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YS I 30-31: I nove ostacoli e le loro manifestazioni

YS I 30-31: I nove ostacoli e le loro manifestazioni

Il mantra Om è uno strumento indispensabile che aiuta a superare i nove ostacoli che il praticante trova sul cammino dello yoga: essi lo sfidano a rinunciare, a deprimersi per i pochi progressi o per un cammino che non sembra adatto a sé. Sono tutte prove da superare, che possono provocare dolore, scoramento e problemi al corpo e al respiro. Ma l’obiettivo è noto, impegno e non attaccamento permettono di perseguirlo nel rispetto dei propri tempi e mezzi. L’importante è non demordere!

Capita spesso, affrontando un percorso nuovo e sconosciuto, di domandarsi se si sta facendo la cosa giusta. Nella vita privata come nel lavoro o nello sport, lo scoramento è dietro l’angolo e può giocare tiri mancini anche a chi era partito con le migliori intenzioni. Basta un niente, un piccolo imprevisto che agita la mente, la riempie di dubbi e domande, con il frequente risultato che quello che è un sassolino viene ingigantito a un masso che piomba nello stagno. Nel migliore dei casi, il percorso si arresta per un certo periodo, per poi magari riprendere con qualche deviazione per renderlo più adatto alle nuove e inaspettate circostanze, altre volte si arresta del tutto, anche se magari la persona sente nel profondo del proprio cuore il desiderio di proseguire….ma proprio non ce la fa!
In realtà non c’è nessun obiettivo nella vita che non possa essere perseguito, volere è potere. CI sono solo autostrade diritte o viuzze alternative più o meno tortuose per raggiungerlo, a seconda della predisposizione personale e degli ostacoli che si trovano lungo il cammino. Ostacoli che sono sempre gli stessi e che non mancano anche lungo la via dello yoga.
È molto facile, per chi è alle prime armi con questa disciplina, scoraggiarsi perché non si vedono risultati immediati: il fisico fa fatica a eseguire le asana, la mente è instabile, il respiro irregolare. Allora via, si provano una-due lezioni per poi abbandonare sostenendo che “non è roba per me”. Molto meglio pompare crunch in palestra o darsi al kung-fu, l’importante per la maggior parte delle persone è rincorrere senza tregua il presunto raggiungimento dell’obiettivo.
Non dimentichiamo che abhyāsa e vairāgyā (YS I 12-15), la costanza e l’impegno nella pratica e il non attaccamento ai risultati che essa porta, sono i due principi cardine che Patanjali ha già proposto fin dall’inizio degli Yoga Sutra come imprescindibili per poter proseguire con successo lungo la via che porta al samadhi. Nei sutra 30 e 31 vengono, invece, analizzati più nel dettaglio gli ostacoli che il praticante può trovare sul proprio cammino. Ostacoli che sono per lo più mentali, e che sono gli stessi che troviamo quotidianamente nel nostro girovagare lungo i sentieri della vita.
Per fortuna, però, sappiamo già di avere un’arma potente sempre a nostra disposizione per superarli: il mantra Om che, come abbiamo visto nei sutra precedenti (YS I 27-29), permette di mantenere la mente in contatto costante con la propria guida interiore, Ishvara pranidhana (YS I 24-26). La pratica costante del mantra Om (o, ad esempio, del mantra personale, ma anche del rosario o delle preghiere che più sentiamo nostre) permette quindi di canalizzare stabilmente la mente verso i reali obiettivi, superando la dispersione e la frammentazione provocate delle continue interazioni col mondo esterno e gli stimoli, spesso negativi o fuorvianti, che ne giungono.

YS I 30: Vincere pigrizia e scoramento

Sono nove gli ostacoli individuati da Patanjali lungo il percorso di vita (e di yoga), che porta a sciogliere il nodo gordiano che ci lega alla realtà sensibile (ricordo che “yoga” deriva da “yug”, il giogo) e a raggiungere la piena realizzazione di sé. Essi sono elencati nel sutra YS I 30, e sono alla base dei continui rimugginii mentali tipici della mente dispersa che non sa come affrontare il cammino.

YS I 30 – Vyādhi styāna saṁśaya pramāda ālasya avirati bhrānti-darśana alabdha-bhūmikatva anavasthitatvāni citta vikṣepaḥ te’ antarāyāḥ – Gli ostacoli (sulla via dello yoga) per la mente ondeggiante e dispersa sono:

  • la malattia;
  • l’apatia;
  • la mancanza di confidenza in sé stessi;
  • la negligenza (nella pratica);
  • la conseguente mancanza di attività;
  • l’attaccamento (ai frutti della pratica);
  • la delusione a causa di una percorso sbagliato;
  • l’incapacità di fare progressi;
  • il tornare indietro dallo stadio a cui si è giunti.

Il primo ostacolo è la malattia (vyādhi), che prostra il corpo e la mente e li depriva di energia. Il malato perde interesse per ciò che lo circonda, si lascia sempre più andare, non trova stimoli positivi in grado di spingerlo ad affrontare la vita in senso pro-attivo. Tanto più grave la malattia, tanto più questo scoramento scuote l’essenza profonda della persona, che si sente incapace di reagire alla situazione avversa e si abbandona agli eventi (e alle decisioni dei medici, a cui spesso non ci si sente in grado di controbattere, vuoi per una supposta “ignoranza” della gente comune in tema di salute, vuoi per un malcelato senso d’inferiorità che vede il paziente doverosamente sottomesso all’infallibile autorità del medico).

Ecco quindi affiorare styāna, l’apatia, la completa mancanza d’interesse per ciò che ci circonda che spesso attanaglia la persona malata. Ma anche i sani non ne sono esenti: basta un periodo no, un calo dell’energia magari dovuto al clima freddo e buio invernale, o ad altri mille motivi, e si cade in un loop di negatività che fa vedere tutto nero e in contrasto con i propri interessi, che appaiono diventare sempre più irraggiungibili. Uscire da questo loop non è facile, è molto più semplice abbandonarvisi per poi piangere su se stessi e sul fatto che “tutti ce l’hanno con me”.
La pigrizia, poi, è parente strettissima dell’apatia, vorremmo fare ma adesso non è mai il momento giusto, sono stanco, sono tropo impegnato dal lavoro, dai figli, da mille cose che in realtà sono solo scuse poste dalla mente per farci desistere e rimanere “comodamente” a crogiolarci nel pentolone dell’apatia. Per poi recriminare che “avrei voluto, ma non me ne va bene una, non riesco mai a trovare spazio per me stesso”. Styāna è l’incapacità della mente identificata (citta) di vincere l’apatia e affrontare con convinzione il percorso dello yoga, per quanto oscuro e dagli esiti non preventivabili a priori esso sia.

E siamo arrivati al terzo ostacolo, la mancanza di confidenza in se stessi (saṁśaya) che porta all’affiorare continuo di dubbi, alla mancanza di certezze sulla direzione da perseguire per la propria evoluzione personale. Credere nelle proprie possibilità e negli obiettivi che ci si pone, non importa in quale contesto, sono i prerequisiti fondamentali alla base del successo. Senza di essi, i mille dubbi che affollano la mente ne disperdono le energie, confondono gli obiettivi reali con quelli solo immaginari, che spesso però vengono interpretati come più meritevoli dello sforzo. Saṁśaya fa insorgere diffidenza verso quelli che alla mente dispersa possono apparire obiettivi più difficili, meno chiari, più lontani nel tempo, con il risultato che il cammino evolutivo nella migliore delle ipotesi subisce anche in questo caso dei rallentamenti e delle deviazioni per esplorare vie alternative, fino a fermarsi del tutto.

Pramāda è la negligenza, la mancanza di impegno nella pratica dello yoga, ovvero è l’opposto di abhyāsa. Il praticante sincero riconosce i frutti della pratica quotidiana dello yoga, per quanto piccoli possano essere, e si applica ad essa con gioia e ardore. Se, invece, prevalgono l’inerzia della mente e/o la pesantezza del corpo (tamas, uno dei tre guna, YS II 18-19), ecco che scatta pramāda e l’inerzia diventa un ostacolo sulla via dello yoga. A volte basta davvero poco, magari si è ingrassati un po’ e si sente che il corpo fa fatica a muoversi e non riusciamo più ad eseguire le asana come vorremmo. Anche queste sono trappole della mente, asana non è che la forma che il corpo può assumere qui ed ora, non una forma “perfetta” a cui tendere. Lo yoga è una pratica accessibile in qualunque situazione, per esempio con una gamba rotta o immobilizzati a letto, in quanto si adatta alle condizioni della persona in quel preciso istante (e non viceversa). Se non ci si può muovere, ecco allora che forse può bastare una semplice pratica di consapevolezza del respiro, una meditazione, e pramāda è sconfitta.

Anche vairāgyā, il non attaccamento ai frutti della pratica, ha un suo opposto che frena l’evoluzione sul sentiero dello yoga: è avirati, l’attaccamento ai risultati (già raggiunti o che ci si prefigge indefessamente di raggiungere). Nello yoga l’importante è “lasciare che accada”, senza prefiggersi alcun obiettivo: solo così la mente – e il corpo di conseguenza – saranno davvero liberi di rilassarsi e poter così raggiungere qualsivoglia obiettivo, anche il più difficile e ardimentoso.

La mancanza di attività conseguente alla negligenza della pratica è identificata da Patanjali col il termine ālasya: una mancanza di attività che negli Yoga Sutra è prettamente riferita al livello mentale dello yoga, l’incapacità di perseguire lo stato di concentrazione necessario ad accedere agli stadi meditativi della pratica, ma che nello yoga moderno è un concetto che può facilmente venire esteso alla mancanza di attività fisica conseguente all’interruzione della pratica. Non sempre i primi passi nel mondo dello yoga portano rapidamente i frutti sperati: lo yoga moderno vede la nascita continua di proposte nuove e diverse, e per i neofiti può essere difficile distinguere tra i molti stili di pratica – tradizionali o meno, più o meno commerciali – che offre il mercato. Prima di trovare lo stile di yoga in cui sentirsi davvero a proprio agio può essere necessario provare maestri diversi e proposte diverse, sempre con un’occhio di attenzione a riconoscere quelli che possono essere i falsi “guru”.

Proprio a questo si riferisce il settimo ostacolo, bhrānti-darśana, ovvero gli errori (bhrānti) in cui si può incorrere seguendo una filosofia (darśana), una visione  sbagliata. Purtroppo nello yoga moderno tale rischio non è poi così remoto, stante il proliferare di scuole poco serie che preparano insegnanti in tempi davvero troppo brevi per assicurare una solida preparazione di base. Preparazione che non deve includere solo la pratica di asana, pranayama e meditazione, ma necessariamente come minimo anche nozioni di anatomia e fisiologia, psicologia e filosofia tradizionale indiana. Il rendersi conto di aver seguito per un certo tempo una scuola sbagliata può generare delusione e scoramento, dubbi su come proseguire il cammino, o abbandonarlo del tutto ( e torniamo a styāna e saṁśaya). L’ostacolo, quindi, può venire superato non fermandosi alla mancanza di progressi o alla delusione portata da un certo insegnante, ma cogliendo l’opportunità per fare nuove e diverse esperienze sulla via dello yoga, fino a trovare la propria strada.

L’incapacità di fare progressi è pienamente esplicitata nell’ottavo ostacolo, alabdha-bhūmikatva, e può essere intesa anche come la rinuncia ad impegnarsi oltre una volta raggiunto un obiettivo che si avverte come “confortevole”, senza affrontare sfide più impegnative. Magari quelle di asana più complesse, o quelle della meditazione, che richiedono una mente ferma e grande capacità di concentrazione. Quando subentra alabdha-bhūmikatva la mente è ancora instabile, e oltre a non progredire la pratica può anche fare come il gambero e regredire a uno stadio precedente: questo è l’ultimo ostacolo identificato da Patanjali, anavasthitatvāni, la mancanza di perseveranza necessaria a rendere stabili i frutti della pratica.

YS I 31: Come si manifestano gli ostacoli

Nel sutra YS I 31, Patanjali non manca di evidenziare quali sono i sintomi a cui il praticante deve prestare attenzione per riconoscere tempestivamente gli ostacoli che accompagnano il cammino quando la mente è ancora instabile e frastagliata (vikṣepa-sahabhuvaḥ)

YS I 31 – Duḥkha daurmanasya aǹgamejayatva śvāsa prasvāsā vikṣepa-sahabhuvaḥ – (Questi ostacoli) sono accompagnati da dolore, scoramento, tremori del corpo e instabilità di inspiro ed espiro

Dello scoramento (daurmanasya), che può sfociare in una vera e propria depressione, abbiamo già detto più volte commentando i diversi ostacoli. Ma ci sono anche sintomi fisici, a partire dal dolore che si può provare quando le asana vengono affrontate in modo sbagliato, o con troppo vigore rispetto al proprio livello di preparazione fisica. Forzare una posizione per assumere la “forma perfetta” (che è solo un’ingannevole immagine mentale) è la cosa più sbagliata sulla via dello yoga. Come detto, è l’asana che si adatta al fisico di ciascuno, secondo le sue possibilità, e non viceversa. La pratica deve essere dolce e basata su uno dei principi etici fondamentali dello yoga, ahiṃsā, la non violenza (YS II 35). Vietato, quindi, farsi violenza da soli per entrare a tutti i costi in una posizione, che come abbiamo visto è solo un obiettivo ingannevole, l’importante è il cammino che si percorre, qualunque sia la “forma” che il nostro corpo assume. Il che non vuol dire che non ci si deve impegnare per progredire e perfezionare le asana, si badi bene, ma che la progressione avviene da se se la pratica è costante e priva di attaccamento verso gli obiettivi.

Il corpo è diverso ogni giorno, oggi un po’ più teso, domani più agile, in quanto riflette (in modo più o meno conscio) tutto ciò che ci accade nella vita quotidiana. Se siamo tesi o agitati a livello mentale, è probabile che anche i muscoli faranno fatica a lavorare col dovuto grado di rilassamento; il corpo può diventare instabile, o essere soggetto a tremori per il troppo sforzo (aǹgamejayatva)
Anche il respiro ne risulta alterato. Le fluttuazioni e irregolarità di inspiro ed espiro (śvāsa, praśvāsā) sono infatti un altro dei sintomi che dovrebbero mettere in allerta circa lo stato di attivazione di uno o più ostacoli. Quando questi non sono presenti, il respiro è lento, calmo e regolare, secondo le caratteristiche che si sviluppano con la pratica del pranayama (YS II 49-50).

Yama e niyama sono le linee guida

Riassumendo, per riconoscere gli ostacoli che si presentano sulla via dello yoga le imprescindibili linee guida fondamentali, oltre ai già citati abhyasā e vairāgyā, sono i principi etici alla base dello yoga, yama e niyama. Patanjali li esporrà estesamente solo nel secondo libro descrivendo gli otto anghā dello yoga, ma li riassumiamo qui a beneficio dei lettori in quanto sono elementi imprenscindibili per riconoscere gli ostacoli e affrontare la pratica nel modo corretto.

I cinque yama, la astensioni dello yoga (YS II 35-39) sono la già citata ahiṃsā, la non violenza, a cui deve corrispondere la verità (satya) che in questo contesto viene declinata nel riconoscere i propri limiti, senza forzare oltre la pratica. Asteya, ovvero il non mirare a possedere nulla che non sia nostro, rinforza il concetto di un pratica rispettosa delle possibilità del corpo, dei suoi ritmi e dei suoi tempi, senza desiderio di perseguire obiettivi posti dall’esterno, ma che mal si coniugano con le reali possibilità di chi pratica. Solo una pratica rispettosa del proprio essere permetterà giorno dopo giorno di risalire alla vera fonte di sé (brahmācharya) senza manifestare avidità per i risultati raggiunti o da raggiungere (aparigraha, l’austerità nel porsi falsi obiettivi).

Tapas, l’ardore e la diligenza che vanno messi nella pratica, è uno dei cinque niyama, le prescrizioni dello yoga (YS II 40-45). Ad esso si accompagna saṃtoṣa, l’appagamento dei risultati raggiunti qualunque essi siano; svādhyāya, la conoscenza di sé che ci permette di riconoscere il percorso più confacente a ciascuno e a limare la pratica sulla base delle proprie capacità; sauca, la purezza che deve caratterizzare il percorso sia a livello fisico che intesa come purezza mentale e dei fini che si intende perseguire. Per poi finire abbandonandosi al nostro guru interiore, Ishavara pranidhana di cui abbiamo già abbondantemente discusso (YS I 24-26). Il maestro che mai ci abbandona, che se ascoltato non fallirà mai nell’indicarci gli ostacoli che si frappongono sul cammino, portandoci sulla retta via.

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nisbacat administrator

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