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YS I 33: Rimuovere gli ostacoli – 2 | Gli atteggiamenti virtuosi

YS I 33: Rimuovere gli ostacoli – 2 | Gli atteggiamenti virtuosi

Coltivare atteggiamenti virtuosi è il primo strumento che permette di evolvere lungo la via della consapevolezza. Patanjali qui ancora non lo cita, ma questo sutra contiene in nuce i concetti fondamentali alla base degli yama e dei niyama, le osservanze e le astensioni che costituiscono i principi etici di base dello yoga. Principi che trovano una corrispondenza nei sette vizi e nelle sette virtù della tradizione occidentale.

YS I 33 – Maitrī-karuṇā-muditā-upekṣāṇāṁ sukha-dukha-puṇya-apuṇya-viṣayāṇām bhāvanātaḥ-citta-prasādanam – La purificazione e la serenità della mente (sono perseguiti) coltivando attitudini virtuose e atteggiamenti amichevoli nei confronti di chi è felice, empatia verso chi soffre, gioia per i virtuosi, indifferenza verso chi non lo è. (Ciò a prescindere che) l’oggetto di contemplazione provochi piacere o dolore, sia virtuoso o eticamente cattivo

Non vengono citati in modo chiaro, ma nel sutra I 33 Patanjali sembra anticipare in modo sintetico le regole del retto comportamento che sono alla base dello yoga, i cinque yama e i cinque niyama. Yama e niyama sono anche la prima delle otto fasi (angha, YS II 29) in cui si articola la pratica dello yoga, molte delle quali sono esposte in nuce nei sutra che descrivono gli strumenti a disposizione per la rimozione degli ostacoli (YS I 32-39). In particolare, il sutra I 33 è dedicato agli atteggiamenti virtuosi che il praticante può mettere in atto per rimuovere gli ostacoli: sostanzialmente l’accettazione della realtà per quello che è e cos’ come viene, senza esprimere giudizi di sorta, provare invidia o gelosia, ma piuttosto amicizia, gioia ed empatia anche verso chi soffre, e indifferenza verso chi manca di tali virtù.

Perseguire la purezza

Il sutra I 33 ribadisce che l’obiettivo della pratica deve essere la purificazione che porta alla conseguente la serenità della mente (lo stato di yoga, YS I 2, di cui abbiamo parlato anche a proposito del precedente sutra YS I 32). Ma la purezza (sauca) è anche uno dei cinque niyama, i precetti etici e morali che guidano e supportano il praticante verso il suo obiettivo. Una purezza che nel presente sutra sembra essere riferita soprattutto al livello mentale, ma non può esserci serenità e purezza della mente senza una corrispondente ‘purezza’ del corpo, ovvero una condizione di non sofferenza dell’organismo nel suo insieme. Lo abbiamo già detto molte volte, il corpo trattiene tutte le impressioni che generano sofferenza psicologica trasformandole in tensioni e problematiche varie a livello fisico.

Il sutra I 33 indica la base di partenza per purificarsi è data dal coltivare atteggiamenti virtuosi nei confronti della vita e delle persone che ci circondano: gli yama e niyama, appunto. Atteggiamenti amichevoli nei confronti di chi è felice, dice il sutra: come non pensare a due degli yama, ahimsa, la non violenza, e aparigraha, la non avidità di possesso, l’assenza di invidia? Quante volte siamo indispettiti, quasi gelosi, della felicità che vediamo in altre persone, desiderammo per noi quelli che essi hanno (non importa se a livello materiale o immateriale)? Per quanto ci impegnano, sembra che a noi vada tutto sempre storto, siamo ‘sfigati’ senza speranza….e via che il loop della sofferenza si alimenta! Basta quindi criticare a priori per i solo gusto di farlo, o di ferire che ci sembra essere ‘troppo felice’ rispetto alla nostra situazione. Il rimuovere questo ciclo vizioso di “vorrei, ma non posso” è il primo stadio verso la purificazione.

Accettare la vita come viene, nella totale accettazione della realtà, sapendo che non c’è nulla di giusto o sbagliato, di vero o di falso, ma solo momenti che si susseguono, interazioni che si allacciano e si sciolgono. Un flusso di pensieri e azioni che devono essere osservati per quello che sono senza giudizio, semplici momenti, nel qui e ora. Cos’è, questo, se non svadhyaya, lo studio di sé, uno dei niyama? Un’osservazione che richiede impegno (tapas) e capacità dall’astenersi dal porsi qualsivoglia obiettivo (di nuovo aparigraha), per essere pienamente appagati (samtosa) da ciò che viene, così come viene.

Ecco allora che si potrà provare empatia per chi soffre, invece che averne paura e scappare dalle sofferenze altrui, si potrà gioire per chi è virtuoso invece che provare invidia, e restare indifferenti verso chi invece mette in atto cattivi comportamenti, invece che arrabbiarsi o reprimerli per partito preso. La sincerità (satya) e l’onesta (asteya) verso se stessi e gli oggetti con cui s’interagisce sono elementi imprescindibili di tale osservazione. Interagire in modo ‘distaccato’ con ciò che ci circonda, senza “commentare” interiormente ogni piccolo istante della vita, semplicemente lasciandola fluire nel silenzio della mente calma: questa è la purificazione di cui parla Patanjali nel sutra I 33. Diventa così possibile gioire in ogni istante, accontentandosi delle opportunità che ci vengono offerte riuscendo a sfruttarle pienamente senza alcun fine preciso, semplicemente lasciando che le cose si realizzino coi tempi e nei modo dovuti, senza fretta, senza bramosia di “arrivare” a tutti i costi a un risultato che magari non arriverà mai.

Rimuovere il giogo

Provare a praticare la piena consapevolezza di sè in ogni istante, svadhyaya, è cosa assai difficile, soprattutto per chi è all’inizio della pratica dello yoga. I commenti che nascono di continuo nella mente identificata e dispersa continuano a presentarsi, non si riesce a tenerli a freno. Eppure, proprio la pratica costante di consapevolezza – magari anche solo per cinque minuti o un’ora al giorno – scioglie lentamente i nodi e permette di risalire alla fontana originaria del proprio essere, bhramacharya, sentendoci pienamente appagati per ciò che siamo (samtosa) e quindi vivendo in modo casto (di nuovo brhamacharya) e puro (sauca), lontano dalle tentazioni dell’ego. E nei momenti difficili sappiamo di poter sempre contare sulla nostra guida interiore, Ishvara pranidhana, di cui abbiamo già ampiamente parlato a proposito dei sutra YS I 24-26.

Ecco allora che grazie alla piena consapevolezza e alla messa in atto degli atteggiamenti etici e morali propri della filosofia dello yoga la voce interiore che alimenta i commenti si silenzia, viene aggiogata (yug, il giogo, la stessa radice sanscrita da cui deriva il termine yoga) e non può quindi esercitare i suoi effetti nefasti. La mente si purifica e si calma. Le impressioni che continuano ad arrivare (distacco non vuol dire, infatti, eliminazione) fluiscono in modo calmo, possono venire osservate per quello che sono e quindi lasciate andare, indipendentemente che abbiamo provocato sentimenti di gioia o dolore (sukha, dukha), azioni buone o cattive (punya, apunya). Qualunque sia l’oggetto della contemplazione (visaya), i suoi frutti non vanno più ad alimentare i magazzini della memoria (smrti, concetto che sarà approfondito dal successivo sutra I 37) da cui prendono vita i vortici mentali (vritti): la sofferenza interiore, le paure che ci spingono ad agire a tutti i costi pur di ottenere un risultato, si placano. E con esse le tensioni del corpo, che si lasciano anch’esse meravigliosamente andare. Gli ostacoli vengono rimossi senza alcuna fatica, semplicemente ‘svaniscono’, quali pure creazioni della mente che erano. Una volta di più, si spalanca l’autostrada per la piena realizzazione di sè.

Virtù e vizi della tradizione occidentale

La pratica degli atteggiamenti virtuosi proposti da Patanjali in YS I 33 è poi così distante dalla nostra tradizione occidentale, che si basa sui principi del cristianesimo? Cerchiamo di analizzare la possibile risposta alla luce dei vizi e delle virtù che gettano le basi dei comportamenti etici e morali considerati virtuosi per tale tradizione.

Le quattro virtù cardinali

Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza sono le quattro virtù cosiddette “cardinali”, in quanto cardini del comportamento umano. La prudenza (prudentia) è alla base del concetto di discernimento tipico anche dello yoga, la capacità della mente non identificata (per lo yoga, l’intelligenza individuale buddhi) di compiere scelte oculate in ogni circostanza. È la sapienza biblica, ma anche i sapere correttamente soppesare il giusto equilibrio tra gli opposti, che per lo yoga è rappresentato dal concetto di sattva, uno dei tre guna. Se per la tradizione occidentale la prudenza permette di distinguere tra vero e falso, bene e male, come abbiamo detto sopra lo yoga va ancora oltre e supera completamente tale distinzione annullando ogni giudizio di merito su qualsivoglia atto, cosa o persona con cui si interagisce. Il tratto comune tra la prudenza e gli yama è lo sforzo di consapevolezza che si deve mettere in atto per guardare alla realtà in modo distaccato, superando le illusioni e gli attaccamenti generati dalla mente. La persona prudente non pecca di pigrizia o indecisione, ma proprio come il praticante dello yoga resta invece sempre con i piedi ben per terra senza correre dietro alle chimere create ad arte dalla mente per ostacolare il cammino. Può così agire sempre in modo virtuoso per realizzare il volere divino, il bene supremo della tradizione occidentale.

La giustizia (iustitia) implica la messa in atto di comportamenti che siano sempre equanimi nei confronti di tutti e che rispondano alla ricerca del bene. Guardando alla giustizia da un punto i vista yogico, vi possiamo ritrovare i concetti di verità (satya), onestà (asteya) e non possesso (aparigraha): la persona che guarda con sincera onestà al mondo non è invidiosa o gelosa nei confronti del prossimo, non è coinvolta dal flusso degli eventi (vairagya), ma li osserva piuttosto da una posizione terza, proprio come il giudice osserva accusa e difesa dallo scranno del tribunale. Si può così mettere in atto in modo equanime sentimenti di condivisione amichevole e gioiosa proprio come descritto nel sutra I 33, giungendo a “giuste sentenze” che permettono di percorrere le strade del mondo in armonia con tutti gli altri suoi abitanti.

La fortezza (fortitudo) è l’ardore (tapas, uno degli niyama) che si pone nella ricerca del bene, l’impegno costante e fermo nella pratica (dello yoga o della fede occidentale) esemplificato anche dal concetto di abhyasa (YS I 12-14). La fortezza/ardore permette di non scoraggiarsi quando gli ostacoli si manifestano sul cammino, ma anzi di perseverare ancora più convinti, mettendo in gioco appieno tutte le proprie capacità per rimuoverli. Il grado di consapevolezza necessario a tal fine deve essere già avanzato, sia per saper riconoscere gli ostacoli che per superare la pigrizia e l’abbattimento che ne deriva (ne abbiamo parlato a proposito dei sutra YS I 30-31). Verità (satya) e onestà (asteya) verso se stessi e verso il mondo esterno sono quindi una volta di più elementi fondamentali che avvicinano all’obiettivo.

La temperanza (temperantia) è il contraltare di bhramacharya, la capacità di moderare il richiamo verso i piaceri dei sensi e di tenere a freno le proprie pulsioni. Non è l’astinenza, come spesso viene interpretato bhramacharya, ma piuttosto anche in questo caso un atteggiamento equanime verso i piaceri della vita, che non porti ad abusarne fino a rimanere schiavi delle passioni. Raga e dvesa, desiderio e repulsione spinti dall’azione dell’Ego (asmita), sono infatti i principali fattori irritati (i klesha) che provocano le fluttuazioni della mente, impegnata a soddisfare istinti puramente materiali (ne parleremo meglio a proposito dei sutra YS II 3-9). Solo il superamento di avidya, la mancanza di conoscenza di sè (un altro dei klesha), permette di dedicare una parte della vita al suo opposto, svadhyaya, lo studio di sè che è uno degli yama. In questo modo si intraprende un cammino di ascesi interiore, che non deve assolutamente significare che ci si va a chiudere in convento…semplicemente si diventa gradualmente in grado di praticare la consapevolezza in ogni istante, che come abbiamo visto in YS I 32 è lo strumento principe per superare gli ostacoli.

Le virtù teologali

Fede, speranza e carità sono le tre virtù teologali della tradizione cristiana, che permettono all’uomo di entrare a diretto contatto con il Dio. Il concetto di “dio” è assente nello yoga, ma non manca invece la sottolineatura dell’importanza dell’ “avere fede” in un principio superiore che è il centro stesso dell’individuo. È Ishavara pranidhana, di cui abbiamo già ampiamente trattato a proposito dei sutra YS I 24-26. Ishavara pranidhana altro non è che il proprio Sè, il divino che alberga in ogni anima individuale (purusha) e che rappresenta la guida infallibile a cui affidarsi con fiducia per farsi guidare nel cammino della vita. Non c’è più una volontà basata sulla “ragione”. Aver fede in sè stessi e nelle proprie possibilità è un altro degli niyama, i precetti etici dello yoga. Nel Samkhya Karika, la fede è anche identificata come uno dei tre mezzi di vera conoscenza: in questo caso si può trattare anche dell’aver fede in quanto indicato dai maestri e dai testi della tradizione, proprio come ci sia affida alla Bibbia, al Vangelo, al clero e ai santi della tradizione cristiana

I concetti di Ishavara pranidhana e di fede come mezzo di vera conoscenza espressi da Yoga Sutra e Samkhya racchiudono in sè anche il concetto della seconda virtù teologale, la speranza. L’affidarsi con fede a qualcosa che non si conosce, infatti, implica la speranza che così facendo si possa evolvere verso un bene superiore, che è rappresentato dalla piena consapevolezza di sè che sfocia nella calma della mente per lo yoga e nel contatto col divino e il raggiungimento della vita eterna per la tradizione cristiana.

La carità è strettamente correlata al sutra I 33, in quanto è la virtù che ad avere atteggiamenti di empatia per chi soffre. Essa implica la capacità di saper donare e donarsi al prossimo, sia in termini materiali che (soprattutto) etici e morali. Al concetto di carità possono venire ricondotti quindi gli yama che indicano ai praticanti lo yoga di astenersi dal possesso (aparigraha), la non violenza nei confronti dell’altro (ahimsa), la sincerità nei rapporti interpersonali (satya) e l’onestà del proprio agire nel mondo (asteya).

I sette vizi capitali

La superbia gioca brutti scherzi, perché porta a ritenersi superiori a tutto e a tutti. Mi ricordo di una guida alpina incontrata lungo il Cammino di Santiago: “Cosa vuoi che siano 40 km al giorno di cammino, per uno come me abituato a camminare in montagna”, mi disse prima di sorpassarmi a passo spedito. Lo incontrai una settimana più tardi che faceva l’autostop, in preda a una tendinite che gli impediva di camminare. “Ho peccato di superbia”, mi disse sconsolato quando gli chiesi cosa fosse successo per costringerlo a lasciare il pedibus calcantibus a favore delle quattro ruote…Riconoscere il propio limite (il mio erano 20 km al giorno) è un elemento essenziale anche nella pratica dello yoga, che deve essere sempre improntata al principio della non violenza già visto sopra. Essere onesti, appagati, sinceri…tutti gli yama sono l’esatto contrario degli atteggiamenti tipici della persona superba.

L’avarizia è la cupidigia, il desiderio di ottenere qualcosa, il senso d’insoddisfazione per ciò che si ha: non solo, quindi, avarizia nel senso di tirchieria, del non spendere denaro. Questo vizio capitale ha effetti molto più estesi ed è tipico delle persone che non sono in grado di mettere in pratica aparigraha, il non possesso, e samtosa, il contentamento. Essere soddisfatti di ciò che si ha, per quanto piccolo e insignificante sia, e non disperarsi nel caso lo si perda, infatti, sono elementi essenziali del vivere felici.

La lussuria è la continua ricerca dei piaceri dei sensi, carnali e non, che porta ad un eccessivo attaccamento ai beni terreni. Il suo contraltare è brahmacharya, l’astinenza, o meglio il giusto “dosaggio” dei piaceri dei sensi  non finalizzato a possesso o semplice desiderio di piacere, come abbiamo visto sopra. L’attività sessuale, infatti, ha l’unico fine della procreazione, tutto il resto è una sovra-costruzione della mente umana.

L’invidia che fa desiderare ciò che gli altri hanno e noi no è proprio l’elemento che spesso ci impedisce di ottenere ciò che desideriamo. I campi si chiudono, infatti, e si tende ad agire in modo acritico e testardo, perseguendo finalità che spesso non sono che illusioni. Si perdono così di vista le occasioni che potrebbero presentarsi improvvise, o lateralmente al cammino principale, e che bisogna essere pronti a cogliere per poter sfruttare appieno tutte le opportunità che la vita mette davanti. Spesso la fortuna può giungere da una strada del tutto inaspettata. Maitrī e muditā, i sentimenti generalizzati di amicizia ed empatia di cui parla il sutra I 33, sono l’antidoto contro la presenza dell’invidia.

L’ingordigia (o gola) è strettamente correlata alla lussuria e all’avarizia, ed è spesso interpretata come un eccessivo piacere per il cibo. Anche in questo caso, l’interpretazione è più in senso lato e implica un eccessivo desiderio di possesso di beni materiali. anche in questo caso, quindi, i suoi contraltari sono aparigraha, il non possesso, e samtosa, il contentamento. Gioendo per ciò che si ha e che hanno gli altri (muditā) si perde interesse al desiderio di possesso, che viene così disattivato.

L’ira è la rabbia che sale improvvisa e violenta e provoca tempeste emotive e spesso anche guai nelle relazioni con gli altri. La rabbia spesso nasconde dolori repressi (dukha), che possono così arrivare alla superficie e sfogarsi, o sensi di rimorso per azioni eticamente cattive (apunya). Anche in questo caso le virtù positive citate dal sutra I 33 sono lo strumento da acquisire per mettere a tacere i morsi della rabbia, che possono pian piano venir riconosciuti fin dal loro primo sorgere alla coscienza e quindi messi a tacere.

L’accidia non è l’ozio, ma piuttosto un atteggiamento di inerzia e una pigrizia verso la vita che lascia inattivi anche quando si sa che si potrebbe fare qualcosa di più, per sé o per gli altri. Il guna tamas è al lavoro nelle persone accidiose, che devono ritrovare stimoli (rajas) in grado di portarle ad avere un atteggiamento più pro-attivo nei confronti della vita, di modo da uscire dal proprio guscio, dal torpore in cui sono calate, per riscoprire la gioia delle relazioni con gli altri e delle mille opportunità che il mondo può offrire.

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