, di staccarsi dalle contingenze quotidiane per rivolgersi a una ricerca di altro livello di tipo prettamente spirituale.

Rinascere nell’energia del cosmo

YS I 19 – Bhāva pratyayah videha prakrtilamyānām – La capacità di distaccarsi e trascendere i contenuti della coscienza identificata permette di esistere “qui e ora”, al di là del corpo grossolano e in una totale fusione con la Natura primordiale e universale

Il primo metodo per conseguire il samadhi è la diretta conseguenza del raggiungimento dello stato di asamprajñāta samadhi descritto nel sutra I 18: la capacità di trascendere il corpo grossolano e i contenuti della coscienza identificata (citta), a cui porta la pratica dello yoga, permette di vivere nel “qui e ora”, senza sviluppare attaccamento agli eventi del passato o fantasticare su ciò che potrebbe accadere in futuro. È un’esistenza tutta vissuta attraverso i corpi sottili, a partire dal quello respiratorio, e che consente di ritrovare i legami con le forze naturali dell’Universo che rappresentano l’ecosistema principe dell’essere umano. Si rientra così nel flusso naturale delle cose, in una fusione con la propria natura originaria (prakriti) che è anche la natura originaria di tutto l’universo, in forma ancora indifferenziata. La coscienza è tornata ad essere cit (non identificata) e fluisce tranquilla in un continuum di esperienza con tutte le altre realtà che popolano la rappresentazione della Natura

La forza della fede

YS I 20 – Śraddhā vīrya smŗti samādhi prajñā pūrvakah itareșām – Altre persone raggiungono il samadhi attraverso lo sforzo posto nella meditazione e nella fede religiosa, attraverso cui si consegue la rivelazione dello stato naturale dell’essere (antecedente a quello incarnato)

Solo i praticanti più “illuminati”, riescono a trascendere il corpo e a porsi direttamente nel flusso dell’Universo che è in noi. Per tutti gli altri, la prima possibilità offerta da Patanjali è rappresentata dall’impegno profuso nella fede religiosa e nella meditazione. La testimonianza degna di fede, tipicamente trasmessa dai testi religiosi di tutte le tradizioni, era uno proprio uno dei mezzi identificati anche dal Samkhya per procedere lungo la via della liberazione (ne abbiamo parlato qui). Per gli Yoga Sutra, lo stato meditativo che consegue alla preghiera, anche attraverso il richiamo delle immagini sacre, aiuta la mente a perdere l’identificazione con le cose del mondo e a fondersi con l’oggetto sacro e con il significato profondo da esso veicolato: si compie così la rivelazione della vera natura dell’essere umano, quella che per tutte le religioni è lo stato naturale primordiale andato perduto.

La forza della pratica

YS I 21 – Tīvra-samvegānām āsannah– (Il samadhi) è vicino per chi pratica con entusiasmo, diligenza e passione

La pratica deve essere quotidiana e ardere del fuoco di tapas, l’impegno nel raggiungimento dell’obiettivo che è uno degli nīyama, le osservanze dello yoga meglio descritte nei sutra YS II 40-45. ”Ora et labora”, si potrebbe tradurre il contenuto dei sutra 20 e 21 secondo l’ottica occidentale degli insegnamenti benedettini. La fede nel risultato della propria pratica è la fonte stessa che spinge a praticare con assiduità, senza demoralizzarsi nei momenti di “basso” né esaltarsi in quelli di “alto”, ma semplicemente lavorando per raggiungere la meta, non importa quando, né dove, né come. Proprio come i monaci benedettini trovano la calma della mente nella preghiera e nel lavoro manuale, così il praticante yoga lavora sul fisico per purificarlo, e con esso anche il respiro, la mente e le emozioni. Solo la pratica ardente “brucia” le impressioni lasciate dalle esperienze pregresse, di questa e delle vite precedenti, e fa spazio per l’emersione della vera natura dell’uomo nel momento del samadhi. La pratica “aggioga” la mente, guidandola dolcemente verso la realizzazione, e distogliendola dai messaggi fuorvianti mediati dai sensi che la ricoprono invece del velo illusorio che tutto nasconde.

Tre intensità, un unico obiettivo

YS I 22 – Mŗdu-madhya-adhimātratvāt-tato-api viśeșah– Inoltre vi è differenza (se si pratica) con leggerezza e gentilezza, con intensità intermedia o elevata

Sono tre le gradazioni di pratica entusiasta e appassionata (di cui al precedente sutra I 21) che conduce al samadhi, a seconda dell’intensità della stessa. Non esiste uno yoga che va bene per tutti, ognuno deve trovare da se la strada che più si confà al proprio temperamento, alle proprie aspirazioni, e anche alle capacità e abilità che il proprio corpo (e la propria mente) sono in grado d’esprimere.

Il mondo dello yoga moderno è l’estremizzazione di questo concetto, con una sempre più spinta fioritura di stili diversi. Restando ancorati alla tradizione dello yoga, la Bhagavad Gita parla di tre vie fondamentali (Jnana yoga – la via della conoscenza, Bhakti yoga – la via della devozione, Karma yoga – la via dell’azione). I concetti base dello Jnana yoga sono esposti in nuce anche nel Samkhya, che spiega la composizione e il divenire degli universi cosmici e umani e pone le basi per la loro approfondita esplorazione secondo i concetti espressi negli Yoga Sutra. L’Hatha Yoga Pradipika è il testo che codifica lo yoga fisico (Hatha Yoga), le asana tradizionali, i metodi yogici di purificazione e la meditazione. Gli Yoga Sutra di Patanjali sono il principale riferimento del Raja Yoga, lo yoga “regale” che comprende in sé tutti gli otto angha: yama, niyama (YS II 29-45), asana (YS II 46-48), pranayama (YS II 49-53), pratyahara (YS II 54-55), dhyana (YS III 1), dharana (YS III 2), samadhi (YS III 3). Gli otto stadi del cammino yogico guidano lungo l’intero percorso di evoluzione spirituale, a partire dagli aspetti etici e morali, attraverso il lavoro su di sé, fino al ritiro dai sensi e la meditazione. Nessuna asana è descritta negli Yoga Sutra, viene solo detto che asana è una condizione “comoda e stabile”. Anche il Bhakti yoga si basa unicamente su fede e devozione, o il Karma yoga sull’agire nel mondo in modo consapevole e finalizzato al mettere il frutto delle proprie azioni a beneficio di tutti gli esseri senzienti. La Mandukya Upanishad, infine, esplora in dettaglio i quattro livelli della mente e apre le porte al significato esoterico del mantra Om, per uno yoga puramente meditativo.

Questo sutra ha quindi una portata implicita che va ben al di là del semplice riferimento alla pratica fisica tipica dello Hatha Yoga (che comunque non è solo fisico, ma contiene anche forti aspetti meditativi, contrariamente a quanto viene prevalentemente reputato e proposto). Ognuna delle diverse vie dello yoga porta al samadhi, e la velocità con cui lo si raggiunge dipende anche dall’intensità della pratica.

Abbandonarsi al proprio Sé superiore

YS I 23– Īśvara-praņidhānāt-vā– Infine l’abbandono al Sé superiore

Īśvara-praņidhānā non è Dio, ma piuttosto il vero Sé, il principio superiore, l’anima di ogni persona, il motore immobile che ci guida, ma che purtroppo è troppo spesso inascoltato. E’ la vocina interiore che ciascuno avverte: quante volte ci capita di pensare che se l’avessimo ascoltata le cose sarebbero finite in modo ben diverso dagli esiti spesso nefasti dettati dai sensi e dalla ragione?

Īśvara è l’anima che si è purificata dai lacci del mondo, che non si lascia influenzare dai messaggi ingannevoli dei sensi e che pertanto non subisce gli effetti dei klesha, i fattori irritanti di cui abbiamo parlato a proposito dei sutra I 5 e che Patanjali approfondisce ulteriormente nel secondo libro (YS II 2-9). Non c’è più desiderio (ragā) né repulsione (dveśā) per le cose e le persone, né attaccamento egoico al possesso dei beni materiali (asmitā) e neppure alla vita (abhnivesā), perché si conosce la vera, immutabile e sempreterna natura del Sé e si è quindi usciti dai regni bui dell’ignoranza (avidyā)

L’abbandono incondizionato al nostro istinto interiore, a ciò che veramente siamo, è la spinta più forte che ci sorregge nel nostro viaggio verso la liberazione, in quando permette di seguire le nostre personali predisposizioni al di là di quelle che sono le pressioni dettate dalle contingenze del mondo esterno. Pressioni che generano solo irritazione, e che devono essere lasciate andare. Avere un lavoro che sentiamo veramente nostro, riuscire a realizzare i nostri desideri e sogni nel cassetto – grandi o piccoli che siano -, sentirsi appagati qualsiasi cosa succeda: l’abbandonarsi al proprio Sé per seguirne gli incondizionati consigli spalanca le porte all’autorealizzazione. 

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

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