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YS I 2: La calma dell’agitazione della mente

YS I 2: La calma dell’agitazione della mente

Yoga citta vritti nirodah: distaccarsi dai vortici che agitano di continuo la mente per ritrovare l’unione armonica col proprio corpo fisico e, a partire da questa, con i corpi interni. Lo yoga è uno potente strumento che, sotto la guida delle sensazioni spontanee e quindi senza sforzo, permette di ritrovare l’equilibrio perduto.

Natale è ormai passato, le vacanze sono un lontano ricordo. Presto servirà un nuovo stop alle frenetiche attività quotidiane: staccare la spina per dare a corpo e mente un po’ di meritato relax. Oziare su una spiaggia, dolce far niente…ma ahimé, la spiaggia e il mare cristallino rimangono un miraggio. Come trovare allora il modo di rilassarci restando a casa? La mente continua a dirci che così non va, è impossibile staccare davvero: rimaniamo intrappolati nelle solite abitudini, nei soliti pensieri, nei soliti luoghi e nelle solite persone. Niente paesaggi da favola a ripulire gli occhi stanchi, niente sapori esotici a stimolare le papille gustative, niente dolce rumore delle onde che ci culla, niente tepore del sole che ci scalda come un fuoco nel buio invernale. Eppure…

La mente mente

Ci racconta un sacco di frottole, ci fa girare vorticosamente in cerca di un distacco dalla routine esteriore, ma ci lega a stimoli nuovi e comunque esteriori, in ogni caso raccolti e mediati dai sensi. Non riuscendo a soddisfare il desiderio di evasione, la frustrazione aumenta; la mente continua sempre più a ripetere che bisogna staccare. La tempesta mentale si fa sempre più densa e vorticosa, non si vede via d’uscita, né riparo sotto cui proteggersi. E’ solo un esempio, potremmo farne milioni di altri a proposito del continuo vorticare della mente che troppo spesso ci tiene in scacco, impedendoci di godere appieno della vita a causa delle persistenti “nuvole nere” che popolano costantemente i nostri paesaggi interiori. Quanto vorremmo riposare godendo della pacifica brezza tipica della calma dopo la tempesta…

La calma della mente

YS I 2 – Yoga citta vritti nirodah – Lo yoga è la calma delle fluttuazioni vorticose della mente

La mente si guarda bene dal dirci che non abbiamo bisogno di fuggire alle Maldive per riuscire a staccare dal tran tran quotidiano e dallo stress che ne deriva. Abbiamo a disposizione potenti strumenti che rendono questo distacco possibile qui e ora, in qualunque posto e in ogni evenienza della vita…ma non ne siamo consapevoli.

Lo yoga è il più potente di questi strumenti, come esplicitato negli Yoga Sutra dal secondo sutra del Samadhi Pada: un giogo (yug), come abbiamo già visto qui, che ci aiuta a tenere sotto controllo e disciplinare la mente  per prevenire il suo continuo girovagare a vuoto. Proprio come il giogo impedisce ai due buoi di procedere in direzioni diverse: il solco che l’aratro scava nella terra risulta così ben rettilineo. In modo analogo, l’acquietarsi delle fluttuazioni mentali permette di focalizzare al meglio i propri obiettivi nella vita, di massimizzare e ottimizzare le risorse interiori a disposizione per raggiungerli e di percorrere il cammino più lineare possibile che ci porta a conseguirli. In poche parole, lo yoga è un’autostrada per l’auto-realizzazione di Sè.

Citta è la mente identificata con le cose del mondo, l’anima individuale che deriva dalla differenziazione di Prakriti sotto l’influenza dei tre Guna. Un’influenza che è diversa per ciascun individuo. Citta rappresenta la parte cognitiva e affettiva della mente, quella che pensa e agisce di conseguenza, sulla base delle impressioni ricevute dagli organi di conoscenza e azione (Jnana e Karma Indriya). Citta non muore con il corpo fisico: le impressioni che rimangono in essa depositate (samskara) determinano il fato dell’anima nella vita futura.

Vritti sono le fluttuazioni della mente, i processi mentali e, più in particolare, i processi cognitivi che Patanjali esaminerà più in dettaglio in sutra successivi. La consapevolezza cognitiva, alla base delle vritti mentali, può manifestarsi secondo gli Yoga Sutra con cinque diverse modalità:

  • pramāņa – le fonti di vera conoscenza: percezione, inferenza e testimonianza attendibile;
  • viparyaya – le esperienze che hanno alla base errori di percezione, memorie o ragionamenti;
  • vikalpa – concetto, significato di una parola. Sono le idee associate agli oggetti di contemplazione;
  • nidra – il sonno senza sogni, che per Patanjali è un processo cognitivo;
  • smrti – il processo mentale alla base del ricordare, del riaffiorare delle immagini alla coscienza;

Anche il sonno profondo, le memorie e i sogni agitano in qualche modo la quiete della mente, e sono pertanto da considerarsi vritti. Lo yoga è quindi una forma di “addestramento” mentale mirata a limitare, fintanto a eliminare, questo continuo rumore di sottofondo. Nirodah è la completa cessazione delle normali attività cognitive. Non si tratta di non pensare, sarebbe impossibile. Si tratta invece di disinnescare le vritti, i vortici che fanno di un pensiero un turbinio senza fine, che non dà tregua. La coscienza può così ritrovare il suo stato primigenio di naturale equilibrio e quiete, il samadhi, e permanere in esso a lungo. Patanjali parte dalla fine: il Samadhi Pada (il Cammino del Samadhi) è il primo libro degli Yoga Sutra, in cui vengono illustrate le caratteristiche di questo stato della mente. All’interno di esso, i primi cinque sutra degli Yoga Sutra contengono in sé tutta l’essenza dello yoga, il resto del testo rappresenta un approfondimento del funzionamento della mente e dei mezzi utili per acquietarla.

Unione e distacco

Come fare quindi per attivare quel giusto distacco dalle attività mentali che permette di osservarne il flusso senza rimanerne imbrigliati né ostacolarle? E’ necessario prendere in considerazione i due livelli fondamentali a cui opera il cervello: il livello conscio, volitivo, l’ “io faccio” basato sulle attività logiche, volontarie e di pensiero localizzate a livello della corteccia frontale, la parte del cervello che si è sviluppata in tempi più recenti. All’altro capo, tutte le attività istintive, innate, dell’organismo, involontarie, che seguono i ritmi naturali del corpo e non i comandi dettati dalla mente volitiva, e che sono regolate dalla parte più antica del cervello, il cervello rettiliano localizzato a livello del cervelletto e dell’ipotalamo. Quando, all’inizio della sadhana, si assume la postura di shavasana o di padmasana per un momento di raccoglimento e ascolto di sé si opera un distacco dal fare, dalla mente volitiva: shavasana, la posizione del cadavere, implica di per sé la sospensione di qualsivoglia azione e attività del corpo che non sia quella del respiro. Un’attività, quest’ultima, sotto il controllo della muscolatura involontaria e, quindi, in grado di creare una connessione molto profonda con il corpo stesso attraverso la semplice osservazione non giudicante dello scorrere lento e regolare di inspiro ed espiro. Si attiva in questo modo nirodah: le sensazioni che giungono alla mente scorrono in un flusso senza fine che non genera più identificazione.

La sospensione delle relazioni con l’ambiente esterno implica l’instaurarsi di un più profondo contatto con il nostro universo interiore: lo yoga diventa unione con quello che realmente siamo, e che può essere sperimentato solo sulla base del sentire, della discriminazione delle sensazioni che giungono dal corpo. Si opera un cambio dello stato di coscienza: da uno stato basato interamente sul mentale, sull’identificazione con pensieri, immagini ed emozioni che popolano la mente, si passa a uno stato di coscienza centrato sul livello fisico, delle sensazioni che ci giungono dal corpo e che in ogni istante, se impariamo ad ascoltarle, ci insegnano qualcosa di nuovo di noi. Uno degli scogli principali per chi si avvicina alla pratica dello yoga è proprio la difficoltà di attivare il sentire, la capacità di percepirsi per ciò che realmente siamo al di là delle immagini stereotipate che possiamo ricevere dallo specchio o dai feedback delle interazioni con gli altri. Questi sono processi esteriori, ma nello yoga l’unico processo che conta è quello interiore e la domanda che il praticante deve sempre porsi è: “Il mio corpo è accessibile all’esperienza del sentire?”. Ci sono zone del corpo più facilmente accessibili e altre meno? Ci sono zone che percepisco come più strutturate e altre meno? Avverto delle differenze nella forma delle varie zone del corpo, ad esempio delle due gambe?

L’unione col corpo fisico avviene grazie alle sensazioni più forti ed evidenti, come gli appoggi del corpo sul pavimento, che “catturano” senza sforzo manas, la mente sensoriale. L’assenza di sforzo è un’altra delle caratteristiche fondanti dello yoga: se ci sforziamo per sentire chissà che, è probabile che, nella migliore delle ipotesi, non riusciamo a percepire nulla, nella peggiore che si attivi un processo basato sull’immaginazione e non sulla reale capacità di percepire il corpo. E’ solo questo “smettere di fare”, questo ascolto consapevole rivolto verso l’interno di noi, che permette di riconoscere le sensazioni effettivamente presenti. Il riconoscimento consente a sua volta il passaggio verso un nuovo e diverso stato d’essere: lo stato di yoga, l’unione con il proprio Sé.

Lo yoga “è” samadhi, equilibrio: è la connessione armonica con il proprio Essere. Per raggiungerla, il praticante deve iniziare a riconoscere le disarmonie presenti e le cause che le generano, e lasciarsi guidare dalle sensazioni armoniche che creano connessione con le varie parti di Sé. Le diverse zone corporee, a loro volta, possono essere in relazione più o meno armonica tra loro, e anche questa condizione va riconosciuta. Le gambe e le braccia si assomigliano? Sono fatte della stessa sostanza? Fanno parte di me? In tal modo il praticante non ha bisogno di affaticarsi per “cercare” le sensazioni: esse lo conducono in modo spontaneo, rilassato e senza sforzo là dove esso già è, senza saperlo. Nell’abitazione calda e confortevole che è il proprio corpo.

© Giuliana Miglierini – RIPRODUZIONE VIETATA

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