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YS I 27-29: Om, l’Universo in una sillaba

YS I 27-29: Om, l’Universo in una sillaba

Come fare per entrare in contatto col proprio Sé superiore, senza venire continuamente distratti dai pensieri e dalla percezione? Lo strumento sempre a disposizione è la sillaba Om, il suono eterno che tutto contiene e che rimuove gli ostacoli sul cammino

Siamo detentori di un potente principio di Coscienza-onniscienza interiore, Ishvara pranidhana (vedi YS I 24-26), in grado di guidarci sicuri tra le attività quotidiane e le mille sfide e pericoli che la vita ci pone davanti. Accedere ad Ishvara pranidhana non è però cosa da tutti, le persone “normali” ne ignorano l’esistenza e rimangono indissolubilmente impigliate nei lacci lanciati senza pietà dal mondo sensoriale. Anche per chi è già più addentro sul cammino dello yoga, però, la semplice conoscenza teorica del concetto di Ishvara pranidhana non è sufficiente a far sì che la luce della conoscenza squarci il velo di Maya per rivelare la vera essenza dell’essere umano.
Serve quindi uno strumento che faciliti l’evoluzione del praticante verso l’obiettivo finale del samadhi, il riconoscimento del proprio Sé coincidente con il Sè universale.

Gli Yoga Sutra che come abbiamo già visto, identificano nella pratica ardente (tapas, YS I 22) proprio uno dei mezzi per conseguire il samadhi; il testo non fornisce però nessuno strumento di pratica fisica, come è invece tipico sia di altri testi dello yoga classico (come l’Haha Yoga Pradipika)  sia dello yoga moderno.
Per Patanjali esiste solo uno strumento principe che conduce al riconoscimento del principio di Coscienza interiore, Ishvara pranidhana, ed è la ripetizione consapevole del mantra Om. Mantra che viene descritto dai sutra 27-29

Om, pura vibrazione

YS I 27 – Tasya vācakaḥ praṇavaḥ – Questo è il suono che lo esprime (la sillaba Om)

La sillaba Om è per Patanjali incarnazione stessa dell’essenza profonda dell’uomo e del universo e, qualora praticata e riconosciuta, permette di ritrovare il contatto e aprire le porte a Prakriti, la Natura immanifesta, la prima manifestazione (ancora tutta immateriale) del principio cosmico Purusha (vedi qui per il concetto di Prakriti e Purusha secondo il Samkhya).
Un suono è il segreto rivelato dagli Yoga Sutra, un suono che nella tradizione occidentale cristiana ha preso la forma di amen, o del sum latino (“io sono”). Non una parola, un gesto o una buona azione nel mondo della quotidianità, è la richiesta di Patanjali: Om, come tutti i suoni, è onda elettromagnetica, e come tale pura vibrazione.

Ora, se andiamo a considerare l’essenza profonda della materia che costituisce l’uomo e tutto l’universo (ne ho parlato qui), le leggi della fisica ci dicono che tutte le trasformazioni spontanee evolvono verso stati di maggiore disordine, guarda caso lo stato costante della nostra mente nel mondo fenomenico. Ma in una situazione di pressoché totale immobilità degli atomi che costituiscono le molecole (che a loro volta costituiscono i vari materiali di cui è fatto il mondo uomo compreso, situazione che si ritrova in prossimità dello 0 assoluto della temperatura, ovvero vicino a -273,15 K) gli unici moti ancora presenti sono deboli moti vibrazionali.
E chi ha mai provato a praticare il mantra Om dapprima a volume udibile della voce, per poi pian piano abbassarlo fino ad interiorizzare la ripetizione, che diventa puramente mentale, sa che non solo le vibrazioni continuano a farsi sentire a livello del cervello e di tutto l’organismo, ma che in tale situazione di calma profonda dell’attività cerebrale e di quiete delle membra si manifesta anche un’intensa luminosità, un sole interiore che assorbe il praticante. Suono, onda, vibrazione; luce, anch’essa onda elettromagnetica e vibrazione: si manifesta così quella situazione di asana “comoda e stabile” (sthira sukkham, YS II 46) e di assenza di sforzo (prayatna saithilya, YS II 47) che porta alla cessazione della dualità (YS II 48).
Ma Om altro non è che il suono del respiro: provate semplicemente ad ascoltare il vostro respiro spontaneo, senza modificarlo né emettere suoni, ma semplicemente ascoltando cosa “vibra” al vostro interno……inspiro, oooooooooo – espiro, mmmmmmmmmm……
Il mantra Om è quindi la chiave anche del secondo livello della pratica (esclusi ovviamente yama e niyama, che stanno alla base di tutto): il pranayama (YS II 49-50), l’espansione dell’energia vitale dell’organismo.

La porta d’accesso all’interiorità

Inverto per necessità di spiegazione logica i sutra 28 e 29, ma il succo non cambia: la pratica del mantra Om e la meditazione sul respiro è la porta d’accesso agli stadi superiori dello yoga.

YS I 29 – Tatah pratyak cetana adhigamah api antarāya abhāvah ca – In seguito a questo (la pratica di Om), si ha accesso alla coscienza orientata senza più impedimenti e ostacoli verso l’interiorità

Una volta che il respiro si è fatto regolare e senza pause, spiega infatti YS II 51 a proposito del pranayama, la meditazione su di esso permette di trascendere la materialità del corpo ed entrare nel quarto stato di coscienza, lo stato super-conscio di Turiya. È allora che per Patanjali si manifestano tutti gli effetti della pratica dei primi quattro angha dello yoga (YS II 52-53): il velo di Maya si squarcia e la mente riesce a mantenere una sufficiente stabilità per proseguire verso gli stati successivi dello yoga, tutti interiori e focalizzati sulla meditazione (pratyahara, dharana, dhyana e samadhi).
Il mantra Om, infatti, specifica il sutra I 29, altro non è che lo strumento per rimuovere gli ostacoli che impediscono alla coscienza di orientarsi verso l’interiorità. Ma questo orientamento verso gli universi interiori, rimanendo distaccati dai messaggi che continuano comunque ad arrivare tramite i sensi, altro non è che pratyahara, la capacità di padroneggiare i sensi stessi senza venirne aviluppati.

Il significato profondo di Om

YS I 28 – Tad japah tad artha bhāvanam – La ripetizione consapevole (di Om) permette di realizzarne il significato profondo (di Ishvara)

Pratyhara segna il confine tra lo yoga esteriore e lo yoga interiore, tutto volto alle pratiche contemplative e meditative descritte nel terzo libro degli Yoga Sutra (YS III 1-3). Come spesso accade nel testo, sembra che con i tre sutra dedicati al mantra Om Patanjali abbia voluto anticipare in forma condensata elementi che affronterà molto più nel dettaglio nel proseguo dei sutra, lo avevamo già detto a proposito dei primi cinque sutra (YS I 1-5), che contengono in nuce tutta l’essenza dello yoga.
Anche ora, il sutra I 28 rinforza la lettura del sutra I 29 che ho dato sopra, in quanto la ripetizione consapevole di Om affrontata in uno stato di meditazione sempre più profondo e “disconnesso” dal mondo esterno è lo strumento che porta alla realizzazione del significato profondo di Ishavara pranidhana, ovvero nel rispecchiarsi nel proprio Sè.
Ma questo, appunto, è proprio ciò che si verifica man mano che si procede attraverso le transizioni tra i tre stadi meditativi dello yoga. A partire da dharana, la mente focalizzata in modo stabile su oggetto di meditazione (YS III 1), passando per dhyana, la mente meditativa che osserva in modo aperto e non selettivo i contenuti che sorgono dalla coscienza (YS III 2), fino a samadhi, lo stato in cui la disidentificazione dai contenuti di città è stabile e definitiva. In tale stadio si ha la chiara visione (la chiara Luce, verrebbe da dire, poiché non si può vedere senza luce…) di ciò che non ha forma: il proprio vero essere, Ishvara pranidhana, la nostra guida che ci ha riportato a riconoscere che altro non siamo che un Uno indistinguibile dal Tutto.

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