Oops! It appears that you have disabled your Javascript. In order for you to see this page as it is meant to appear, we ask that you please re-enable your Javascript!

YS I 32: Rimuovere gli ostacoli – 1 | La via della consapevolezza

YS I 32: Rimuovere gli ostacoli – 1 | La via della consapevolezza

È sempre possibile impegnarsi per superare gli ostacoli che il destino ci pone davanti. Gli strumenti che gli Yoga Sutra suggeriscono a tal fine sono numerosi e adatti alle inclinazioni di ciascuno. L’obiettivo è sempre uno: ritrovare la calma della mente e superare la dualità con la realtà esterna, per riscoprire che siamo Tutt’Uno con l’Universo che ci circonda.

Dalla semplice percezione corporea, alla consapevolezza del respiro e al contentamento, fino a strumenti più evoluti come la consapevolezza delle relazioni tra mente e realtà, la chiara visione, l’assenza di desiderio e la meditazione, gli strumenti adatti ad eliminare gli ostacoli descritti in YS I 32-39 altro non sono che il cuore stesso della pratica dello yoga. Gli otto angha dello yoga, qui descritti da Patanjali per la prima volta senza esplicitarli.

Ci eravamo lasciati alle prese coi nove ostacoli (YS I 30-31) che rendono la vita difficile non solo a chi si addentra lungo la via dello yoga, ma molto spesso anche nel corso delle più nomali attività quotidiane e lavorative. Malattia, apatia, disistima di sé, pigrizia, attaccamento ai risultati desiderati, delusione per gli insuccessi quando questi non giungono come sperato, restare sempre fermi allo stesso punto o tornare indietro come i gamberi: sono tutti fattori generati dai vortici dell’incessante turbinio mentale (cittavritti, YS I 2). Gli ostacoli sono però superabili grazie, come sempre, a un impegno personale pieno di abnegazione (abhyasa) e privo di attaccamento (vairagya) verso i risultati che ci si propone di perseguire (ne abbiamo parlato a proposito degli YS I 12-16).
Una volta di più, nei sutra I 32-39 Patanjali ritorna ancora sugli stessi concetti in modo sempre più particolareggiato, offrendo questa volta al praticante una serie di strumenti che permettono di superare gli ostacoli e procedere con successo lungo il proprio percorso di crescita personale. Strumenti che partono dal quelli più semplici di consapevolezza di corpo e respiro, fino a quelli dedicati a chi ha già raggiunto un buon livello di conoscenza e consapevolezza di sé, tale da permettergli di meglio esplorare le relazioni tra mente e realtà esteriore e affrontare gli stadi meditativi dello yoga.

I sutra sulla rimozione degli ostacoli rappresentano anche un nuovo approfondimento dei primi cinque sutra del primo libro, che come avevamo già discusso contengono in forma ultra sintetica l’intero percorso dello yoga. La pratica costante e priva di attaccamento degli strumenti di seguito descritti permette di superare le fluttuazioni tipiche della coscienza identificata (le vritti, YS I 6-11) per raggiungere uno stato di calma e stabilità mentale perdurante in ogni situazione (lo stato di yoga, YS I 2). Una calma assolutamente ‘aklishta’, priva di colorazioni mentali, YS I 5), in cui dimorare pienamente appagati di sé stessi e della vita.

L’osservatore (drashtu) introdotto da Patanjali in YS I 3si erge a protagonista assoluto di tutto il processo di rimozione degli ostacoli, di cui la percezione di corpo, mente e respiro è solo il primo passaggio. Un osservatore che deve sempre porsi in modo distaccato e privo di attaccamento rispetto agli oggetti che osserva (vairagya, YS 12-16), mettendo sempre in atto le norme etiche e di comportamento alla base dello yoga (le cinque astensioni, yama, YS II 35-39, e i cinque precetti, niyama, YS II 40-45).

La consapevolezza che Tutto è Uno è il primo passo

YS I 32 – Tat-pratiṣedha-artham-eka-tattva-abhyāsaḥ – L’impegno costante in una pratica che riconduca all’unico principio di realtà (il Sè) permette di prevenire ciò (la formazione degli ostacoli, ovvero i contenuti della mente dispersa)

La piena consapevolezza di sé è il primo, fondamentale strumento da porre sempre in atto, in qualsiasi situazione per riportare la mente a uno stato di calma e stabilità, l’obiettivo finale dello yoga (YS I 2). Il sutra I 32 è uno dei più complessi da comprendere, ma la sua portata si estende ben oltre lo yoga, impregnando di consapevolezza ogni gesto della vita quotidiana.

Il sutra indica la necessità di un impegno per cogliere l’unico principio di realtà (eka-tattva), superando la frammentazione tipica della realtà percepita attraverso i sensi. Negli Yoga Sutra, Patanjali non discute nel dettaglio in cosa consista questo principio unico superiore indicato come obiettivo della pratica di consapevolezza. Il concetto dei tattva, i principi di realtà, è affrontato nel Samkhya Karika, il testo che espone la filosofia naturale alla base del sistema di pensiero yogico, e che costituisce il naturale completamento (o meglio, anticipazione) degli Yoga Sutra. Secondo il Samkhya (ne avevamo parlato qui) esistono infatti ventisei principi (tattva, noti anche come gli evoluti del Samkhya) che vanno a formare la realtà manifesta (Vyakta) che esperiamo abitualmente.
Tali principi di realtà si formano a cascata a partire dal primo, la Natura immanifesta (Avyakta, la Natura-radice Mula-Prakriti), a sua volta immagine dell’unico principio superiore di realtà, Purusha, che tutti li contiene e che non può essere esperito. La Natura immanifesta rappresenta l’Uno sul piano fenomenologico, prima delle differenziazioni indotte dall’azione delle tre forze (guna) che via via plasmano forme sempre più “solide” di materia.

I ventisei evoluti del Samkhya, a partire da Mula Prakriti, comprendono anche l’intelletto (mahat, buddhi e citta, rispettivamente l’intelligenza universale, individuale e la coscienza identificata), il senso dell’Io (ahamkara), i cinque organi di senso (jnana indriya), i cinque organi d’azione (karma indriya), i cinque tanmatra (elementi sottili), i cinque elementi grossolani (mahabhuta) e la mente sensoriale (manas).

I 26 evoluti del Samkhya (credits: Giuliana Miglierini)

Nel sutra I 32, Patanjali indica che bisogna percorrere il percorso inverso attraverso le quattro funzioni mentali, a partire dalla percezione degli input sensoriali ricevuti da manas, che li trasmette ad ahamkara e da qui a buddhi, l’intelligenza che li elabora.

Il problema è che troppo spesso ahamkara, l’Io egoico, decide di agire di testa sua senza aspettare l’esito dell’analisi svolta da buddhi. Ecco così che molte azioni che mettiamo in atto ce le saremmo potute risparmiare, ma ormai è troppo tardi e la frittata è fatta, la sofferenza si è generata. Buddhi è l’intelletto dotato di discernimento, che sa sempre qual è la cosa migliore da fare: è la vocina interna che ci dice “stai attento! questa cosa che stai per fare non va bene, dovresti invece comportarti in quest’altro modo!”…Ma purtroppo l’Ego-ahamkara spesso prevale, e non da retta ai messaggi che gli arrivano da buddhi.

Proprio questo è il passaggio critico da superare con l’impegno perseverante (abhyasa) richiesto dal sutra I 32: mettere il silenziatore all’Ego che vuole agire a tutti i costi, anche a costo di andare a sbattere, per tornare ad affidarsi con fiducia alle indicazioni di buddhi, l’intelligenza che è diretta emanazione della Natura immanifesta e, di riflesso, dell’unico principio superiore di realtà, Purusha.

Preservare la tradizione nella società post-moderna

Patanjali negli Yoga Sutra dà per scontata la conoscenza di tutti questi passaggi alla base della formazione della realtà percepita, che scontata non è per noi occidentali del XXI secolo. Non che questi concetti non siano presenti anche nella nostra tradizione: semplicemente ormai la tradizione conta davvero molto poco nella moderna post-società.

Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale, che sostituisce il discernimento umano decidendo in sempre più occasioni in nostra vece sulla base di immense molti di dati statistici (i mitici ‘big data’) analizzati da asettici algoritmi. In questo modo, viene progressivamente ridotta la capacità di ragionamento e discernimento intrinseca nell’essere umano, proprio quella che negli ultimi cinquemila anni ha permesso il fiorire delle diverse civiltà e culture. Nella società dell’automazione, anche l’essere umano sarà presto ridotto, se andiamo avanti così, ad un automa che esegue ciò che gli viene indicato sullo schermo del suo smartphone, che da novello “buddhi high tech” tiene sotto controllo ogni mossa e parola degli umani. Il Grande Fratello è diventato realtà, del resto viviamo dell’era di Kaliyuga: la fine del mondo così come lo conosciamo, secondo la filosofia vedica, caratterizzata da buio e ignoranza e dal disfacimento delle società e della conoscenza tradizionale.
Ecco quindi che il sutra YS I 32 assume ancora una nuova connotazione, riproponendo all’essere umano di reimpossessarsi delle proprie innate capacità di osservazione ed elaborazione della realtà per ritrovare un più equo, armonico e stabile scambio reciproco con il mondo in cui vive. Tutto è Uno, infatti, è il succo del messaggio di Patanjali.
Per i lettori interessati, rimandiamo alla lettura di alcuni post dell’altro nostro testo, Yogaversus, che meglio inquadrano il parallelismo dei due sistemi di filosofia naturale descritti da Samkhya Karika e Timeo di Platone (clicca qui) e al concetto di Anima Mundi.

Gli otto angha in a nutshell

Essere pienamente consapevoli di tutto ciò che si percepisce tramite i canali che mettono in comunicazione con la realtà esterna, senza disperdersi tra mille input è, quindi, il primo passo richiesto a chi desidera impegnarsi nella pratica. Un passo indispensabile per rimuovere gradualmente le incrostazioni della mente identificata (citta, YS I 4) e ritrovare così l’unicità non duale col tutto che ci circonda tipica di un vero contatto con il proprio Sé, il principio unico individuale che ci guida. Ishavara pranidhana, se preferite, ne abbiamo parlato a lungo a proposito dei sutra YS I 24-26.

La piena consapevolezza delle percezioni permette di prevenire la formazione degli ostacoli a livello mentale e la conseguente frammentazione tipica della mente dispersa. Sembra facile a dirsi, ma per molti può risultare difficile a farsi. Per fortuna Patanjali non lesina consigli su come fare per ottimizzare tale pratica: il segreto è ricondurre la consapevolezza a un unico oggetto, che diventa il punto di partenza su cui meditare (ovvero, detto in altre parole, mantenere la mente stabile, senza fluttuazioni che la disperdono).
I sutra successivi (33-39) dettagliano meglio le diverse possibilità di scelta per l’oggetto di tale contemplazione che si aprono al praticante. Dai comportamenti etici alla meditazione sul respiro, dalla percezione sensoriale a vari stati di concentrazione e meditazione profonda, gli strumenti che Patanjali qui dettaglia altro non sono che gli otto angha dello yoga, che saranno meglio esplicitati alla fine del secondo libro (YS II 29 e seguenti, per quanto riguarda yama, niyama, asana, pranayama e pratihara) e all’inizio del terzo libro (YS III 1-3, gli stadi meditativi dello yoga, dharana, dhyana e samadhi).

La pratica indicata in modo sintetico nel sutra I 32 permette di far venie meno tutti i tipi di vritti, le fluttuazioni della mente che Patanjali ha già discusso all’inizio del primo libro degli Yoga Sutra (YS I 6-11, il ragionamento corretto, il pensiero illusorio, l’immaginazione, il sonno con sogni e le memorie), e i cinque fattori irritanti (klesha) che le alimentano (l’ignoranza di sè, l’egoicità, il desiderio e l’avversione, l’attaccamento alla vita, che saranno meglio descritti nel secondo libro, YS II 4-9).
Questo sutra ci riporta all’importanza dello studio di sé (svadhyaya, uno dei cinque niyama, YS II 44) per il rientrare in contatto col proprio Sè profondo, scalfendo strato dopo strato la montagna di detriti depositati nella coscienza identificata per riconquistare l’unità perduta.
Si può in questo modo riconoscere che siamo un Uno col Tutto che ci circonda, che diventa ‘noi’ proprio attraverso le interazioni col mondo esterno. La consapevolezza di tale unità fa sì che possiamo meglio controllare (praticando in modo assiduo e consapevole in ogni istante della vita) le modalità con cui interagiamo con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Diventa così possibile ridurre in principio le cause che generano gli ostacoli, liberando il cammino verso una vita piena di successi. Farsi guidare dalle proprie inclinazioni e aspirazioni, lavorando costantemente per auto-realizzarsi senza nascondersi dietro scuse di comodo, è infatti il segreto per avere successo nella vita come nello yoga.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Info sull'autore

nisbacat administrator

Per pubblicare un commento, devi accedere